Se sconfinare non è reato

Tra il chiasso elettorale delle ultime settimane e il frastuono di processi-gossip dal più alto appeal mediatico, la notizia è passata sottovoce. Eppure quella del 28 aprile è una sentenza esemplare, come quella della ThyssenKrupp. La Corte di Giustizia europea ha bocciato il reato di clandestinità. Non in toto, sia chiaro. Tanto le pene pecuniaria quanto i Cie, come ha spiegato il legale Luca Masera, resteranno. Ma è stata cancellata la pena del carcere, il fiore all’occhiello della Bossi-Fini del 2002. Per gli specialisti, l’articolo 14 aggiunto al decreto legislativo 286/98 (Turco-Napolitano). Un articolo di cui non si sentirà la mancanza.

Non mancherà agli stranieri”irregolari”, i tanti Hassan El Dridi – 10 mila ogni anno – arrestati e condotti a processo per direttissima. Ma non mancherà ai giudici, che si libereranno della montagna di orientamenti giurisprudenziali in materia di immigrazione. E pure non mancherà alle forze dell’ordine, a cui era richiesto un impegno straordinario in un momento di tagli di risorse e  “razionalizzazione” dei costi. Claudio Giardullo, il segretario del sindacato della Polizia (Silp-Cgil), dalle pagine del Corriere della Sera ha invitato il governo «a non difendere l’indifendibile e a prendere una svolta rispetto alle sue politiche demagogiche».

Perché di questo si tratta: demagogia. O, per dirla diversamente, di quelle che Murray Edelman chiamò in un suo vecchio saggio  “politiche simboliche”. Delle decisioni che non hanno un efficacia ma servono a rispondere ad un bisogno dell’elettorato. E, magari, a farsi rieleggere. Il “problema” clandestini non si risolve con il carcere, semmai scegliendo una via di mezzo tra l’integrazione a prescindere e il respingimento “modello Ventimiglia”.

Il “ghe pensi mi” utilizzato dai nostri politici per esorcizzare il rischio di nuove invasioni barbariche non funziona. L’ha stabilito una volta per tutte la Corte di Giustizia Europea. I cui giudici, è vero, hanno toghe rosse ma restano ben lontani dal clima di piombo che appesantisce lo Stivale. L’Europa del 2011  non prevede la limitazione o la privazione della libertà della persona che entra illegalmente in un suo Paese membro. La direttiva rimpatri impone agli Stati membri di assicurare allo straniero senza permesso «un periodo da 7 a 30 giorni per l’ allontanamento volontario». E il rimpatrio, se coatto, deve avvenire nel rispetto della dignità.

La media europea dei rimpatri è al 40%, quella italiana al 10%.  E ancora: in Italia gli stranieri producono l’11% del Pil e sono il 7,5% della popolazione, gli unici ad alzare leggermente l’indice di natalità nell’encefalogramma piatto della demografia italiana. É ora che Maroni e compagnia se ne facciano una ragione e incomincino a governare con un occhio ai dati. E alle sentenze: Sconfinare non è più un reato punibile col carcere. Che si sappia in giro.

Davide Lessi

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Nasco 25 anni fa nel trevigiano, sinistra Piave. Faccio il calciatore, poi qualche cosa tra me e il prato si rompe: la tibia. Cerco rifugio in Friuli Venezia Giulia, mi laureo al SID a Gorizia e mi specializzo, non tanto, a Trieste. Pur avendo il sussidio disoccupazione a portata, rinvio ostinato la precarietà entrando nella Scuola Walter Tobagi a Milano. Perché il giornalismo è la mia passione: nel 2006, fondo con altri impenitenti il giornale Sconfinare (che dal maggio 2010 IRresponsabilmente dirigo), pubblico col Piccolo roboanti cronache di calcio giovanile e amatoriale, collaboro per 6 mesi al progetto bora.la, il quotidiano on line euroregionale. Amo l’Est e Obama, la mia cagna di quasi 3 anni.

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