Scrivere poesia dietro alle sbarre: storie d’arte e dissidenza

Se invece di essere impiccato
Vieni sbattuto dentro
Per non aver rinunciato a sperare
Nel mondo, nel Paese, nel tuo popolo
Se devi scontarti dieci o quindici anni
Oltre al tempo che ti rimane,
E’ meglio che non ti venga da dire
“Avrei preferito che mi avessero
Appeso a una corda
Come la bandiera”
Punta i piedi e vivi.
Potrebbe non essere esattamente piacevole
Ma è tuo solenne dovere
Vivere ancora un altro giorno
Per fare dispetto al nemico.
Parte di te potrebbe vivere solitaria dentro,
Come un sasso in fondo al pozzo.
Ma l’altra parte di te
Deve essere  coinvolta
Nel vortice del mondo
Tanto che ti viene da tremare
Quando fuori, a quaranta giorni di distanza,
Si muove una foglia.

Aspettare lettere mentre sei dentro,
Cantare canzoni tristi
O stare svegli tutta la notte a fissare il soffitto
E’ dolce ma pericoloso.
Guardati la faccia tra una rasatura e l’altra,
Stai attentto ai pidocchi
E alle notti di primavera,
E ricordati sempre
Di mangiare l’ultimo boccone di pane –

Non dimenticarti anche di ridere di cuore.
E chissà,
La donna che ami potrebbe smettere di amarti.
Non dire che non importa:
Per l’uomo che è dentro
E’ come un ramo verde divelto e spaccato.

.Pensare alle rose e ai giardini fa male,
Pensare al mare e alle montagne fa bene.
Leggi e scrivi senza riposo,
E consiglio anche di tessere
E di costruire specchi.

Voglio dire, non è che non si possono passare
Dieci o quindici anni dentro
O anche di più
È possibile
Purché il gioiello
Nella parte sinistra del tuo petto
Non perda la sua lucentezza.

– Nazim Hikmet  nel 1949, dalla prigione di Bursa, in Turchia

L’arte – e la letteratura in particolare – si sa, non porta sempre e solo fortuna a chi la mette al mondo. Di poeti imprigionati, per i motivi più differenti, ne abbiamo visti sfilare nei secoli. C’era Oscar Wilde e il suo De Profundis scritto al fresco, rinchiuso per “gross public indecency”. C’era l’Arcipelago Gulag di Aleksandr Solzhenitsyn, scaturito da una penna troppo critica del sistema staliniano. C’era un Miguel Hernandez che scriveva tenere poesie al figlio appena nato da dietro alle sbarre franchiste, pochi mesi prima di morire. “‎“No, non c’è prigione che possa rinchiudere l’uomo, non potranno legarmi, no. Questo mondo ‎di catene mi è indifferente ed estraneo. Chi può rinchiudere un sorriso? Chi può murare una voce? ‎Libero sono. Tu sentimi libero. Soltanto per amore”‎, scriveva alla moglie nel 1937. C’era Nazim Hikmet, il “comunista romantico” dalla lirica troppo rivoluzionaria per la Turchia post-kemalista. La storia della letteratura mondiale è disseminata di queste figure, di voci che non tacciono e non si piegano davanti alla miseria e alle avversità – e di grandi opere, anzi, nate proprio tra le fredde mura di un carcere.

Chi sono i nuovi poeti in prigione del nostro secolo? In che angolo del mondo sono rinchiuse le loro parole? Ogni anno, nella Giornata Internazionale della Poesia – istituita e pubblicizzata dall’UNESCO – c’è un’organizzazione internazionale non governativa tra le più antiche al mondo che si impegna a ricordare i nomi di quegli artisti che alcuni di noi, forse, non avranno nemmeno mai sentito nominare. Si chiama PEN – un intelligente acronimo per Poets, Essayists, Novelists – e dalla sua fondazione a Londra nel 1921 si è impegnata a creare una rete internazionale di collaborazione e solidarietà tra professionisti della scrittura in tutte le sue svariate forme. In particolare, il suo Writers in Prison Committee dal 1960 si occupa di difendere scrittori ed intellettuali dalla prigionia, chiedendo eventualmente la loro scarcerazione, pubblicando i loro lavori e pubblicizzando le loro storie in modo che non vengano dimenticati in qualche cella buia.

Grazie a questa preziosa azione veniamo così a conoscenza di nomi esotici ed interessanti di poeti e poetesse tragicamente imbavagliati da diversi paesi.

C’è Amanuel Asrat: poeta, critico e giornalista eritreo arrestato il 23 Settembre 2001 nella cornice di un aspro conflitto tra il governo del Paese e i media. Uno dei principali fautori della primavera poetica eritrea del 2000, Asrat è il fondatore di uno dei più prestigiosi circoli letterari del Paese e vincitore di diversi importanti premi letterari per le sue liriche, che spaziano dalle difficoltà di ogni giorno alla denuncia della guerra come forma di risoluzione dei conflitti. È questo sua approccio pacifista che lo distingue dalla tradizione poetica locale della “Poesia di Guerra”: infatti, storicamente gli intellettuali locali si sono molto spesso schierati a favore della violenza come mezzo. Ciò che gli è costato il lunghissimo soggiorno dietro alle sbarre, oltre alla sua poesia di denuncia, è anche il suo attivismo come giornalista: da caporedattore della più importante rivista di critica letteraria del Paese, infatti, Asrat si è esposto come critico di alcune scelte governative, soprattutto per quanto riguarda il conflitto con l’Etiopia – e, per questo, è stato chiuso in cella durante la campagna del 2001 volta a silenziare le voci contrarie. Dal poco che si sa, Asrat sarebbe detenuto nella prigione di massima sicurezza di Eiraeiro, a nord di Asmara, senza essere mai passato per un processo.

Dareen-Tatour-Profile-Digital-800px-wideC’è poi Dareen Tatour, poetessa palestinese che scrive in arabo e che era già stata rinchiusa dalle autorità israeliane nel 2015 per incitazione alla violenza e “supporto a un’organizzazione terrorista”. Il primo periodo in carcere e i successivi arresti domiciliari non l’hanno, però, messa a tacere: così, trovato il modo di rielaborare ciò che le stava accadendo attraverso la sua arma prescelta – la scrittura, com’è ovvio – Tatour ha condiviso le proprie nuove opere su YouTube e Facebook. Proprio queste pubblicazioni online, lette dalle autorità come una minaccia diretta ad Israele, le sono costate ulteriormente la libertà: in seguito alla sentenza del 2016, dunque, questa donna dovrà affrontare i prossimi otto anni in carcere.

In carcere, ho visto prigionieri
non schedati: non si riesce a contarli…
(…) E poi ci sono gli ammalati di patria,
appena usciti dal grembo del dolore,
hanno vissuto ogni ingiustizia:
violata, la loro innocenza dall’infanzia,
devastati dalla tirannia del mondo.
(…) Non conosceranno mai la loro colpa …
poiché l’amore è il loro crimine
e per gli innamorati, la prigione è il destino.
Ho interrogato la mia anima,
fra dubbio e sbalordimento:
“Qual è il tuo crimine, anima mia?”.
Non lo so ancora.
Ho fatto una cosa sola:
svelare i miei pensieri,
scrivere di questa ingiustizia…
tracciare con l’inchiostro i miei sospiri …
Ho scritto una poesia…
La colpa ha vestito il mio corpo,
dalla punta dei piedi al capo.
Sono una poetessa in prigione,
una poetessa dalla terra dell’arte.
Sono accusata per le mie parole.
Lo strumento del delitto è la mia penna;
l’inchiostro, sangue dei sentimenti, l’impronta
che testimonia contro di me…

08slid2Un’altra donna imprigionata la troviamo molto lontana dall’Africa o dal Medio Oriente: parliamo di Liu Xia – poetessa, pittrice, fotografa e moglie del Premio Nobel per la Pace 2010 Liu Xiaobo. In realtà, ad essere fisicamente dietro alle sbarre è il marito di quest’artista: incarcerato nel 2008 per la sottoscrizione del manifesto politico Charta 08, Xiaobo – uno dei più importanti attivisti per i diritti umani del Paese – comunica con il mondo esterno solo grazie alla moglie. Lei stessa si trova agli arresti domiciliari e le viene impedito di mantenersi economicamente, di usare internet, il telefono o altri mezzi di comunicazione, di ricevere visitatori e persino di scegliere un proprio medico curante. A causa delle sue condizioni di vita precarie, si crede che la salute fisica e mentale di Xia stia deteriorando visibilmente.

Ce ne sarebbero tantissimi altri, è naturale. Tantissime menti brillanti soffocate per aver osato esprimere quei desideri di pace, di libertà, di autodeterminazione che in fondo animano ogni essere umano. Tantissime ingiustizie, tantissime storie che meriterebbero di essere urlate e vengono invece passate sotto silenzio.

Dal profondo della notte che mi avvolge,
Nera come un pozzo da un polo all’altro,
Ringrazio qualunque dio esista
Per la mia anima invincibile.Nella feroce morsa delle circostanze
Non ho arretrato né gridato.
Sotto i colpi d’ascia della sorte
Il mio capo è sanguinante, ma non chino.

Oltre questo luogo d’ira e lacrime
Incombe il solo Orrore delle ombre,
E ancora la minaccia degli anni
Mi trova e mi troverà senza paura.

Non importa quanto stretto sia il passaggio,
Quanto piena di castighi la vita,
Io sono il padrone del mio destino:
Io sono il capitano della mia anima.

– Invictus, William Ernest Henley
About Viola Serena Stefanello 83 Articles
Studentessa del terzo anno di Scienze Internazionali e Diplomatiche. Co-curatrice di Sconfinare Jukebox e CIAK! Sconfinare. Travel blogger e factotum a tempo perso. Appassionata di troppe cose per elencarle tutte.

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