Sconfinare Economia: il debito pubblico italiano, tutto spiegato.

Il debito pubblico, per l’Italia, non è esclusivamente un fenomeno economico, ma l’ombra di un passato, non remoto, in cui si è celebrato il fallimento della politica italiana. Negli anni ’70 lo stato italiano ha cominciato a spendere ogni anno più soldi di quanti ne ricavasse con le tasse. Nel periodo 1971-74 le entrate ricavate con le imposte diminuirono al 28% del PIL, mentre le uscite, ovvero le spese dello stato, salirono fino al 43,4% del PIL. La consistente differenza, chiamata deficit, fu colmata anno dopo anno con soldi presi a prestito, andando così ad aumentare gradualmente il debito pubblico. Il vero danno fu che i soldi non vennero impiegati in investimenti efficaci: molte risorse vennero impiegate per dare il via all’espansione occupazionale in ambito pubblico in modo di conquistare i voti delle famiglie in cambio di un lavoro, spesso poco produttivo. Iniziarono inoltre ad accumularsi i privilegi per la politica e molto denaro fu disperso in pratiche corrotte, per una stima minima di 60 miliardi all’anno.

Giulio Andreotti, Amintore Fanfani e Mariano Rumor

Lo stato ha continuato ad essere in deficit ogni anno fino ad oggi: nel 2015 il disavanzo è stato del 2,5% del Pil, aumentando ulteriormente il debito. Tuttavia dagli anni ’90 i disavanzi annuali non sono più colpa di una incompetente gestione delle finanze pubbliche da parte dei governi, ma sono causati dai pesantissimi interessi che devono essere pagati sul debito passato. Dal 1994 infatti la differenza tra spesa pubblica e tasse, senza contare le spese per gli interessi, è completamente in verde: nel 2015 il governo è in surplus del 1.5% del PIL. La spesa per gli interessi dovuti è però stellare: nel 2015 si aggira intorno ai 70 miliardi, superando addirittura la spesa per l’istruzione di 52 miliardi. Un tale costo pari al 4,5% del PIL costringe il governo ad essere in deficit ed contrarre ulteriore debito, pari al 2.5% del PIL, solo per poter ripagare i vecchi interessi. Per questo motivo il debito pubblico, che è arrivato alla cifra record di 2.194 miliardi in termini nominali nel 2015, pari al 133% del PIL, è destinato ad aumentare.

Per trovare i soldi per pagare il deficit lo stato emette titoli di debito, chiamati anche titoli di stato, di valore equivalente alla somma da pagare. Prende quindi a prestito soldi da famiglie, banche e istituzioni, promettendo di restituirli con un certo interesse. Se gli investimenti che lo stato ha compiuto con il denaro preso a prestito si rivelano efficienti i profitti resi creano nuova ricchezza nel paese e il PIL aumenta. La strategia funziona se il PIL e le tasse aumentano di un valore superiore a quello che deve essere sborsato per pagare i tassi di interesse: così progressivamente verrà anche diminuito il debito pubblico totale. Nel 2015 il PIL è cresciuto dello 0,7% ed i nuovi titoli sono stati emessi con l’interesse medio dello 0.7%, tuttavia nel passato i titoli sono stati emessi con interessi medi altissimi dal 14% del 1993 al 4,8% del 2000 al 3,6% nel 2011, mentre la crescita percentuale del PIL rimaneva stagnante, questo squilibrio ha portato alla difficile situazione finanziaria attuale, dove nuovo debito viene contratto solo per pagare vecchi interessi.

Il debito pubblico e annessi interessi diventano un ostacolo per il benessere del paese quando, come in Italia, le uniche soluzioni che lo Stato ha per trovare nuove risorse finanziarie sono tagliare la spesa sociale e vendere parte del patrimonio pubblico. Le potenzialità di queste alternative però sono molto limitate: dal 1985 al 2012 sono state effettuate dismissioni per 157 miliardi, mentre il debito continuava ad aumentare. Il patrimonio immobiliare dello Stato ammonta ancora a 368 miliardi, ma lo stato centrale ne possiede solo 72, rapidamente vendibili, mentre la maggior parte del capitale immobiliare appartiene ai comuni. Per quanto riguarda i tagli della spesa pubblica, il Documento di Economia e Finanza del governo Renzi prevede un risparmio di 10 miliardi da conseguire nel corso dell’intero mandato. 5 miliardi dovrebbero essere ricavati dalla riorganizzazione della pubblica amministrazione, la creazione di un ufficio centrale che sovrintenda  l’acquisto di beni e servizi e la riduzione delle aziende controllate o partecipate dal governo.  Altri tre miliardi saranno risparmiati grazie ai tagli degli incentivi alle aziende. Il ministro Padoan stima che la spending review non avrà effetti recessivi e migliorerà l’efficenza, tuttavia è evidente che tale manovra oltre a fornire solo un settimo delle risorse necessarie a pagare gli interessi sui debiti di un solo anno, rimane una mossa rischiosa in quanto c’è sempre il rischio che possa contrarre la produzione nazionale. Un ultima cifra che merita di essere menzionata sono i 75 miliardi di conti arretrati che lo Stato Italiano doveva ad appaltatori e fornitori a fine 2014 che, come sollevato da Der Spiegel, rimandati per risparmiare sul debito, hanno segnato la crisi di numerose aziende.

Se l’aumento del reddito nazionale rimane l’unica soluzione sostenibile nel lungo termine, diventa importante capire cosa frena la produzione italiana. In particolare secondo l’Istat la produttività italiana è, pur di poco, declinata dal 2000, mentre i competitors internazionali sono in crescita. Secondo un report del FMI (Fondo Monetario Internazionale) due problemi principali sono l’eccessiva regolamentazione e i bassi investimenti in ricerca e sviluppo da parte delle aziende. A differenza della Germania la economia italiana è composta per più dell’80% da piccole-medie imprese alle quali singolarmente manca il capitale per migliorare in maniera decisiva la propria competitività. Secondo l’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) l’ostacolo più importante è rappresentato invece dalla completa inefficienza del mercato del lavoro: l’ISTAT riporta che attualmente la disoccupazione è al 11,4%, mentre quella giovanile, pur in diminuzione è al 37.9%. Un’economia in cui i lavoratori anziani sono protetti da una regolamentazione che ne rende molto difficile il licenziamento mentre la larga parte dei giovani è confinata a lavori precari, non permette che la produttività possa aumentare grazie alle nuove competenze e energie dei lavoratori più giovani, ma è destinata alla stagnazione. Per questo il Jobs, che mira a sfoltire la regolamentazione lavorativa, è stato valutato molto positivamente sia dal FMI che dall’OCSE. Rimangono inoltre problemi strutturali la lentezza della giustizia (una causa civile richiede di media 2’992 giorni in Italia e 900 giorni in Germania), la pesante tassazione (secondo la Banca Mondiale le aziende italiane pagano in tasse il 65.8% dei ricavi contro una media UE del 41.1%) e l’evasione fiscale (secondo le ultime stime dell’ISTAT nel 2013 ammonta a 206 miliardi ovvero il 12,9% del PIL).

Dopo aver analizzato origine, conseguenze e possibili soluzioni del debito pubblico va affrontata la questione di chi possieda il debito pubblico italiano, ovvero i titoli di stato. In questo campo l’Italia registra un record positivo: il debito posseduto da agenti esteri è il più basso di tutta l’eurozona ed è il 35.6% del debito totale. Del restante 64,4% la maggior parte è proprietà di investitori nazionali non bancari. Solo nel 2006 però il debito pubblico era nelle mani estere per più del 51%, quello che è successo è che quando, in seguito alla crisi, la Banca Centrale Europea ha rifornito di liquidità le banche italiane  (250 miliardi solo nel 2012) queste non hanno investito tale denaro nell’economia reale con prestiti alle aziende, ma hanno speso quasi tutto acquistando titoli di stato, così è calata bruscamente la quota estera e aumentata quella nazionale. Un trade off tra economia reale e finanziaria che ha portato a effetti contrastanti: ha dato maggior fiducia ai creditori internazionali, ma ha ridimensionato l’effetto benefico per le imprese.

Come si è visto la questione del debito non potrà essere risolta a breve, ormai è una caratteristica che per quanto limitante deve essere considerata strutturale. Tuttavia la ripresa nella crescita del PIL e la nuova fiducia dei mercati finanziari verso l’Italia, con la conseguente diminuzione dei tassi di interesse dei titoli di stato, sono segnali molto positivi che ricordano come il peggio potrebbe essere già passato.

1 Comment on Sconfinare Economia: il debito pubblico italiano, tutto spiegato.

  1. Bene, forse meno. Noi vero abbiamo un debito PUBBLICO VERSO ALTRE VALUTE. VOGLIO RICORDARE I DEBITI MAI ASSOLTI DALLA GERMANIA NUEI CONFRONTI DELL’ITALIA. NON SOLO. I BENI DELL’ITALIA TRAFUGATI IN FRANCIA GERMANIA AMERICA. SE SI CONSIDERANO BENI HANNO UN VALORE RIVALUTABILE RIFERITO AL PERIODO VALUTARIO DEL PERIODO. COSI’ COME E’ FATTO DALLE ASTE INTERNAZIONALI.NON SOLO, RIVALUTIAMO IL NOSTRO ORO, PRESO DAI NOSTRI “AMICI” E LIBERATORI, SECONDO IL CONCETTO DEMOCRATICO, CHE HA PIENO VALORE. LO CONFERMO DATO CHE CI DEFINIAMO. UNA NAZIONE DEMOCRATICA FACENTE PARTE DI UNA ASSOCIAZIONE MONETARIA DEFINITA EUROPA UNITA, NELLA QUALE NON ESISTE UN GOVERNO POLITICO, MA SOLO ECONOMICO. essendo un consesso democratico dove è il GOVERNO DELL’EUROPA UNITA. O DISGIUNTA. LA VERITA’ E’ CHE I POLITICI FONDATORI DELLA EU. CERTAMENTE ERANO TUTTO TRANNE CHE POLITICI. FORSE NON NE CONOSCEVANO IL SIGNIFICATO, OPPURE LO CONOSCEVANO TROPPO BENE. MI RICORDA LA POLITICA D MARY, MANDA GIU’, MANCA UN POCO DI ZUCCHERO. E EUROPA VA GIU’. UNA DOMANDA MA DAQ CHI SIAMO GOVERNATI? COME FA UNO STSTO PRESUNTO, SENZA GOVERNO A DARE INDICAZIONI O ASSISTENZA? SOLO CON LE PERCENTUALI SU PROGETTI DATI IN PRESTITO DALLA BANCA CENTRALE ALLE NAZIONI DELLA STESSA FAMIGLIA. QUESTA NON E’ EUROPA MA UNA OPPORTUNITA PER I PAERSI PIU’ RICCHI E EVOLUTI DI DIVENTARE PIU RISOLUTI E POTENTI IN ATTESA DI UN NUOVO CONSIGLIO EUROPEO. SEMPRE UNA EUROPA A DUE VELOCITA’ GLI STATI UNITI PER EQUIPARARE IL DOLLARO IN TUTTE LE NAZIONI, SONO PASSATI 50 ANNI.
    PRIMA IL PARLAMENTO, LE LEGGI A SOSTEGNO DEGLI STATI MRNO ABBIENTI, POI LA VALUTA CHE AVEVA IL MEDESIMO VALORE IN OGNI STATO E ESTERO.
    LASCIAMO PERDERE LA EUROPA. IMPARE NON E’ MAI TARDI, INSISTERE E’ DIABOLICO!

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