Sconfinare tra le righe – Doppio Sogno: il fascino decadente dello smarrimento

“[…] Und immer weht der Wind, und immer wieder     “E sempre soffia il vento, e sempre di nuovo

Vernehmen wir und reden viele Worte                              ascoltiamo e diciamo tante parole

Und spüren Lust und Müdigkeit der Glieder.                  e proviamo gioia e torpore nelle membra.

 

Und Straßen laufen durch das Gras, und Orte               E strade corrono attraverso i campi, e luoghi

Sind da und dort, voll Fackeln, Bäumen, Teichen,        sono, qui e là, pieni di luci, d’alberi, di stagni,

Und drohende und totenhaft verdorrte…                        ora minacciosi, ora spettralmente aridi…     

 

Wozu sind diese aufgebaut? und gleichen                       Perché esistono? e mai uguali gli uni

Einander nie? und sind unzählig viele?                           agli altri? e sono di numero infinito?

Was wechselt Lachen, Weinen und Erbleichen?           Che cosa alterna il riso, il pianto, il pallore?

 

Was frommt das alles uns und diese Spiele,                  A che ci giova tutto questo e questi giochi,    

Die wir doch groß und ewig einsam sind                      a noi che siamo adulti ed eternamente soli

Und wandernd nimmer suchen irgend Ziele?”            e, pur vagando, cerchiamo ancora una meta?”

 

Così scriveva Hugo von Hofmannsthal, nel 1895, nella sua Ballade des äußeren Lebens (Ballata della vita esteriore), uno dei testi manifesto della Dekadenzdichtung (poesia decadente) di lingua tedesca. Dando voce all’angoscia di un’intera generazione: un’inquietudine, un’ansia esistenziale e un’incertezza che esprimono tutto il dolore di un secolo che si avvia alla sua fine, e le cui ultime battute sono sentite come le ultime ore felici di un’intera epoca. In un’Europa che di lì a pochi anni sarebbe piombata nell’abisso della prima guerra mondiale, e che avrebbe poi continuato a languire quasi fino alla fine del secolo successivo, la paura e il bisogno di certezze attanagliano come mai prima: non solo nei Paesi di lingua tedesca, ma anche altrove, il decadentismo si configura come reazione violenta alla caducità dell’essere, percepito come sempre più distante e fuggevole, e alla disperazione che deriva dalla pars destruens nichilista, decisa a sradicare qualsiasi riferimento etico e morale.

Vienna è, proprio in questi anni, uno dei centri gravitazionali della cultura e dell’identità mitteleuropee. Madre e ispiratrice di artisti come Gustav Klimt e Egon Schiele, culla dell’art nouveau, dello Jugendstil e della Secessione, è una città vivace e aperta al mondo. Il termine Jahrhundertwende (letteralmente “cambio di secolo”), utilizzato in lingua tedesca solo per il periodo tra l’800 e il ‘900, ben rende la portata del cambiamento che sta ponendo le proprie radici. Alla rivoluzione artistica e del gusto estetico se ne accompagna tuttavia un’altra, destinata a cambiare radicalmente la percezione che abbiamo di noi stessi e a lasciare un segno indelebile nella coscienza sociale moderna: si tratta della psicanalisi, che costringe ad un radicale ribaltamento di prospettiva nel modo in cui si guarda – sia fuori che dentro.

A Vienna, Arthur Schnitzler è un neurologo. Nonostante rifugga per tutta la vita l’etichetta del decadente e venga spesso inserito nella corrente dell’impressionismo letterario tedesco, egli è (insieme ad Hofmannsthal) uno dei principali esponenti dell’estetismo viennese; nella sua attività professionale farà la conoscenza di Sigmund Freud, le cui teorie influenzeranno parte consistente della sua produzione artistica. Al 1893 risale Anatol, una raccolta di scene teatrali incentrate su un personaggio dedito al culto della bellezza e della mondanità, tipico ritratto dell’eroe decadente; ma è nel 1926 che viene pubblicato il suo lavoro forse più famoso, Doppio Sogno (Traumnovelle). Una novella solo apparentemente semplice, ispiratrice di uno dei classici del cinema contemporaneo: Eyes Wide Shut, di Stanley Kubrick, è infatti  un adattamento moderno di questa, meno conosciuta, Novelle.

Fridolin e Albertine, giovane coppia di viennesi benestanti, vive quella che si potrebbe davvero definire una vita puramente esteriore. Circondati dalla sicurezza ovattata della loro casa, dall’amore della figlia e dalla sicurezza del denaro, reprimono (più o meno consapevolmente) il loro desiderio di evadere. Finché, una sera, una festa in maschera offre l’occasione per dimenticarsi di se stessi ed essere qualcun altro, al di fuori dei rigidi schemi imposti che entrambi osservano abitualmente senza porsi alcuna domanda: vivere per vivere. L’esistenza di Fridolin e Albertine, pur serena e senza macchia, è fine a se stessa; Doppio Sogno condensa, in poco più di cento pagine, i fallimentari tentativi intrapresi da entrambi per darle un senso. Senso percepito come qualcosa che si ottiene solo da un’esperienza vissuta al limite della lucidità, in una sfilata di allegorie e immagini violente e stridenti.

“Solo così, con una specie di finale maestoso, poteva concludersi quella notte, se doveva significare qualcosa di più di una vaga e confusa successione di avventure malinconiche, squallide, ridicole e lascive, nessuna delle quali era stata tuttavia vissuta fino in fondo.”

Nell’angoscia del voler essere come risposta al non poter fare, all’annichilimento totale delle forze, delle capacità e della comunicazione con l’altro (uno dei temi principali della produzione di Schnitzler), entrambi i protagonisti tentano il tutto per tutto: l’azione estrema per dimostrare a se stessi di non essere piombati nell’inettitudine, la trasgressione più allucinata per convincersi di avere ancora qualcosa da dire. Schnitzler tratteggia le avventure di Fridolin e Albertine all’interno dei contorni del sogno, effettivo o solo metaforico: quello che si vede è una successione di maschere inquietanti, ognuna a suo modo simbolo della frustrazione e della voglia di rivalsa di entrambi. Il sogno è simbolo della divaricazione, divenuta totale, tra essere e apparire.

Lo smarrimento, tuttavia, è solo temporaneo: alla fine della notte, quando un’alba grigia già colora la stanza, i nostri protagonisti confessano. Nessun pentimento e nessun rimorso: solo la consapevolezza di un’evasione perfettamente lucida, e che non lascia tuttavia alcuna traccia nel presente; come il sapore di un sogno che, a pochi minuti dal risveglio, sfuma gradualmente fino a perdersi nella mondanità del quotidiano.

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