Sconfinare Jukebox: intervista a Le Luci della Centrale Elettrica

Il 3 Marzo è uscito il quarto lavoro in studio del progetto musicale Le Luci della Centrale Elettrica, Terra. Vasco Brondi, mente e songwriter del gruppo, ci ha lavorato per più di due anni, annunciandone l’uscita ad inizio dicembre attraverso i social. Dopo aver iniziato la tournée del  disco il 16 Marzo scorso, ieri sera (24 Marzo, n.d.A.) Le Luci hanno brillato al New Age di Roncade (TV). Registrando un sold out ed un locale talmente pieno da costringere lo staff a tenere le porte aperte per raffreddare l’atmosfera calda, densa e quasi irrespirabile, Vasco Brondi si è lanciato in un’ora e mezza di concerto accompagnato dai suoi 4 musicisti, alternando brani di Terra a hit prese da tutta la sua discografia. Ed ha decisamente dato il meglio di sé stesso, instaurando un contatto emotivo molto profondo con il pubblico, il quale passava con estrema naturalezza dal ballare i brani più scatenati (molto spesso addirittura riarrangiati in chiave punk) al commuoversi durante le ballate lente proposte dal grande narratore della serata, Vasco. L’intera audience ha imparato a percorrere il viaggio da lui proposto attraverso un’Italia ed un mondo in cambiamento, in una continua interdipendenza, in un confondersi e ritrovarsi perenne tra le righe di un cantautore che ha saputo trovare il proprio posto all’interno della musica italiana.

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Ecco come egli stesso ci ha raccontato Terra e la sua evoluzione musicale:

Questo è oramai il quarto disco. Com’è nato e come (e se) è cambiato il tuo approccio alla scrittura dei testi rispetto al passato? 

Ho ragionato sul canto come espressione stranissima degli esseri umani. Ho lavorato molto sulla musicalità, infatti sono partito da delle parti musicali già definite, e ho cercato di pensare alle parole come uno strumento musicale, uno strumento ritmico, come fossero una batteria.

Quanto e come l’impronta di Dragogna (chitarrista e paroliere del gruppo “I Ministri” nonché co-produttore di Costellazioni e Terra per Le Luci della Centrale Elettrica, n.d.A.) è stata fondamentale per la riuscita di questo album? 

Sì, è stata fondamentale, ci siamo scambiati materiale musicale e idee da subito.
Avevo in mente un suono diverso dal precedente album ma sapevo che avrei potuto svilupparlo sempre con lui. Per “Costellazioni” mi sono rivolto a Federico quando avevo già pronto tutto, su questo invece abbiamo lavorato assieme sin da subito. Gli avevo dato quest’idea di un disco che fosse un po’ una cartolina da spedire nello spazio, dove nessuno sa niente del posto da cui arriva, e che quindi doveva descrivere me stesso e i miei luoghi.

Ci sono stati degli artisti musicali (italiani  e non) che ti hanno influenzato in modo particolare durante la scrittura? 

Mi sono accorto che adesso che c’è la possibilità di sentire tantissime cose diverse su ogni piattaforma possibile ascolto le stesse cose che ascoltavo e amavo a 15 anni: Battiato, De Gregori, i CCCP, i CSI. E molta musica etnica che amo perché è musica non fatta per avere l’approvazione degli altri ma spesso per riti, per feste, per esprimere dolore o amore. Ha una purezza rara. Mi ha fatto anche venire in mente che la musica è il mezzo di trasporto più veloce che c’è, senti due note e ti immagini un altro continente.

E per quanto riguarda la sfera letteraria? 

Amo quegli scrittori che parlano di posti che sembrano anonimi facendoli diventare leggendari, per esempio Gianni Celati o Tondelli. Nel disco ci sono anche citazioni,  dal poeta Vittorio Sereni al biologo evoluzionista Jared Diamond. È pieno di cortocircuiti tra cose diverse.

Nel disco ci sono molti riferimenti che possiamo definire “spirituali” e che mostrano un forte legame con la terra, appunto. Come vedi la spiritualità? Sopratutto in riferimento alla nostra società. 

Non so se si tratta di “spiritualità”: volevo parlare più che altro della realtà, del presente. Di quello che c’è attorno a me e dentro di me.  Di uscire da quella corsa senza senso e senza fine di obiettivo in obiettivo che tendiamo ad imporci anche da soli. Forse non è spiritualità ma senso della realtà, l’idea che l’importante non è raggiungere una meta ma camminare piano verso quella meta e godersi il viaggio.

Nel disco c’è un tripudio di sound diversissimi, provenienti da influenze culturali anche contrastanti tra di loro. Come hai lavorato con una diversità sonora così spiccata? Come  l’hai associata ai vari testi?

Musicalmente si mischiano tamburi africani e melodie balcaniche, distorsioni e canti religiosi, techno araba e ritmi sudamericani. Il tutto in un modo filologicamente sbagliato, non è un disco di world music ma è un racconto corale. Queste musiche hanno attirato da sole le storie del disco, di fughe e di ritorni da ogni direzione verso ogni direzione. Sono storie piene di tutte le contraddizioni degli essere umani, è una lista delle sue contraddizioni: lo stesso essere umano che inventa le armi di distruzione di massa e anche le canzoni d’amore.

***

(Intervista curata da Laura Dal Farra)

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Appassionata di musica, fotografia e politica, viaggio in attesa di un'emozione sempre più indefinibile. Studio Scienze Internazionali e Diplomatiche.

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