Sconfinare Jukebox: The Cure are back!

di Valentina Montesel

Il palco immerso in una coltre di fumo denso, bianco. Le luci vitree si riflettono su 15.000 persone in trepidante attesa. Qualche fischio, qualche grido impaziente, ma la maggior parte della platea è in reverenziale silenzio. Ed ecco che, sulle prime note di Plainsong, entra lui: Robert Smith, leader, frontman e songwriter della storica band The Cure, con il suo iconico look che porta da più di 30 anni, capelli neri cotonati, occhi cerchiati di nero, rossetto rosso ed abiti total black. Aggrappato alla sua Schecter lucida, il cantante ulula al microfono “The wind is blowing like it is the end of the world”, accompagnato dallo storico bassista Simon Gallup, dal batterista Jason Cooper, dal tastierista Roger O’Donnell e da Reeves Gabriels, chitarrista di David Bowie dall’87 al 2000, che segue i Cure in tournée dal 2012.

Dopo 16 anni di assenza da Bologna, i The Cure sono tornati alla Unipol Arena sabato 30 ottobre con una scaletta da capogiro: tutti i classici più famosi, da Play for today (1980) a The hungry ghost (2008), passando per Boys don’t cry, Lullaby, A forest, Friday I’m in love, Just like heaven, Inbetween days. Per un totale di quasi tre ore di concerto, la band ha ripercorso tutta la sua storia ed ha dimostrato la geniale poliedricità del proprio stile musicale, trascinando il pubblico estasiato in una danza frenetica con Close to me e Why can’t I be you? per poi immergersi nelle tinte cupe e goth di Lovesong, Charlotte Sometimes, If only tonight we could sleep.

Colui che ha guidato l’audience in questo viaggio magico nelle viscere della propria storia è stato proprio Robert Smith. Venerato dai propri fan alla stregua di un dio, ha dimostrato di essere molto più di un’icona dark e post punk: ha alternato parole biascicate in italiano a dello humour molto inglese (“When someone will ask me to say something in Italian I’ll just put my hands in the air and scream”, canzonando il pubblico), arrivando a cimentarsi in una canzone di buon compleanno per un O’Donnell imbarazzatissimo e sorridente. Ancora molto stretto il rapporto di Smith con Gallup, colonna portante dei The Cure sin dalla nascita nonostante gli alti e bassi ed i litigi interni negli anni ’80, probabilmente dovuti ad un consumo sregolato di droghe ed alcolici. I due hanno suonato molti brani spalla contro spalla o vis à vis, supportandosi durante i rari assoli – non dimentichiamo che le radici post punk hanno determinato nel gruppo una scarsa dimostrazione di virtuosismi, sia in studio che sul palco, privilegiando l’emozione, l’impressione, i testi -.1024px-150-minute_almost_non-stop_show_not_enough_for_the_cure_at_frequency_festival_7815832034

Il tour mondiale è proseguito poi alla Palalottomatica di Roma (30 Ottobre) ed al Mediolanum Forum di Milano (31 Ottobre e 01 Novembre), registrando il tutto esaurito già nelle prime ore di vendita dei biglietti, successo evidentemente inaspettato che ha portato ad aggiungere una data a Milano, considerato che in origine era prevista solo quella dell’1 Novembre. Il gruppo è stato supportato dai The Twilight Sad, una band giovanissima ma con uno stile indie shoegaze graffiante e ben definito. Molto forte la presenza scenica del cantante James Graham, che con un look anonimo ed un taglio di capelli che ricordano molto Ian Curtis ha tenuto l’Unipol Arena con il fiato sospeso per 40 minuti circa, accompagnando con voce eterea la densa texture di tastiere e chitarre distorte, dimenandosi come un folle davanti al microfono e sollevando drammaticamente le braccia verso il cielo. Nemmeno lui prodigo di humour: “I wanted to apologize for my bad English, you know, I’m scottish”.

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Un concerto memorabile, in conclusione, che ha visto protagoniste due band di incredibile spessore. Una vena di malinconia percorreva però la platea: che sia proprio questo il tanto annunciato ultimo tour dei The Cure? Personalmente, ne dubitiamo. Dal 1987 Robert Smith dichiara periodicamente che non si esibirà più, per poi puntualmente smentirsi con concerti sempre più lunghi, sempre più energici, davanti ad un pubblico delirante che annovera sempre più fans giovanissimi cresciuti a latte e lullabies, oltre che i fans storici. I The Cure non sono morti, i The Cure non sono “cold inside” come cantava Smith nel 1982. I The Cure sono più vivi e colorati che mai, e le emozioni che trasmettono live sono sempre fortissime, tanto da costringere più di qualche fan ad asciugarsi gli occhi durante i brani più intensi. Ma di nascosto però, perché si sa, boys don’t cry.

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