Sconfinare Jukebox – I Depeche Mode tornano con il rivoluzionario “Spirit”

Lo scorso 17 marzo i Depeche Mode hanno lanciato sul mercato il quattordicesimo album in studio. Le 17 tracce della versione “Deluxe” ricalcano a pieno l’inconfondibile stile della band tra sperimentazione ed elettronica. I temi importanti dei testi spaziano dalla rivoluzione alla denuncia sociale, senza tralasciare la decadenza e la retrocessione in cui siamo catapultati in questa era. L’incedere sempre incalzante del sound cupo, a tratti punk, si sposa meravigliosamente con il timbro travolgente di Dave Gahan creando un’atmosfera accattivante, in perfetto stile Depeche Mode. Ancora una volta, a quattro anni di distanza dall’ultimo lavoro (Delta Machine, 2013), i DP non deludono le aspettative, sempre altissime.

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Il Global Spirit Tour che accompagna la promozione e l’uscita del disco accontenterà tutti i sostenitori in giro per il mondo e toccherà anche diverse tappe italiane a giugno (Roma, Milano e Bologna). In un’intervista, lo stesso Gahan dichiara che “Siamo molto fortunati ad avere fan in tutto il mondo: cerchiamo di raggiungerli tutti, ogni volta che pubblichiamo un disco”.
Band che non ha bisogno di troppe presentazioni, i Depeche Mode nascono nel 1980 e si inseriscono prepotentemente nella scena elettropop di un’Inghilterra alla ricerca di nuovi stimoli musicali; obiettivo presto raggiunto da Dave Gahan, Martin Lee Gore e Andrew Fletcher.

Nel corso della carriera, i DP abbracciano diversi stili musicali in diversi momenti, dal new wave al pop rock, figli della cultura rock dei mitici anni Settanta. Definiti a buon titolo “la quintessenza della musica elettronica degli anni ‘80” (rivista Rolling Stone, nda), pubblicano il primo album “Speak & Spell” nel 1981 in cui è contenuto uno dei primi e più famosi brani di tutta la loro carriera “Just Can’t Get Enough”. Da qui, una lunga serie di dischi e successi ai quali si accompagneranno tour mondiali.

Ciò che contraddistingue i DP è lo stile malinconico, quasi rarefatto, ed estremamente sperimentale, facilmente rintracciabile in brani come “Enjoy the Silence”, “Personal Jesus” e “Wrong”, tra i più famosi.
Nonostante abbia attraversato momenti estremamente bui, come allontanamenti e riavvicinamenti dei vari componenti o l’infarto del frontman Gahan a causa di overdose da eroina durante la tappa di New Orleans nel 1993, i DP hanno rallentato i ritmi di pubblicazione, ma non si sono mai fermati e la loro discografia ha sempre risentito dei problemi di gruppo e degli eccessi personali, dando sempre nuovo spirito e generando continuamente esperimenti musicali ora dark, ora pop.  La vera e propria rinascita avverrà nel 2005 con “Playing the Angel” fino ad arrivare all’ultimo lavoro.

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Dopo quasi quarant’anni di attività, tra alti e bassi, soddisfazioni ed eccessi, i Depeche Mode sono fedeli allo stile dell’esordio impregnato del Synth-Pop anni ’80, senza lasciarsi sfuggire le novità musicali di un mondo in continua evoluzione; ed ecco che “Spirit” si fa portavoce di una nuova verve artistica, seppur con sfumature tipicamente commerciali, sotto la custodia del nuovo produttore James Ford (già al lavoro con Arctic Monkeys, Florence & The Machine, Mumford & Sons) dopo un decennio di collaborazione con il collaudato Ben Hillier. Cultori della “musica per le masse”, in questo nuovo album c’è spazio per tanta politica e tanta attualità.

Analizzando alcuni dei brani emergono attivismo politico contro le ingiustizie su toni punk (“Where’s the Revolution”), immagini di un futuro distopico in cui le piazze diventano gogne pubbliche reso cupo dall’accompagnamento della chitarra che definisce una marcia funebre (“The Worst Crime”), invettive politiche (“Poorman”) e il fallimento del genere umano (“Fail”), a chiusura del disco, come fosse una triste presa di coscienza in un punto di non ritorno. Proprio l’ordine dei brani segue una precisa dinamica che, progressivamente, conduce a un finale sentimento di sostanziale arrendevolezza: l’apertura con “Going Backwards” evidenza un’amara riflessione (“We’re going backwards/ Ignoring the realities/ Going backwards/ Are you counting all the casualties?”) che trova risposta pessimistica proprio con “Fail” (“People, what are we thinking?/ It’s shameful, our standards are sinking/ We’re barely hanging on/ Our spirit has gone”). Il nostro spirito è andato. Perso. Irrecuperabile.
Il trio Gore-Gahan-Fletcher non delude: l’ipnotico Dave va a nozze con i consueti innesti chitarristici di Gore e le tastiere di Fletcher, rendendo efficace l’unione tra la feroce delicatezza di “The Worst Crime” e il connubio perfetto di liriche e chiusura strumentale in “Cover Me”.

Complessivamente, emerge una non indifferente sfiducia nell’umanità che però non interferisce nella riuscita dell’album. Evoluzione e rivoluzione, i Depeche Mode provano a catturare lo spirito del tempo che corre, svincolato dal controllo umano, in cui “we’re all charged with treason”, siamo tutti accusati di tradimento. Un invito alla riflessione e all’azione raccontato dallo stesso Gahan “è un disco sull’umanità, sul nostro posto nel mondo. Se vogliamo che le cose cambino, dobbiamo occuparci di cosa succede. Ma sembra che stiamo andando in un’altra direzione”.

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