Se nessuno si cura di accendere i riflettori sull’ecologia

L’impressione condivisa è che tutte le cartucce siano state esaurite. Dai toni imploranti e compassionevoli alle previsioni catastrofiche, dagli studi scientifici più accurati e attendibili alla prospettiva della riscoperta di un legame intimo fra uomo e Natura, ma svilito dalle logiche del capitalismo industriale, dello sviluppo sfrenato e del profitto. Sterminato l’archivio degli effetti benefici evidenziati, che destano di volta in volta, in misura maggiore o minore, l’attenzione dell’opinione pubblica. Tuttavia, sia che si promuova la salvaguardia della biodiversità sia che si metta in luce la più preoccupante inondazione di intere aree costiere, la questione ecologica non riesce più a suscitare le reazioni sperate.

A dire il vero, non è neppure facile definire per cosa si battano una parte della società civile, sparute frange della classe dirigente, intellettuali in apparenza illuminati, una parte della comunità scientifica e, più di recente, esponenti della Santa Sede. Ora per la cura del pianeta, ora per l’ambientalismo, ora per la lotta contro l’industrializzazione selvaggia, ora per un capitalismo dal volto più umano. Alla frammentazione dei propositi di una squadra disunita si sovrappone l’incapacità di ribellarsi a una serie di false credenze, che i detrattori dell’ecologia si adoperano per avvalorare. Se da una parte l’ambientalismo è descritto come vezzo dei partiti di sinistra, dall’altra subisce la non preferibile sorte di essere ricondotto a un antimodernismo irrazionale ed esasperato. Perciò nell’immaginario collettivo all’emergenza ambientale si riserva un grado sovrastimato di importanza.

D’altronde, se un discreto divulgatore tenta di turbare il lettore sostenendo che, alla concentrazione di anidride carbonica di 1000 parti per milione, le capacità cognitive umane diminuiscono del 21%, provocherà a stento perplessità e scalpore (al di là del probabile umorismo), ma, se l’intento consiste nello spiegare quale relazione intercorra fra flussi migratori e riscaldamento climatico, l’interesse aumenta vertiginosamente. E la chiave del maggiore o minore impatto mediatico è qui. Senza ricorrere a toni profetici e allarmismi sproporzionati, ma promuovendo la cooperazione delle parti e la condivisione delle conoscenze, quanti si sono arruolati per condurre questa battaglia fino in fondo non possono eludere il momento cruciale della divulgazione culturale. Chi scrive deve confrontarsi con una serie di inconvenienti capaci di corrodere passo dopo passo l’attendibilità dell’esposizione, dagli studi scientifici isolati e non confermati da un pluralità di centri di ricerca alle proposte fumose di piani di intervento economico, dai riferimenti meno pertinenti ad aree geografiche remote e disabitate a periodi di tempo troppo dilatati.

In tal senso, è stato ammirevole il tentativo ampiamente dibattuto di David Wallace-Wells (New York Magazine, 9 luglio 2017), che ha squarciato il velo di cautela degli abituali articoli scientifici. Se da un lato si è guardato bene dal deformare la questione con un approccio tendenzioso, dall’altro non ha esitato a descrivere con parole crude e un’analisi tagliente le conseguenze del riscaldamento climatico. Mentre il lento scioglimento dei ghiacci non comporta solo il ben poco impressionante innalzamento dei mari, ma anche lo sprigionamento graduale di 1800 miliardi di tonnellate di carbonio (nascosto al di sotto del permafrost dell’Artico), che evaporerebbe nell’atmosfera in forma di metano, 34 volte più potente dell’anidride carbonica, la roccaforte dei negazionisti climatici si asserraglia attorno agli Stati Uniti, che hanno formalmente denunciato gli accordi di Parigi stipulati alla COP21 del 2015. La comunità scientifica non si esprime in maniera compatta sull’emergenza ambientale, convinta che l’oggetto della discussione sia una delle tante “vexatae quaestiones” destinate a rimanere irrisolte, mentre si riduce progressivamente la superficie della foresta amazzonica, che produce il 20% dell’ossigeno disponibile sulla Terra. Dati elementari, ma probabilmente non ancora recepiti a pieno.

Lago Ciad, Africa (Credits: Wikipedia)

Tuttavia, piuttosto che insistere sull’interpretazione etica e idealistica del problema, si può affrontare l’argomento da ben altro punto di vista, di gran lunga più allarmante agli occhi dell’opinione pubblica, ossia quello della sopravvivenza della specie. Quando si discute di risorse naturali, qualità dell’aria, stato di guerra permanente e crisi degli ecosistemi marini, ai più sfugge il fatto che al centro del problema resti l’abitabilità del pianeta, già di per sé instabile. Se manca una visione ad ampio spettro, le energie disponibili, benché valide, continueranno a essere utilizzate in maniera discontinua e scoordinata. Innanzitutto, va ribadita la stretta correlazione fra gli effetti del riscaldamento climatico e l’immigrazione. Quei migranti che da almeno tre anni animano un dibattito feroce e facilmente manipolabile a fini politici, mettono in discussione la capacità di risposta immediata ed efficace dell’Europa Unita e agli occhi di molti sembrano aver lanciato l’assalto alla “fortezza europea”, non si sposterebbero in numero sempre crescente se nelle terre di provenienza le condizioni di vita non si fossero deteriorate in tempi recenti.

Al di là del grado di priorità delle politiche di accoglienza, la tanto vaticinata invasione è un sintomo del malessere del sistema terrestre. Nelle aree tropicali ed equatoriali, di per sé non ideali per l’insediamento umano, la desertificazione avanza, inaridisce campi coltivati (in India il fenomeno è aggravato, fin dagli anni ’60, dallo sviluppo dell’agricoltura intensiva), prosciuga bacini idrici (sia sufficiente uno sguardo al lago Ciad) e, di conseguenza, caccia via dai propri villaggi i nuovi “ecomigranti”. Tra l’altro quelle indicate sono alcune delle aree più popolate del pianeta, dall’Africa subsahariana a quella orientale, dal Pakistan all’India. Se si omettono le cause alla radice della scarsità di risorse e delle tensioni sociali che affliggono le aree in questione, difficilmente ricerche sull’interazione fra la gravità dell’emergenza ambientale e la probabilità dello scoppio di una guerra in una zona circoscritta, come quella di Marshall Burke e Solomon Hsiang, riescono a convincere i più.

A questo punto occorre continuare a risalire la corrente per ampliare la prospettiva sull’argomento e individuare un ulteriore snodo. Neppure l’Expo 2015 di Milano, incentrata sull’emergenza alimentare, ha chiarito a sufficienza la necessità di fronteggiare la crisi ecologica e una combinazione devastante di fame e siccità nel mondo con eguale urgenza. Per cogliere quanto sia pericolosa la concatenazione dei fattori in gioco, basti considerare che, nel continente africano, quelle che sono alcune delle aree più densamente popolate del pianeta hanno un tasso di crescita demografica impressionante (nel 1970 la popolazione era un decimo di quella mondiale, nel 2030 sarà pari a un ottavo, secondo le proiezioni delle Nazioni Unite), per cui, se nel frattempo i raccolti diminuiscono del 10% per ogni grado in più di temperatura, è evidente che la mole dei flussi migratori aumenterà vertiginosamente. Inoltre, nei Paesi in via di sviluppo, i piccoli coltivatori che posseggono meno di 5 ettari di terreno occupano il 30% delle zone coltivabili, ma producono il 70% delle risorse alimentari. Sulla fame nel mondo, nessuno ha compreso che il problema non si può semplificare con un’iniqua distribuzione del cibo fra Nord e Sud.

Campi coltivati, India (Credits: Wikipedia)

Ma al capitolo sull’agricoltura si sovrappone quello sull’allevamento e, di qui, a quello ancor più critico sull’acqua. Da una parte il fabbisogno inarrestabile dell’allevamento, che richiede il 36% delle calorie ricavate in forma di grano e legumi e il 53% delle proteine (tuttavia, se la domanda di cereali dovesse raddoppiare entro il 2050 come stimato, non esisterebbero i terreni coltivabili sufficienti a soddisfare quella domanda), dall’altra la gestione di un bene sempre più raro e conteso, ben oltre le previsioni di una futura guerra del cosiddetto “oro blu”. Il Sud-Est asiatico, insieme all’Africa, è già un terreno di scontro per l’oro blu. A tal proposito, possono risultare utili due scenari differenti. In merito al primo scenario, si calcola che, in quell’area, perché la produzione agricola possa adeguarsi al ritmo di crescita del fabbisogno locale di cibo, i piccoli coltivatori dovranno impiegare dall’80 al 200% in più di acqua entro il 2050. L’altro scenario si focalizza sul carattere geostrategico delle risorse idriche, con un particolare riferimento al braccio di ferro fra Cina e India sulle sorgenti del fiume Brahmaputra, che è uno dei maggiori bacini idrici del Sud-Est asiatico. Dal 2008 si consuma una competizione latente per lo sfruttamento del fiume, dopo che la Cina aveva annunciato il piano di realizzazione della centrale idroelettrica di Zangmu. Tra le due, è la Cina a controllare le sorgenti del Brahmaputra, quindi Pechino non può che usare estrema cautela laddove voglia metter mano al fiume.

I grandi fiumi dell’India (Credits: Wikipedia)

In sostanza, già sul medio periodo l’intero sistema entrerà irreparabilmente in crisi e non sono stati toccati neppure tutti i punti di vista della questione (merita una pagina a sé l’inquinamento dei mari). Al di là del discorso non meno delicato delle responsabilità e del debito ecologico del Nord verso il Sud del mondo, le soluzioni escogitate oscillano fra la limitazione degli sforzi e la fantascienza. Alla COP21 gli accordi di Parigi lasciavano presagire un cambio di rotta radicale o, per lo meno, un’intesa di massima fra i Paesi più industrializzati al mondo, mentre, secondo la comunità scientifica, i rimedi prescritti a Parigi non sono né decisivi, né raggiungibili entro i termini stabiliti. Poco credibili i progetti all’avanguardia di chi, come Wally Broecker, mira a catturare il carbonio attraverso una tecnologia per estrarre l’anidride carbonica dall’atmosfera. Eppure i segnali di reazione al senso di impotenza e di inerzia generalizzato ci sono e vertono tutti su un obiettivo decisamente più ambizioso, ovvero quello di ricostituire uno spirito di autentica cooperazione umana in vista di una missione universale come la salvaguardia del pianeta Terra.

Sono i segnali lanciati dalla Francia al “One Planet Summit” del 12 dicembre scorso, che ha conciliato le proposte di un consesso internazionale al fine di promuovere dodici iniziative in risposta al cambiamento climatico, dalla “Climate Smart Zone” nei Caraibi al “Land degradation Neutrality fund”; e dal pontefice, che, dopo essersi espresso in merito nell’enciclica “Laudato si”, in occasione dell’ultimo viaggio in America Latina ha presenziato a un incontro storico con gli indios, comunità minacciata dalla deforestazione e dagli espropri dei loro territori natii. Perciò, se è vero che un limite è stato oltrepassato, è il momento più opportuno per sancire il “non plus ultra” della spoliazione di un patrimonio che, sulla carta, non appartiene all’uomo. Parola di Rousseau.

Per approfondire:

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Nato a Chieti il 19 marzo 1998, mi sono diplomato presso il Liceo Classico Statale "G. D'Annunzio" di Pescara. Al momento sono iscritto al primo anno del corso di Scienze internazionali e diplomatiche del polo universitario goriziano. Entusiasta di mettermi in gioco senza grandi aspettative, costantemente in cerca di opportunità. Appassionato di Storia, Arte, Letteratura e Lingue classiche.

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