Sconfinare Jukebox: Lo Stato Sociale @ New Age – Roncade (TV)

Da sinistra: Checco, Bebo, Carota, Albi e Lodo.

La musica non è una cosa seria si intitola la terza canzone dell’album del 2014 de Lo Stato Sociale, L’Italia Peggiore, uscito per Garrincha Dischi. E in effetti, è questa la prima cosa che si percepisce quando si ascolta un pezzo della band electro-pop bolognese, formatasi nel 2009.

Un EP di debutto, due album e centinaia di date tra Italia ed Europa alle spalle, una base sterminata di fan e continui sold out, non solo nei locali storici dell’undeground italiano. Ne ha fatta di strada, questa band che non sembrava diversa da tantissime altre che popolano la scena alternativa del nostro paese. Eppure non sono diversi al loro ennesimo concerto, al New Age di Roncade (TV), da come li ho incontrati per la prima volta, nel dicembre 2012, quando Turisti della Democrazia era ancora un disco relativamente di nicchia e la platea era composta da una trentina d’anime. Prendono ancora in giro tutti indiscriminatamente, si muovono ancora con quell’aria di non avere davvero idea del perché si trovano sul palco o di chi debba suonare cosa, trasmettono ancora tutto il sentimento che hanno, senza curarsi troppo di quel che si possa pensare di loro.

A un live di questi cinque giovani emiliani si va non con l’obiettivo di ascoltare i loro pezzi: per questo esistono gli stereo o gli iPod. Ci si va perché i loro non sono semplici concerti, sono spettacoli teatrali musicati. Li si vede scambiarsi costantemente i ruoli, cambiare i testi a seconda dell’attualità, seguire coreografie, improvvisare cabaret, gettarsi sulla folla sperando di essere sostenuti anche questa volta, introdurre i pezzi con lunghi monologhi introspettivi, legati a una visione del mondo che per qualche motivo ci si sente sempre di condividere. Sarà per la preparazione da Accademia d’Arte Drammatica di Lodo. Sarà perché i temi seri li trattano sempre con profonda leggerezza, con le parole giuste. Sarà perché conoscono il linguaggio degli italiani under 30, ché è anche il loro, e di certo non hanno paura di usarlo.

Se si cerca tecnica impeccabile, forma e serietà si sta indubbiamente cercando nel posto sbagliato. Ma loro, d’altronde, si sono rotti il cazzo dei critici musicali che si credono Lester Bangs o Carlo Emilio Gadda. Quel che interessa loro è divertirsi facendo divertire, informare con un sorriso, inneggiare a una rivoluzione ballata che non passerà in TV. Sono un fenomeno inedito per un’Italia abituata a cantanti neomelodici e prodotti di talent show, ma anche per l’Italia underground che prende i propri gusti eclettici troppo sul serio. Anzi, a volte proprio la fauna che abita la scena alternativa che attrae le loro critiche: è persino il tema attorno al quale si sviluppa la canzone che per prima li ha portati alla ribalta, Sono così indie.

Di cos’altro parla, quindi, Lo Stato Sociale? Si passa da sentimenti altissimi a frasi sconclusionate all’interno dello stesso brano, il tutto sempre accompagnato da ritornelli ritmati che quasi costringono a cantare e ballare, senza preoccuparsi di usare un linguaggio altamente colloquiale (un’intera canzone si chiama Mi sono rotto il cazzo). Raccontano di quei fenomeni tipicamente italiani a cui siamo abituati: la televisione monopolizzata da programmi privi del minimo contenuto culturale (“Tutti i martedì alle 21 in diretta, Enrico Papi si taglia una mano!”), la cattiva politica (“tutte le strade portano alle larghe intese, tutte le strade portano in Europa, tutte le strade portano a fanculo”), la gente che dice all’estero è tutto meglio e li trovi sempre qui a lamentarsi, gli stereotipi stessi che gli italiani hanno di sè stessi. e a tutti quelli che hanno guardato all’Italia dandone una versione caricaturale e lontana dalla realtà, io li invito a venire a godere di qualcosa che in questo ventennio evidentemente non siamo riusciti a distruggere ovvero il sole, il mare e la migliore cucina del mondo.

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Ogni canzone ha una storia diversa e speciale da raccontare. Può essere qualcosa di stupido, come in Forse più tardi un mango adesso, o serissimo come Linea 30, che racconta la strage di Bologna del 2 agosto 1980 attraverso il ricordo del padre di uno di loro, Bebo. C’è la classica ballata d’amore, Te per una canzone scritto ho, ma di amore parla anche Io, te e Carlo Marx, sulla relazione tra uno dei membri della band e la sua ragazza, medico (Io canto e tu mi salvi la vita, lui raccoglie le mele e tu gli salvi la vita,  lei scende in strada a battere e tu le salvi la vita, lui muore schiacciato dalle lamiere e non puoi farci niente, forse è per questo che continuo a cantare o a fare il deficiente), o Amore ai tempi dell’Ikeasebbene sotto un’altra forma.

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Dopo un turbinio di emozioni, dopo aver distrutto le proprie corde vocali su Ladro di cuori col bruco, consumato le suole muovendosi con Abbiamo vinto la guerra (ma tu balla leggera su questo prato di carta: mia Venere scalza, per te l’inchiostro è in offerta), annuito seri ed applaudito al discorso riguardante Carlo Giuliani e gli avvenimenti della Scuola Diaz che anticipava Il sulografo e la principessa ballerina, è ora di andare. Non c’è nulla di più adatto di Cromosomi per farlo, mentre a sorpresa i coriandoli cadono sulla folla. Spesso il male di vivere ho incontrato, l’ho salutato e me ne sono andato.

Tante cose negative si possono dire su Lo Stato Sociale e probabilmente molte di queste a piena ragione. Se si capisce con quale orecchio e quale mentalità ascoltarli, però, non si può che rispondere in un solo modo a tali critiche, come insegna In due è amore, in tre è una festa: più canzoni, meno rompicoglioni.

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Ex siddina talvolta nostalgica di Gorizia, studia Giornalismo e Diritti Umani a Parigi dopo essersi innamorata della stampa con Sconfinare. Appassionata di troppe cose per elencarle tutte.

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