Se la Cina non è stanca

L’inarrestabile avanzata di Pechino ed i nuovi orizzonti della sua politica mondiale.

La Cina non è stanca, o almeno sembra non esserlo, vedendo come si muove in questa difficile situazione internazionale. Mentre Washington combatte ancora per trovare una manovra di stimolo per la propria economia in stallo e l’Europa rimane costantemente disomogenea, Pechino rivede le proprie strategie e riassetta i propri obiettivi a livello mondiale. Dopo essere riuscita ad assorbire una parte sostanziale del debito americano, la tigre asiatica ha puntato gli occhi sull’Europa. Per capire le nuove direttrici geopolitiche che guidano la Cina dobbiamo però ripercorrere le tappe più recenti che l’hanno portata a diventare la seconda potenza economica mondiale.

Possiamo individuare il “core issue” da cui si è sviluppata l’attuale crisi globale nella fondamentale debolezza della domanda aggregata mondiale. In poche parole la domanda mondiale non è abbastanza alta per soddisfare la rispettiva offerta: i paesi asiatici emergenti producono ma non consumano. Cina in primis, che, con un Pil molto elevato ha un corrispondente accumulo di ingenti riserve monetarie. Questo buco nella domanda mondiale veniva rimpiazzato dai consumi degli Usa che vivevano al di sopra dei propri mezzi. Sostanzialmente, l’economia mondiale aveva bisogno che i consumi continuassero a crescere ed il ruolo dell’America a livello mondiale dipendeva proprio dalla sua capacità di sopperire a tale mancanza. Spendendo più di quanto non potesse permettersi, Washington è stata costretta ad indebitarsi e lo ha fatto con l’unico Paese che, grazie alle proprie riserve, poteva permettersi di sostenerne le richieste.
Nel 2008, quando la bolla immobiliare Usa è definitivamente scoppiata, Pechino possedeva circa 1.160 miliardi del debito della maggiore economia mondiale, piazzandosi prima tra i suoi creditori esteri. Se il debito era stato fondamentalmente pensato per tenere lo Zio Sam al guinzaglio, le recenti evoluzioni della situazione economica Usa hanno fatto scattare il campanello d’allarme negli ambienti economici cinesi: la perdita della tripla A nel rating e l’aumento dei tassi di interesse sui titoli di stato evidenziano l’incertezza nella solvibilità americana e, con un ammontare di 1,76 trilioni di riserve in dollari, il gigante asiatico non può certo dormire sonni tranquilli dato che tali riserve sono soprattutto utilizzate per gestire il tasso di cambio del Renminbi. La necessità è quindi quella di diversificare per tutelarsi, continuando ad investire i costanti flussi di liquidità che rimpinguano le sue casse pubbliche, dato che il Pil continua a crescere senza che i cinesi aumentino i propri consumi.

Una delle strade seguite è quella di cercare di influenzare le politiche economiche a Bruxelles facendo leva sui Paesi in difficoltà economica. L’acquisto dei titoli di stato di Paesi come Grecia, Italia, Spagna e recentemente anche Irlanda ed Ungheria, è infatti un amo più che appetibile a cui i governi in questione sembrano voler abboccare. La strategia di Pechino è quella di tentare in questo modo di legare a sé i suddetti Paesi, la cui riconoscenza potrebbe essere utile in futuro sotto diversi punti di vista. Prima di tutto rispetto alla questione della rivalutazione del Renminbi: esposto alle continue pressioni degli Usa e delle maggiori economie europee all’interno del Wto, il governo cinese cerca l’appoggio di alcuni Paesi che potrebbero in un futuro opporsi all’apprezzamento della valuta cinese, che ridurrebbe la spinta all’esportazione dei propri prodotti.

La rete tessuta dalla potenza orientale inoltre è pensata anche per obiettivi di politica energetica: la costante fame di fonti energetiche induce Pechino a cercare delle basi strategiche che possano in un futuro garantirgli delle sicurezze. Per raggiungere questo secondo obiettivo, oltre al rilevamento dei debiti sovrani, si è usata l’arma degli investimenti diretti sul territorio, prevalentemente in infrastrutture. La cosa interessante è che i contratti sono spesso stipulati in modo che siano le compagnie cinesi a costruire, con manodopera cinese ma con salari europei, come è per esempio accaduto per il credito di 4,5 miliardi di dollari fornito agli armatori greci che potevano però acquistare solo navi cinesi. Altri esempi sono la costruzione di un’autostrada in Polonia e l’intenzione di inserirsi nel processo di costruzione dei collegamenti tra Europa orientale e Germania e tra l’Europa e la Turchia. Ma in agenda ci sono anche aspirazioni per il mediterraneo: nel Novembre 2010 il porto di Atene è stato infatti acquisito da Pechino. Le posizioni di forza nella parte meridionale del continente permetterebbero inoltre un facile collegamento con le recenti acquisizioni cinesi in Africa, punto di partenza del nuovo gioco sulle fonti energetiche.
La penetrazione avviene quindi dalle zone periferiche d’Europa, da Paesi deboli i cui interessi a breve termine sono più pressanti dei problemi nel lungo periodo. Sono tutti questi Paesi che, dal punto di vista geopolitico, possono avere un’influenza come canali per il transito di fonti energetiche e come leve politico-economiche nell’Unione e averli come partners commerciali è sicuramente un punto a favore.

Il punto forte della politica cinese quindi, sta nel pensare rispetto al lungo termine, mentre i governi occidentali sembrano in grado solo di sopperire ai bisogni imminenti spesso a scapito dei risultati futuri. Un esempio evidente è quello della crisi americana basata fondamentalmente su logiche speculative. Il motore che muove questa giovane potenza è dunque la costante ricerca di nuovi sbocchi, il costante pensiero del domani.
Sarà forse questa la chiave del successo?

 

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