Sconfinare Economia – un po’ di chiarezza sull’economia cinese

Nell’ultimo anno, in coincidenza della crisi finanziaria che ha trascinato con sé le borse di tutto il mondo, si è sentito tanto parlare della situazione difficile in cui versa l’economia cinese. Gli analisti hanno gettato acqua sul fuoco quando sono stati diffusi i dati della crescita, inferiori alle aspettative. Il rallentamento e gli ultimi dati si sono tradotti in un’ondata di panico finanziaria. Occorre fare un po’ di chiarezza sullo stato della seconda economia al mondo, per evitare che si sopravvaluti l’entità della crisi.

Innanzitutto i dati sulla crescita: quelli dell’ultimo trimestre del 2015 hanno confermato la tendenza al ribasso emersa nell’ultimo anno. La Cina ha chiuso con un tasso di crescita del 6.9% annuale. A complicare le cose, le accuse da parte di alcuni economisti sulla presunta manipolazione dei dati –alcuni sostengono che la crescita effettiva si attesti al 5-6%, altri addirittura al 3%-. Eppure un tasso simile di crescita da tempo non si vede tra i paesi del Vecchio continente o in America. Perché quindi tanto allarmismo? Fondamentalmente perché -seppur rimanga elevato- questo è il tasso di crescita più basso degli ultimi 25 anni. Inoltre questa diminuzione ha fatto sembrare impotenti e vani alcuni tentativi del Partito Comunista di mantenere saldo il controllo dell’economia; una crisi di fiducia si è ripetutamente scagliata sugli investitori di Shanghai, e la bolla speculativa alimentata dal governo stesso nei mesi precedenti non ha fatto altro che rafforzare la detonazione finanziaria.

A proposito della crisi di borsa, bisogna sottolineare che se è vero che durante le sessioni più nere sono stati “bruciati” svariate centinaia di miliardi di dollari azionari, è anche vero ciò non può essere l’unico parametro di giudizio per definire l’economia cinese come in crisi. Anzi, è da notare che a fine 2015 i valori della borsa di Shanghai erano simili a quelli antecedenti alla bolla speculativa che li ha fatti schizzare alle stelle, fino a Giugno 2015, quando c’è stato il primo grande crollo. La bolla stessa è stata alimentata dal Governo, che ha adottato tutte le misure necessarie per incoraggiare gli investimenti azionari, oltre il necessario. Per forza di cose si è arrivati al collasso, anche se occorre notare che alla diffusione degli ultimi dati trimestrali sulla crescita –quelli sopra riportati-, non è seguita una notevole ricaduta finanziaria.

Vi è poi il problema del debito, che sta manifestando le prime crepe: prima del 2008 esso rappresentava circa il 150% del Pil nazionale. Oggi siamo vicini ad un valore che sfiora il 250%, un incremento significativo e quantomeno preoccupante. Le conseguenze, per ora non del tutto tangibili, sono state un aumento delle fughe di capitale e dei fallimenti, nonché dei prestiti inesigibili.

Se quindi sembrano finiti tempi d’oro del dragone cinese, bisogna guardare in faccia alla realtà, facendosi aiutare dai dati: l’economia cinese genera tutt’oggi una ricchezza immensa. Basti pensare che oggi una crescita del Pil del 6,9% porta un aumento di ricchezza superiore a quello derivante da una crescita del 14,2% nel 2007.

La situazione dell’economia reale può poi aiutare a spiegare il perché di questo rallentamento: quella della Cina è stata per anni un’economia fondata sul pilastro degli investimenti, in particolare quelli edilizi, come fabbriche, porti e aeroporti, che hanno generato più della metà della crescita. Si tratta però di una situazione che non può durare in eterno, e questo si è iniziato a vedere negli ultimi anni. Osservando il dato sul tasso di utilizzo della capacità industriale, si nota come quello del cemento e dell’acciaio risiedano, rispettivamente, al 73% e 71%, in calo rispetto a quelli del 2008 (76% e 80%). Anche il Partito si è accorto di quella che appare come forma di sovraccapacità, e nei suoi piani economici ha più volte manifestato il tentativo di rendere l’economia cinese auto-sostenuta e agganciata ai servizi e consumi interni.

Questo appare evidente se si guarda al XIII piano quinquennale, elaborato da Xi Jinping e dal suo Partito. I cinque temi principali affrontati –ovvero innovazione, coordinamento, protezione ambientale, apertura e condivisione- vengono sintetizzati in obbiettivi ambiziosi, che mostrano i buoni propositi per traghettare l’economia cinese verso un modello fondato sulla qualità e stabilità. Si veda l’aumento del peso del settore terziario, la creazione di posti di lavoro nelle zone urbane, il contenimento dell’utilizzo di carbone (anche visti gli impegni presi durante la Cop21 di Parigi), l’aumento del Pil pro capite. Da notare la volontà di costruire 50 nuovi aeroporti e 30.000 km di reti ferroviarie, che da un lato mostra la tendenza all’innovazione e alla modernizzazione del Paese, e dall’altro l’importanza conferita tuttora agli investimenti.

Sarà interessante quindi osservare come si svilupperà il piano del Partito nei mesi a seguire, per capire se la seconda economia del mondo è davvero alle prese con una crisi endemica o si tratta invece di una fisiologia fase di cambiamento.

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