Sconfinare 1919 – Speciale Simulazione Storica

di Alessandro Venti, Alessia Sofia Giorgiutti, Celeste Schillani, Davide Ormenese, Fabiola Piamarta e Sara Vascotto

A partire da domani mattina, parte degli studenti del corso di Scienze Internazionali e Diplomatiche si tufferanno nel passato per ridare vita alla Conferenza di pace di Parigi del biennio 1919-1920 inscenando una simulazione storica dell’evento.

La Redazione di Sconfinare ha avuto il piacere e l’onore di raccogliere, per voi, delle interviste d’eccellenza ai massimi rappresentanti delle delegazioni coinvolte. Grazie alla loro disponibilità siamo riusciti a carpire ciò che si cela dietro quella che può essere considerata una “maschera” istituzionale e a conoscere meglio la psiche di queste illustri figure che segnarono profondamente la politica internazionale dei primi due decenni del secolo scorso.

Primo Ministro Clemenceau,

La ringraziamo per aver accettato di confrontarsi col nostro giornale, ci rendiamo conto dell’entità notevole dei suoi impegni, soprattutto a ridosso della Conferenza, e considerando che sarà proprio la Francia a ospitare, a Parigi, la Conferenza, apprezziamo ancora di più la sua disponibilità.

Ora però passiamo ad una curiosità, in particolare relativa alla sua precedente esperienza come uomo politico, risalendo alla battaglia di Sedan ed a tutte le conseguenze che questa comportò per il popolo francese: ricordiamo la sua netta opposizione alle richieste tedesche a fine conflitto. Se in quest’ultimo scontro si vide lo Stato prussiano dalla parte dei vincitori, ora, a Versailles, a quel tavolo siede lei. Quale linea politica ha intenzione di adottare nei confronti degli Stati sconfitti e quanto influirà il sentimento di revanche sulla possibilità di giungere ad una soluzione ed una linea comune in sede negoziale?

La storia si ripete. Stessa pièce, stavolta divertendosi a cambiare i ruoli dei propri attori. La Francia si è risollevata dallo smacco subito dalla Prussia a Sedan ed è pronta a compiere il proprio ritorno sulla scena europea più forte e più determinata di prima. Il popolo francese non reclama una revanche indiscriminata nei confronti del nemico tedesco, ma solo quel che è giusto nei confronti di chi ha dato il via a questa guerra. Abbiamo bisogno, e diritto, di sentirci al sicuro in casa nostra. I nostri uomini sono morti per la sicurezza della Francia, è sulla loro memoria che dobbiamo costruire nel continente europeo una pace solida e duratura in cui la Germania non costituisca più un elemento di instabilità. Queste saranno le basi sulle quali condurremo il negoziato di Parigi e sulle quali la Francia non è disposta a transigere. Chiediamo l’annullamento totale e assoluto delle possibilità per l’Impero tedesco di costituire nuovamente una minaccia per la Repubblica francese e per l’Europa intera. La Germania dovrà farsi carico delle proprie responsabilità e pagare per i danni causati durante il conflitto.

Parliamo ora di alleanze. Conosciamo il contenuto dei patti di Londra e di San Giovanni di Moriana; riguardo il primo, quale linea ha intenzione di seguire la Francia, soprattutto alla luce della mancata ratifica finale della Russia? Può questa mancanza rendere gli accordi meno effettivi agli occhi del Suo paese?

Per quanto riguarda i patti di Londra, non essendo stato io personalmente il firmatario degli accordi segreti con i colleghi italiani ed inglesi, non mi ritengo vincolato ad applicare il contenuto degli stessi. Pertanto, l’atteggiamento che la delegazione francese adotterà in sede di Conferenza sarà poco collaborativo nei confronti delle rivendicazioni italiane, anche alla luce della ritardata entrata in guerra del paese. Inoltre, la mancata ratifica russa, senza la quale i Patti non possono essere considerati completi e tantomeno totalmente legali, essa naturalmente influirà sulla presa di posizione della delegazione francese, e non poco. Di conseguenza, la Francia è pronta a sottolineare agli occhi degli Alleati la mancanza di efficacia dei suddetti Trattati.

Riguardo gli accordi Sykes-Picot invece, siamo curiosi di sapere come mai, all’interno della stessa alleanza, sia venuta a mancare la comunicazione con il vostro alleato italiano riguardo l’esistenza stessa di questi accordi. Inoltre, vorremmo da Lei un commento riguardo la situazione in Asia Minore, anche e soprattutto confrontandosi ai 14 Punti del presidente Wilson.

Per quanto riguarda gli accordi di Sykes-Picot, le motivazioni che hanno portato alla mancata comunicazione con la delegazione italiana sono da rintracciarsi in un progressivo avvicinamento alla Grecia che, meglio dell’Italia, ha saputo assecondare le necessità francesi in Asia Minore; sempre a proposito della delicata situazione dell’Asia Minore, è chiaro che per risolvere questo scenario di conflitti ed opposizioni serve una risposta forte e definitiva da parte della comunità internazionale. A tal proposito vorrei citare i 14 punti del collega americano Wilson, lista valida e concreta, che può servire benissimo come linea guida per le decisioni che verranno prese, ma bisogna rimanere realisti e capire che quei Paesi non sono ancora in grado di reggersi sulle proprie gambe e hanno bisogno di una guida e un aiuto esterni, più o meno presenti sul territorio, che la Francia intende attuare, considerati anche i rapporti economici privilegiati che storicamente il nostro Paese intrattiene con i Turchi e le loro province.

Primo Ministro Lloyd George,

Si può affermare che la politica britannica abbia sempre avuto la tendenza a evitare coinvolgimenti nelle questioni del continente. Ora però l’UK dovrà sedere al tavolo dei vincitori assieme non solo alle potenze europee, ma anche a quella statunitense. Come pensa di schierarsi e con quale dei due si sente più in linea: con gli Americani o gli altri Alleati europei? Prevede forse piuttosto di impostare la Sua linea politica perseguendo la via della mediazione?

La Potenza britannica ha sempre ricoperto il ruolo di mediatore, di perfetto ago della bilancia, e certamente non rinnegherà questa posizione proprio ora, in un momento così importante per le sorti non solo del continente europeo ma del mondo intero. Parlando in qualità di Primo Ministro posso affermare di sentirmi  perfettamente a mio agio e per nulla preoccupato rispetto all’imminente Conferenza. Certo, sono perfettamente conscio del fatto che siano coinvolti interessi assolutamente vitali per la Gran Bretagna, e che di conseguenza vanno senza dubbi ed esitazioni tutelati, ma proprio per questa ragione è necessario che la delegazione britannica rimanga unita e sicura della propria linea politica. Dal momento che questi interessi vitali si incrociano sia con gli interessi di determinate Potenze del continente, sia con quelli americani, non intendo precludere a nessuno dei due interlocutori la possibilità di intraprendere, attraverso il negoziato, una via comune improntata al dialogo. Ciononostante mi preme sottolineare due aspetti per noi imprescindibili e che rimarranno tali nel contesto delle rivendicazioni che saranno esposte dalla delegazione britannica in sede negoziale: il diritto al Regno di Jugoslavia di formarsi in forza del principio di autodeterminazione e il fatto che la questione adriatica debba essere trattata con primaria urgenza.

Nel 1918 per volontà del governo bolscevico instauratosi in Russia, il contenuto del Trattato di Londra, stipulato dai rappresentanti di Francia, Gran Bretagna e Italia, è stato reso pubblico. Sono quindi noti a tutti gli accordi che sussistevano tra questi tre Paesi rispetto alle rivendicazioni territoriali italiane. Se però da una parte, secondo quanto stabilito nel Trattato di Londra, all’Italia spettano territori come Danzica e l’Istria a prevalenza jugoslava, dall’altra sembrano ergersi ad ostacolo di questa intesa i Quattordici Punti di Wilson, sulle cui basi si dovrebbe ritenere invalidato qualsiasi trattato segreto stipulato tra le diverse potenze, avvallando invece delle modalità di sistemazione dei territori condotte secondo il principio di nazionalità. Quale posizione ha intenzione di assumere rispetto a questo arduo contenzioso che sembra delineare notevoli difficoltà per l’operato della Conferenza?

Gli accordi tra Inghilterra, Francia, Italia e Russia sottoscritti nel Patto di Londra sono stati resi noti in violazione dello stesso accordo, ma ciò non ne preclude in alcuna maniera la validità effettiva. Tuttavia nel contesto della situazione internazionale profilatasi nello scenario europeo post-bellico non si può escludere una loro revisione, che potrebbe perfino spingersi fino ad un riadattamento degli accordi stessi alla luce dei principi enunciati nei Quattordici Punti di Wilson. Vorrei però sottolineare che ogni decisione che sarà presa in sede di Conferenza avrà l’unico scopo di instaurare e rinforzare un nuovo equilibrio internazionale, che possa prevenire in maniera certa ed assoluta lo scoppio di eventuali altri conflitti, in particolare nel continente europeo.

Uno stesso ragionamento si può far valere nei confronti della cittadina di Fiume, essa è infatti a prevalenza italiana pur appartenendo allo Stato jugoslavo. Intendete prendere una posizione a riguardo? Se sì, secondo quali principi intende fondarla?

La questione fiumana verrà trattata separatamente dal resto della questione relativa agli accordi di Londra, perché, come ha ben sottolineato nella sua premessa, è sì a minoranza italiana, ma analizzando la questione da una prospettiva geografica, si trova attualmente all’interno del neonato Regno dei Serbi-Croati-Sloveni. Per questa ragione sarà necessario mediare tra gli interessi italiani, jugoslavi e del resto delle Potenze dello scacchiere internazionale per fare in modo che si raggiunga il miglior accordo possibile, soprattutto per quanto concerne le popolazioni che effettivamente vivono a Fiume.

Primo Ministro Venizelos,

Possiamo definire frutto della sua determinazione e convinzione la partecipazione della delegazione greca al tavolo dei vincitori. Due volte lei si è dimesso dalla carica in seguito a contrasti con il Re Costantino, circa l’eventualità di un intervento del Regno ellenico nel conflitto. Quali sono le ragioni a sostegno della sua presa di posizione a favore dell’Intesa e quali le sue aspettative?

C’erano diverse ragioni che mi spingevano ad essere così convinto e determinato nel perseguire l’ingresso della Grecia nella guerra: prima fra tutte, l’impossibilità di rimanere neutrali nel conflitto, anche se la politica del Re lo avrebbe previsto. La Grecia si trovava in una situazione scomoda, essendo a diretto contatto con le mire delle Potenze sia sui territori adriatici che su quelli dell’Asia Minore. Se la Grecia fosse rimasta al di fuori del conflitto, avrebbe sicuramente visto le Potenze spingersi fino alle proprie porte, e allora tutti gli abitanti greci risiedenti all’esterno dei nostri confini sarebbero stati perduti. Proprio essi, infatti, sono stati la seconda ragione che mi ha spinto a voler entrare in guerra a fianco dell’Intesa: troppi uomini e donne di origine greca si trovavano confinati in territori stranieri, sia negli stati balcanici, sia in quelli nord-africani, e tali popolazioni hanno manifestato grande entusiasmo all’idea di poter essere annesse finalmente alla Grande Grecia per cui lottiamo, la stessa Grande Grecia che le comprenda tutte, inglobando, se necessario, alcune minoranze. I loro desideri non potevano essere ignorati, così come non poteva essere ignorato lo spirito nazionalista che animava il Paese, lo stesso spirito che ci aveva portati a combattere le Guerre Balcaniche, la Magali Idea. Le stesse Potenze dell’Intesa volevano che la Grecia combattesse al loro fianco, come elemento chiave da contrapporre agli Imperi centrali, e come solido alleato a cui poter affidare la custodia dei territori che si fossero trovati in una condizione di vuoto di potere, nell’area Balcanica come nell’Africa settentrionale.

Come avete intenzione di relazionarVi con il Regno Serbo-Croato-Sloveno, in particolare a proposito del porto naturale di Valona?

Dichiaro la disponibilità della Grecia a scendere a compromessi, ma reclamo assolutamente i territori abitati a prevalenza da cittadini greci, e in sostegno di ciò guardo al principio di nazionalità sancito nei 14 Punti diel collega Wilson. Sono altrettanto intenzionato ad avanzare pretese verso l’Epiro centrale e nondimeno rispetto al porto di Valona, un’importante base strategica necessaria per il mantenimento della sicurezza della penisola ellenica.

Guardando invece all’altro fronte a lei caro, quello orientale, come prospetta di porsi rispetto alla sistemazione dell’ormai decaduto Impero ottomano?

Spostandoci su questo versante intendo reclamare i territori circostanti la cittadina di Smirne, quest’ultima compresa. Riguardo ai primi mi dico anche disposto ad una trattazione o negoziato che ne definisca più approfonditamente le modalità, ma non vi saranno margini di discussione, per quel che riguarda la delegazione greca, per quanto riguarda la sovranità ellenica su Smirne. Essa è sempre stata una città di particolare interesse per il nostro Regno e intendo sottolineare che da tempo rientra nel ben noto progetto della Grande Grecia tra i possedimenti spettanti al Regno ellenico perché esso possa fiorire nella pace e nell’equilibrio europeo.

Parlando a nome della Grecia, ci dichiariamo inoltre disposti ad assumere il controllo di Costantinopoli nel caso in cui le altre Potenze si trovassero nella necessità di affidare la zona ad uno Stato che vi funga da garante.
Un altro territorio di cui voglio fare menzione è la Tracia: nostro interesse è avanzare richieste al tavolo delle trattative per ottenerne la sovranità, senza però escludere a priori la possibilità di negoziare e discutere circa quest’ultimo punto con gli Alleati.

Presidente Orlando,

Il contenuto del trattato di Londra è stato pubblicato dai bolscevichi alla fine del 1917 cosicché è stato reso pubblico quanto promesso all’Italia. Le incongruenze tra questo trattato e quanto enunciano i punti 1 e 9 di Wilson riguardo la chiarezza della diplomazia e il principio di autodeterminazione. Faccio riferimento a Fiume, all’Istria occidentale e alla Dalmazia, territori in cui questa incongruenza viene palesemente a galla. Suppongo dunque che tutto ciò potrebbe portare a dei possibili disguidi. Come intende porsi alla Conferenza di pace riguardo a questo elemento base? Quale delle due “linee” far valere? Il patto, i 14 punti o entrambe forse?

Il negoziato è compromesso. Il Patto di Londra è stato stipulato al fine di tutelare l’Italia e il suo popolo e per ottenere ciò che da ormai troppo tempo ci viene ingiustamente negato. Proprio per il fatto che esso si trovi in contrasto con uno dei Punti di Wilson, sarà ancora più urgente per le parti contraenti riuscire a giungere ad un compromesso valido e ad una linea politica comune da adottare in sede di Conferenza. Mi assumo personalmente la responsabilità di impegnarmi al massimo delle mie capacità al fine di individuare soluzioni accettabili per tutte le parti coinvolte nelle trattative, per quanto inconciliabili possano sembrare le posizioni di ognuno. D’altro canto il mio ruolo a Parigi è quello di rappresentante del Regno italiano e questa sarà la mia priorità, così come quella dell’intera delegazione. Il nostro obiettivo è quello di uscire dalla Conferenza di Parigi così come siamo usciti dalla guerra: vittoriosi.

In riferimento, ora, alla questione egea, altro argomento di massima importanza he verrà trattato in sede di Conferenza, cosa pensa degli accordi di Sykes-Picot stipulati in maniera analogo? A suo parere dovranno essere rispettati in sede negoziale proprio come nel caso del Trattato di Londra, da lei così strenuamente supportato?

Gli accordi di Sykes-Picot sono sicuramente uno dei punti focali del dibattito che intendiamo proporre alla Conferenza. Ritengo che sia impossibile condurre un paragone tra la natura del Trattato di Londra e quella dei suddetti accordi in quanto le condizioni stesse in cui le due intese sono state raggiunte sono completamente differenti. In effetti, nonostante entrambi i documenti siano apparentemente inconciliabili con il  primo dei 14 Punti di Wilson, dall’altro mi sembra di estrema rilevanza tenere presente che tra Italia, Francia e Gran Bretagna si fosse creata un’intesa, no, un’alleanza vera e propria, che presuppone la necessità per le fazioni in causa di consultarsi reciprocamente prima di assumere decisioni importanti.

Presidente Wilson,

State per partire alla volta del continente europeo, e vi dovrete confrontare con costumi, abitudini, mentalità alquanto dissimili … Siete preparati a questo? 

Gentilissimo, in quanto primo Presidente degli Stati Uniti d’America a far visita in Europa, sono preparato all’idea di incontrare a Parigi un mondo diverso da quello con cui io e i miei predecessori siamo stati abituati a confrontarci.

Cosa pensa delle modalità con cui le potenze europee hanno condotto le loro politiche? Crede che vi siano buone possibilità di raggiungere un allineamento di interessi al tavolo delle potenze vincitrici?

Inoltre le trattative dei prossimi mesi saranno probabilmente molto complesse considerata la portata delle decisioni da prendersi in questa sede; l’essere affiancati da una spalla fidata sarà, per questa ragione, di vitale importanza, dev’essere infatti difficile per un solo uomo portare sulle proprie spalle la responsabilità di un Paese grande come gli Stati Uniti d’America. Sentite di poter fare totale affidamento sul Ministro degli Esteri Lansing come stretto collaboratore e rappresentante delle tesi americane a Parigi?

Sono profondamente turbato dalla situazione in cui versa il continente europeo, ma non biasimo il modo di agire assunto dalle altre potenze. Proprio per questa ragione, ritengo di primaria importanza il creare un nuovo ordine internazionale che garantisca la pace comune e che impedisca ad eventi come quelli degli ultimi anni di ripetersi. Sono molto obbligato nei confronti del Segretario di Stato Lansing per affiancarmi a questo tavolo di pace; infatti assieme a lui e ad altri colleghi mi sono preparato ad affrontare queste trattative nel migliore dei modi. La sua presenza a Parigi è fondamentale per la loro riuscita.

Il continente americano e il continente europeo sono due mondi  separati non solo dall’Oceano Atlantico, ma anche dal punto di vista ideologico e politico. Quali sono le condizioni che presenterete ai tavoli delle trattative, e quindi cosa siete determinato a ottenere e imporre in Europa?

In quanto potenza associata, gli Stati Uniti hanno apportato un contributo diverso da quello degli Alleati durante la guerra. Nonostante il conflitto ci abbia coinvolti parzialmente e il nostro territorio non sia stato teatro di guerra, noi crediamo nella stessa causa in cui credono le nazioni europee: gli interessi americani rispecchiano quelli internazionali e ci impegneremo affinché atrocità simili a quelle verificatesi non accadano mai più. Nessuno di noi, d’altro canto, è tanto forte come singolo da promettere al mondo intero che non avverranno più altre guerre, per questa ragione sarà necessaria la creazione di un organismo sovranazionale che assicuri pace e trasparenza diplomatica per gli anni a venire. Gli Stati Uniti si faranno portavoce di questa iniziativa: vogliamo che nessuno si trovi più nelle condizioni di poter scatenare un conflitto armato di tale portata. Per fare ciò, a Parigi, si dovranno ridisegnare confini e cambiare molti equilibri, tenendo in grande considerazione non tanto gli interessi politici, quanto la voce dei popoli che abitano i territori in questione, che hanno il diritto di scegliere autonomamente il proprio destino.

Essendo Lei un grande, se non forse il maggiore, sostenitore del “principio di autodeterminazione dei popoli”, potrebbe essere legittimo dire che molto probabilmente la delegazione americana si schierererà a favore del Regno dei Serbi-Croati-Sloveni per quanto concernerà la diatriba circa le rivendicazioni nell’Adriatico. Fonti non sospette, tuttavia, vanno riferendo che la Sua posizione sia drasticamente divergente da quella precedente per quanto invece riguarda la città di Danzica: sussistono forse rivendicazioni primarie ed altre secondarie e che quindi possono essere trattate differentemente?

Certamente posso essere considerato uno dei maggiori sostenitori del principio di autodeterminazione, ma non per questo mi schiererò per mia personale indole a favore di uno Stato, piuttosto che per un altro. Gli Stati Uniti cercheranno di essere giusti ed imparziali, di dare voce a tutti i popoli che rivendicheranno, con le dovute motivazioni, dei territori a loro etnicamente affini. La situazione di Danzica, tuttavia, a differenza di quella di talune enclavi adriatiche, è necessariamente diversa. Creare una zona neutra dalle influenze tedesche e polacche non dovrà essere visto come un torto alla popolazione tedesca presente nel territorio, bensì come un’opportunità non solo di permettere ad essi di usare assieme ai polacchi la città come porto e fonte economica e di commercio, ma anche di non essere  subordinati ad un governo diretto della Polonia.

Conosciamo bene la Sua strenua condanna verso gli accordi segreti: a motivo di ciò, riterremmo interessante comprendere il Suo punto di vista a riguardo degli accordi di Sykes-Picot e cosa intenderà fare a riguardo delle terre ivi interessate una volta che si troverà seduto presso il tavolo delle trattative.

Gli Stati Uniti si augurano che, presso il tavolo delle trattative, ci sia un’autentica possibilità di discutere al riguardo all’inadeguata presa di posizione di alcuni suoi membri, ma soprattutto che vi sia l’occasione di poter aiutare a rialzarsi una regione ancora poco autonoma e vessata da un Impero malato. Non sarà certamente possibile applicare il principio di autodeterminazione su etnie così disparate e poco unite senza che queste causino tumulti interni, per cui gli Stati Uniti sono certi che la migliore soluzione per favorire prima di tutto la popolazione della regione, sia l’intervento di un organo internazionale in grado di gestire il rapporto tra le potenze occidentali, patrocinanti i vari Stati della regione, e la regione stessa.

Signor Pasha,

In quanto rappresentante di potenza sconfitta suppongo Lei voglia ridurre al minimo i costi e le spese di questa sconfitta. Si può a ragione credere e affermare che l’integrità dell’impero rientri tra le sue priorità? E come pensa di garantirla,a quale potenza è più conveniente avvicinarsi?

Premettiamo che il Popolo Turco e il suo governo si dissociano pienamente dall’entrata in guerra, essendo stati vittime di un controllo non legittimo da parte del Comitato dell’Unione e Del Progresso che ha sottomesso la Turchia e i suoi cittadini. L’integrità territoriale non solo è una priorità per la nostra delegazione, ma anche per la stabilità di tutta la regione. Inoltre, non bisogna dimenticare il controllo che Costantinopoli esercita negli animi di tutti i mussulmani. Da sempre l’Impero è vicino a Gran Bretagna e Francia (si ricordi la guerra di Crimea) e siamo pronti a cooperare con loro, ricordando che l’Impero non accetterà lo lo smembramento dei propri domini né la suddivisione tramite il sistema dei Mandati!

Quali sono le sue posizioni riguardo le rivendicazioni avanzate dalle altre Potenze sui territori dell’(ex) Impero ottomano? Cosa ne pensa del sistema dei Mandati che le grandi Potenze hanno intenzione di instaurare?

Rivendicare territori appartenuti all’Impero Romano d’Oriente è un modo delle grandi Potenze per imporre i propri interessi economici in quell’area che non hanno nulla a che fare con questioni culturali e religiose. Il nostro governo ha integrato in maniera eccellente la cultura romana e bizantina, mai nella storia del nostro Impero ci sono stati atti cruenti contro le minoranze religiose ed etniche anzi molti di queste minoranze spesso sono arrivate a occupare cariche importanti nello stato Ottomano. Un esempio vivente lo potete vedere nella mia persona, io sono di origini albanesi eppure sono stato nominato Grand Vizier, questo tipo di integrazione la si può riscontrare nel nostro Impero da secoli mentre negli Stati occidentali datemi un esempio di integrazione dei mussulmani, in Spagna furono persino cacciati. Se gli interessi delle potenze vincitrici sono quelli di rivendicare le regioni dell’Impero romano perché la Grecia non ha dichiarato guerra alla Spagna? Eppure Giustiniano la conquistò nel 552. I nuovi confini, per i mandati occidentali, sono stati arbitrariamente tracciati, essi toccano pericolosamente le corde della religione e delle etnie delle varie popolazioni, che dà secoli vivono nella ricchezza che l’Impero gli ha portato. Il controllo delle vie di comunicazione, il monopolio del commercio e lo sfruttamento dei giacimenti petroliferi sono gli interessi dominanti che guidano i paesi europei nello stabilire il nuovo assetto territoriale delle aree ottomane.

Come reagisce di fronte alle agitazioni ed ai problemi interni che spesso si vengono a creare attorno a Smirne e nelle aree circostanti? A quali cause si possono attribuire?

Il governo turco è stanco delle rivendicazioni greche a Smirne, i numeri consegnati agli ambasciatori francesi e inglesi dai greci, riguardanti la conferma di una maggioranza greca sulle sponde dell’Anatolia, sono ridicoli e inverosimili. I greci stanno tentando di rovesciare il governo turco dall’interno mirando a espandersi verso Costantinopoli e verso il centro dell’Anatolia. Se il principio di auto-determinazione dei popoli fosse veramente rispettato, con stime veritiere, allora l’Impero non avrebbe nulla da temere per un tumulto nella città di Smirne.

Primo Ministro Pašić, 

Come è stato reso noto con la pubblicazione del contenuto del Trattato di Londra da un lato e dalle interviste rilasciate dalla delegazione italiana dall’altro, il Regno d’Italia reclama sia terre abitate da una popolazione a maggioranza jugoslava sia territori appartenenti al neonato Regno di Serbi-Croati-Sloveni, ma in prevalenza abitati da Italiani. Che posizione intende assumere in sede negoziale?

Rispetto a questo punto, come rappresentante del Regno dei Serbi-Croati-Sloveni non posso fare altro che rispondere all’assurdità con il realismo: ci impegneremo a sottolineare l’importanza assoluta del principio cardine sul quale si dovrà basare la nuova diplomazia a livello internazionale, ovvero il principio di autodeterminazione dei popoli citato dal collega Wilson nella celebre pubblicazione dei suoi 14 punti. La Grande Guerra ha portato ad un completo rinnovamento delle relazioni internazionali generando nuovi soggetti politici ed allo stesso tempo eliminandone altri dallo scacchiere internazionale. Molte delle alleanze e trattati stipulati in tempo di guerra o antecedentemente ad essa possono risultare ora decontestualizzati ed inadatti ad affrontare le sfide dello scenario post-bellico, specialmente se essi non rispecchiano i principi di nazionalità che sono ora più che mai la base su cui costruire il nuovo equilibrio del continente europeo: dobbiamo ricordarci che stiamo parlando di popoli e non più soltanto di territori. Ci tengo a sottolineare che il nostro nuovo Regno si è creato sulla base della nostra comune identità slava, perciò riteniamo che il Regno d’Italia non possa rappresentare tali popoli vista l’assenza di questa stessa componente etnico-culturale che non permetterebbe un pieno sviluppo di tale parte di popolazione. L’annessione sarebbe solo una mera e vuota soddisfazione delle mire espansionistiche italiane risalenti a vecchie e ormai logore formule di politica estera. Gli Slavi che verrebbero letteralmente assorbiti nel nuovo ipotetico (ed improbabile, oso affermare) confine italiano, infatti, risulterebbero sempre come minoranza e non potrebbero mai raggiungere il pieno riconoscimento e rappresentanza della propria identità. Ricordo: parliamo di popoli ed autodeterminazione dell’essenza degli stessi. Inoltre, per quanto concerne la presunta maggioranza italiana si tratta, a mio modesto parere, di una cosa ancora da definire alla luce di fatti e dati reali. Se l’Italia dovesse quindi proseguire nel proprio tentativo di realizzazione delle proprie tesi riguardanti l’annessione di Fiume avvallandole sulla base di dati di matrice linguistica, ad esempio, rispondo che, a mio avviso, la lingua parlata non fa l’essenza di un popolo.

La delegazione jugoslava è giustamente composta da un rappresentante di ogni nazionalità facente parte del Regno jugoslavo. Ciò che sorge spontaneo chiedersi è se ci sia una reale intesa tra i tre, se sarà possibile  l’individuazione di una linea comune al tavolo delle trattative, data la probabile diversità d’interessi delle tre realtà sub-nazionali.

Gli interessi sono diversi, è vero; le nostre attenzioni si diramano su molteplici fronti, talvolta diversi, come è giusto che sia; tuttavia ritengo che ciò non risulterà in un generale indebolimento della capacità negoziale della delegazione nel suo complesso al tavolo della Conferenza di Pace. Cercheremo di confrontarci con i colleghi ed alleati come fronte compatto per il bene del nostro Regno che, ovviamente, ha degli interessi primari e secondari, ma che si aspetta di raggiungere il massimo possibile. Siamo consapevoli che ciò non sarà per nulla semplice, ci troveremo di fronte a colleghi molto abili e probabilmente fermi nelle loro posizioni, ma non ci tiriamo indietro davanti alla prospettiva di un negoziato nel quale sottoporre all’attenzione degli Alleati le nostre rivendicazioni e le questioni di importanza fondamentale per l’ordine del continente europeo nel contesto post-bellico.

E ancora, le conflittualità interne al nuovo Regno dovute alla presenza di numerose minoranze sono  certamente un elemento che rallenta il procedere dei vostri lavori. Credete che tutti e tre i delegati riusciranno ad esercitare una pari influenza sulla linea politica della delegazione, data appunto la composita rappresentanza della delegazione jugoslava?

Di problemi interni al Regno, è inutile negarlo, ce ne sono, ma non li definirei affatto irrisolvibili. È ovvio che creare un nuovo Stato non è lavoro di un giorno. Tuttavia, la prima questione che ci preme risolvere per la tranquillità e la stabilità del nostro popolo è quella riguardante i confini, sia dal punto di vista delle nostre esigenze in termini di sicurezza collettiva che nella prospettiva del bisogno di definire le modalità di intervento amministrativo per le politiche interne e del mantenimento dell’ordine pubblico. Come già accennato in precedenza, cercheremo di muoverci su un fronte compatto, anche se ovviamente in sede di negoziato saremo costretti a mediare su alcune posizioni. In quanto rappresentanti di tale grande e nuovo Regno, infatti, ci impegneremo a dar voce agli interessi di tutte le componenti del nostro popolo e pesare ogni scelta e proposta limitando, per quanto ci è possibile, il ricorso ad una linea politica che rischi di diventare un gioco dei compensi che limiterebbe i confini naturali per il nostro Regno proprio nel rispetto della nazionalità slava, principio alla base del nostro Paese.

About Redazione 375 Articles
Sconfinare è il periodico creato dagli Studenti di Scienze Internazionali e Diplomatiche dell'Università degli Studi di Trieste - Polo di Gorizia. La firma "Redazione" indica comunicati, notizie e pubblicazioni speciali curate da un amministratore o da più autori.

Be the first to comment

Rispondi

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: