Sconfinare Jukebox: Wilder Mind – Mumford & Sons

Poche cose ma sicure ci si potevano aspettare da un album dei Mumford and Sons prima di questo 4 maggio 2015: dei banjo potentissimi, testi da brividi, vocalità a tratti corali e quattro ragazzi inglesi che non volevano essere solo la solita, scontata one-hit indie band che riesce ad accaparrarsi un posto sul second stage di qualche festival famoso per poi scomparire nel nulla.

Erano riusciti nel loro proposito sei anni fa con Sigh No More, ricco di perle sia tra i singoli – con un’indimenticabile Little Lion Man – che tra le canzoni meno note dell’album, come ad esempio l’alta poesia di Thistle and Weeds. All’epoca avevano persino deciso di autofinanziarsi, dissero, per evitare compromessi artistici e tecnici inevitabili quando si realizza un progetto in studio. Erano stati accolti dalla scena alternativa in modo straordinariamente caloroso, affermandosi velocemente come una rivelazione nell’ambiente.

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Ci avevano riprovato nel 2012, ed era andata anche meglio: il loro secondo album Babel è arrivato a vincere il Grammy per il miglior album nel 2013. Sempre indivisibili dal loro folk rock caratteristico ed adorabile, sempre pronti a cavalcare l’onda dell’emozione con assoli di banjo ed arrangiamenti azzeccati, spingono più di una volta sull’orlo delle lacrime. Nel settembre del 2013, però, l’annuncio: “non ci saranno attività legate ai Mumford And Sons nel prossimo futuro – questo è quanto abbiamo in programma al momento, di fare molto poco, almeno per quanto riguarda la band. Ci riposeremo un po’.”

Se ciò che è nato da quella fatidica pausa di riflessione è Wilder Mind, sotto le etichette Island Records, Glassnote Records e Gentlemen of the Road, però, bisogna dirlo: avrei preferito che davvero non tornassero più sulla scena musicale. La loro terza fatica in studio è di certo, a tratti, una vera fatica da ascoltare anche per i fan più fiduciosi.

Avremmo dovuto capirlo già dalle prime dichiarazioni, che parlavano di Mumford and Sons che non sentivano più il bisogno delle loro caratteristiche casse a pedale, del contrabbasso o, ribadisco, del banjo all’interno delle future canzoni. Avremmo dovuto fiutare che il dramma era dietro l’angolo quando il primo singolo, Believe , mancava di quasi tutto ciò che di minimo ci si aspettava da loro. Eppure, è un colpo al cuore durissimo in ogni caso, paragonabile soltanto al momento in cui si vedono fior fiore di laureati con voti altissimi andare a lavorare mesti da McDonald’s. Un’insoddisfazione strisciante che si concretizza in una profondissima contrarietà quando si pensa a quanto si è pagato per avere il cd recapitato a casa ma, soprattutto, un posticino per vederli live all’Arena di Verona.

Ci aspettavamo tutti molto di più, sì. Volevamo tutta la particolarità della stupenda voce di Marcus e abbiamo avuto un incerto incrocio tra Chris Martin e gli Imagine Dragons. Volevamo poesia e abbiamo avuto un banalissimo “oh, baby” come intro. Volevamo i cori e quasi sembra che arriveranno, in Only Love, ma giungono giusto in tempo per scomparire, poi, ancora nel nulla. Volevamo, non smetterò mai di dirlo, i banjo, e abbiamo avuto delle improbabili chitarre elettriche. Soprattutto, volevamo emozioni non banali, non trite e ritrite. Non volevamo terminare l’ascolto, dopo 46:95 minuti, con la sensazione di non aver provato nulla, di non aver interiorizzato alcunché. Persino la copertina dell’album, con una panchina vuota in primo piano e le luci di una città in lontananza, richiama un genere di sentimentalismo gratuito che non ha molto da offrire a chiunque non sia una ragazza in piena crisi ormonale.

Dal punto di vista di qualcuno che non ha ascoltato i primi due album, potrebbe apparire godibile e piacevole: lo è. Gli altri due singoli, The Wolf e Snake Eyes, hanno già dimostrato di saper trascinare le folle nei primi live del nuovo tour. Semplicemente, il drastico abbandono dell’anima folk per un anonimo indie rock non può andare a genio a chi li vedeva diretti verso un futuro brillante. L’ambiente della musica alternativa aveva un posto speciale per Marcus Mumford, Winston Marshall, Ben Lovett e Ted Dawne. Di certo però non può essere lo stesso posto già occupato dai Coldplay, e nemmeno quello scavato a malapena dagli Imagine Dragons o dagli One Republic di Native. É con la morte nel cuore, il biglietto per un concerto che mi auguro sia focalizzato sugli ormai vecchi successi e un cd che continua ad andare a ripetizione nello stereo, con la speranza di trovarci qualcosa che non ho ancora colto, che cito la seconda canzone:

I don’t even know if I believe everything you’re trying to say to me/ I had the strangest feeling the world’s not all it seems/ so tired of misconceiving what else this could’ve been.”

[youtube http://www.youtube.com/watch?v=dW6SkvErFEE&w=560&h=315]

Per chi volesse ascoltare, invece, ciò che di meglio hanno da offrire, consiglio spassionatamente:

About Viola Serena Stefanello 83 Articles
Ex siddina talvolta nostalgica di Gorizia, studia Giornalismo e Diritti Umani a Parigi dopo essersi innamorata della stampa con Sconfinare. Appassionata di troppe cose per elencarle tutte.

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