Sconfinare Economia – TTIP: da quale parte stare? (parte II)

di Riccardo Cincotto, Michele Faleschini e Giulia Lizzi

Il TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership) è celebrato dalle istituzioni politiche d’Europa come futura fonte di ricchezza e occupazione; affermazioni che però non sembrano trovare un valore corrispettivo nei modelli degli economisti. Al fine di comprendere le potenzialità di questo accordo, occorre analizzare innanzitutto le previsioni dei benefici che ne deriveranno: per quanto riguarda le stime a lungo termine (per il 2027), grazie al TTIP si prevede un incremento percentuale dell’export europeo attestabile tra il 5.9% (dati forniti dal CEPR, Centre for economic policy research) e il 7.6% (CEPII, Centre d’ètudes prospectives et d’informations internationales). Guardando all’aumento del PIL europeo, le cifre fornite dagli istituti di ricerca sono irrisorie: da un 0.49% (CEPR) a un 0.30% (CEPII). Discordanti invece le previsioni sull’occupazione: da un incremento di 1.3 milioni di impiegati (CEPR), sempre a livello europeo, si passa a una diminuzione di 583.000 unità lavorative (Capaldo).

Se in alcuni settori le imprese (incluse piccole e medie) si attendono una poderosa moltiplicazione delle loro esportazioni, ad esempio nella commercializzazione dei prodotti ad alto valore aggiunto come formaggi, prosciutti, vini,  olio d’oliva, liquori e cioccolato, grazie all’abolizione delle alte tariffe doganali statunitensi per quei beni (fino al 30%), in generale lo slancio del TTIP per l’economia europea si limiterebbe ad innescare un incremento di 545 euro annuali nel reddito di una famiglia di 4 persone, secondo le previsioni più favorevoli. Dal momento quindi che i benefici stimati per il GDP dell’UE oscillano attorno allo 0 è innegabile che il fulcro del dibattito non possa ruotare unicamente attorno alla questione propriamente economica. L’incertezza delle previsioni, così come le loro scarse aspettative, confermano la tendenza a focalizzarsi su altri e diversi aspetti dell’accordo in fase di progettazione.

La Commissione, ed in particolare il commissario europeo per il commercio Cecilia Malmstrom, ha  ripetutamente sottolineato la necessità di stipulare l’intesa economica in tempi ristretti per conseguire il principale obbiettivo di garantire la posizione leader dell’Europa nei mercati del futuro. Lo scorso 5 ottobre, dopo sette anni di negoziazioni, si è conclusa la redazione della bozza del Partenariato Transpacifico (TPP), un trattato che prevede di livellare le barriere al commercio tra 12 paesi che si affacciano sull’Oceano Pacifico, tra cui USA, Canada, Messico, Giappone, Malesia, Australia e Nuova Zelanda. I capi di stato si auspicano che la ratifica dell’accordo possa essere completata entro due anni. Quando il trattato entrerà in vigore, l’Europa subirà un duro colpo: alcuni paesi dell’Asia e del Pacifico saranno in grado di esportare  in USA merci simili a quelle europee con un regime di barriere commerciali meno costoso, sottraendo quote di mercato all’economia dell’UE. La stipulazione del TTIP in tempi brevi, invece, riporterebbe l’Europa in una posizione di vantaggio nei confronti dei competitors asiatici e sud-americani.

La forza sui mercati internazionali si misura anche in relazione alla capacità di ciascuno Stato di sancire gli standard da adottare nella produzione di beni o doversi adeguare a criteri decisi da altri. Fino ad ora l’Europa è riuscita, nella gran parte dei casi, ad imporre su scala mondiale le proprie decisioni in campo di certificazione; ad  esempio nel 2011 la Germania e gli Usa hanno definito con un accordo gli standard tecnici di sicurezza da applicare nell’aviazione, i quali sono stati successivamente accolti da produttori canadesi, brasiliani e cinesi. Stipulando il TTIP, USA e UE darebbero inizio ad una  forte cooperazione nella negoziazione di regolazioni comuni, la quale progressivamente potrebbe estendersi alla maggior parte dei settori produttivi. Probabilmente di fronte alla costruzione di questo macro blocco economico, molti altri paesi si adeguerebbero ai canoni affermati dal Partenariato Transatlantico. Nella visione della Commissione, tale fenomeno, oltre che confermare la posizione dell’Europa nei mercati del futuro, favorirebbe la diffusione globale di elevati standard confacenti ai diritti umani e alla protezione ambientale.

Nell’ultima parte dell’articolo verra discusso il tema più dibattuto: la clausola ISDS. La sovranità degli Stati Europei è veramente a rischio?

Be the first to comment

Rispondi

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: