Sconfinando: Sarajevo, crocevia tra Oriente e Occidente

Sarajevo dall'alto (https://www.flickr.com/photos/26034413@N04/)

Sarajevo è una città difficile da raggiungere. A causa della quasi totale mancanza di autostrade, è necessario compiere un lungo percorso tra le isolate campagne bosniache, intervallate sporadicamente da qualche minuscolo centro abitato, o da singole case che presentano ancora i mattoni rossi a vista, probabilmente ricostruite dopo la guerra e mai veramente ultimate. Anche quando finalmente si giunge nei suoi pressi, non si ha la sensazione di essere vicino ad una grande città, perché il verde è ancora l’elemento più presente ai bordi della strada.

Sarajevo è una città nascosta, raccolta in una grande vallata protetta dai monti, che di notte forma uno spettacolo mozzafiato se la si guarda dall’alto immersa nelle sue luci. Pensare però che quelle stesse alture, poco più di vent’anni fa, erano i luoghi perfetti dai quali i cecchini potevano sparare i loro colpi, provoca una sensazione di smarrimento e disagio.

Sarajevo dall'alto (https://www.flickr.com/photos/26034413@N04/)

Nonostante siano passati due decenni dalla fine dell’assedio, sono ancora in molti a non fidarsi della città, reputandola pericolosa e, in un certo senso, ancora succube delle conseguenze causate da quattro anni di occupazione militare. È vero, i segni della guerra sono ancora evidenti, soprattutto se ci si sposta nelle zone di periferia, dove gli alti palazzoni con i muri scrostati sono ancora scavati dai numerosi segni dei proiettili, ma ciò non significa che Sarajevo sia una città persa in se stessa. Nella zona del centro svettano i nuovi edifici, ricoperti interamente di vetrate e con le insegne lucide, che associati alle zone circostanti creano un contrasto bizzarro, quasi forzato, ma anche rappresentativo della volontà di un popolo ancora profondamente ferito di risollevarsi ed andare avanti.

Definita da molti la “Gerusalemme d’Europa” grazie alla sua composizione multietnica e multireligiosa, Sarajevo riunisce in sé l’antico e il moderno, l’Oriente e l’Occidente, il rumore delle vie affollate e il silenzio negli occhi di chi non ha ancora superato i traumi della guerra. Una delle sue zone più caratteristiche è la Baščaršija, ovvero l’antico bazar costruito in stile turco, che raccoglie piccole botteghe artigiane specializzate nella lavorazione del rame e del ferro battuto. Si tratta di un ambiente quasi magico, che nelle sue forme sembra essere rimasto fermo al 1500, e che per i suoi colori e rumori rappresenta l’anima pulsante della città. Al suo ingresso vi è la famosa fontana Sebilj, progettata nel 1891 e realizzata completamente in legno, che fa da cornice ai numerosi caffè presenti lungo le vie acciottolate.

La fontana Sebilj e l'ingresso alla Baščaršija (https://www.flickr.com/photos/fridayiminlove/)

È sempre in questa zona che si può cogliere uno degli aspetti più affascinanti della città: percorrendo uno dei viali principali, con gli occhi spalancati che si muovono freneticamente per cercare di catturare ogni dettaglio possibile, ci si accorge che a distanza di poche decine di metri le une dalle altre si possono incontrare una chiesa cattolica, una moschea e una cattedrale ortodossa. Proprio nei pressi di quest’ultima, che è la più grande della città, sorge la statua di un uomo privo dei lineamenti del volto e circondato da una sfera, che reca sotto di sé la scritta “l’uomo multiculturale costruirà il mondo”. Si tratta di un’opera realizzata dall’italiano Francesco Perilli, presente anche in altre quattro città sparse nel mondo, che non poteva che trovare in Sarajevo il luogo ideale dove essere ospitata.

La capitale è divisa in due dal fiume Miljacka, famoso per i numerosi ponti che lo attraversano. Tra questi, molto importanti sono il ponte Vrbanja, oggi tristemente ribattezzato con il nome delle prime due vittime del conflitto bosniaco che ivi furono uccise, e il Ponte Latino (Latinska ćuprija), luogo dell’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando da parte di un giovane studente serbo nel 1914.

Nelle vicinanze di quest’ultimo sorge imponente la Biblioteca nazionale (Vijesnica), riaperta al pubblico solo nel 2014, dopo che tra il 25 e il 26 agosto 1992 era stata data alle fiamme dall’esercito serbo-bosniaco. Costruita in stile moresco, originariamente essa era la sede del municipio, e solo in seguito era divenuta uno dei più importanti luoghi culturali della città ed era stata adibita a biblioteca. Nel processo di ricostruzione si è tentato di riportare alla luce il più fedelmente possibile l’antico edificio, ricco di marmi, stucchi decorativi, arabeschi e mosaici.

La biblioteca nazionale ricostruita (https://www.flickr.com/photos/fridayiminlove/)

Due sono gli elementi che ricordano il periodo dell’assedio, protrattosi dal 5 aprile 1992 al 29 febbraio 1996. Del primo ci si rende conto quando si sale su una qualunque delle alture che sovrastano Sarajevo, dove si nota la presenza, tra il verde delle montagne, di macchie bianche di differenti dimensioni sparse un po’ su tutto il territorio: i cimiteri. Durante la guerra era difficile trovare dei posti dove sotterrare i morti, così tutti gli spazi liberi vennero adibiti a questa funzione. Il secondo è rappresentato dalle cosiddette “rose di Sarajevo”, macchie di resina rossa sparse per la città, che ricoprono l’asfalto nei punti esatti in cui un tempo erano cadute le granate.

Fondamentale se si vuole conoscere meglio la storia dell’assedio è la visita al Museo di storia della Bosnia-Erzegovina, un edificio molto spoglio e spartano, che propone però una vasta collezione di oggetti quotidiani e utensili risalenti a tale periodo.

Ciò che più rimane impresso di Sarajevo sono singoli istanti, sensazioni, odori, sguardi, colori, gli oggetti antichi, i minareti che spuntano, le lanterne fatte di mosaici colorati che riflettono la luce del sole. È un’esperienza totalizzante, che smuove qualcosa dall’interno e permette una maggiore consapevolezza di ciò che è stato. Una città in cui non si può non far ritorno, anche solo per visitare un angolo o una strada in più.

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