Segnali di distensione fra Usa e Iran

Il presidente iraniano Hassan Rohani è stato eletto il 15 giugno 2013.

Il discorso tenuto ieri da Barack Obama davanti all’Assemblea delle Nazioni Unite sembra aver impresso una svolta positiva nella storica rivalità fra Stati Uniti e Iran, ora governato dal presidente moderato Hassan Rohani. Le dichiarazioni di Obama seguono le parole del neo capo di stato iraniano riguardo al programma nucleare nazionale: Rohani, a differenza delle continue e minacciose provocazioni del suo predecessore Ahmadinejad, ha preferito chiarire una volta per tutte le intenzioni del proprio governo, affermando che l’energia nucleare prodotta in Iran servirà unicamente a perseguire scopi civili e che la costruzione di un ordigno atomico non sarà mai presa in considerazione.

«L’Iran non rappresenta una minaccia per il mondo»: così il presidente iraniano ha rassicurato l’intera opinione pubblica mondiale, rivolgendosi in particolare ad Obama e ai suoi alleati. Ai margini di questo abituale appuntamento internazionale al Palazzo di Vetro, si è anche discusso di un possibile incontro bilaterale fra i due presidenti rappresentanti due nazioni fortemente in conflitto; tuttavia, probabilmente in virtù del fatto di non voler forzare i tempi della “riconciliazione”, il meeting tra Rohani e Obama salterà, almeno per ora.

Il leader statunitense si è dimostrato molto chiaro nel suo intervento alle Nazioni Unite, esprimendo apertamente la volontà da parte degli Stati Uniti di percorrere la via diplomatica per risolvere le decennali divergenze con l’Iran sciita, perno e base degli equilibri economici e politici in Medio Oriente. Incoraggiato dai segnali di moderazione provenienti da Teheran, Obama si dice disponibile ad avviare un discorso aperto e, per quanto possibile, sincero con i vertici iraniani, nella speranza che, mettendo da parte le rivalità della Guerra Fredda, si possa trovare una soluzione permanente per stabilizzare il Medio Oriente. Le intenzioni di Obama e di Rohani sono senza dubbio buone. Ottime, se si considerano i diversi momenti di alta tensioni tra Washington e Teheran presenti durante la presidenza Ahmadinejad.

Il presidente Obama ha ben accolto l'apertura dell'Iran (foto U.S. government)

Il capo della Casa Bianca, tuttavia, ha voluto comunque dare un avvertimento al suo possibile futuro alleato: parlando della questione siriana, Obama ha affermato che «la comunità internazionale deve imporre un bando sulle armi chimiche. E’ nell’interesse degli Stati Uniti e del mondo»; gli americani, stando alle parole del presidente democratico, sono fermamente convinti che il responsabile degli attacchi chimici sia il regime. Il tutto è apparso come un chiaro ammonimento nei confronti di Russia ed Iran, entrambi invitati da Obama a non appoggiare il governo di Assad, ritenuto inequivocabilmente il maggiore responsabile delle stragi in Siria.

I segnali di distensione da parte dell’Iran di Rohani verso gli Usa e le altre potenze occidentali fanno senza dubbio parte di un programma di politica estera che mira a diffondere nel mondo un’immagine diversa del paese, non più minaccioso e instabile, ma aperto al dialogo e interessato a dare il proprio contributo per risolvere i conflitti in atto (Siria ed Egitto su tutti). Un cambiamento quanto mai necessario, visto il momento di difficoltà dell’Iran in ambito internazionale: Rohani e Ali Khamenei, Guida Suprema del paese, si sono accorti che una linea intransigente e conflittuale nei confronti dell’Occidente potrebbe danneggiare non solo il ruolo internazionale dell’Iran, ma anche la stabilità del regime attuale, messo continuamente alla prova da spinte filo-occidentali e moderne di una parte della società civile.

Obama, da parte sua, sembra voler approfittare dell’apertura iraniana per cercare di porre fine una volta per tutte alla cronica instabilità del Medio Oriente, zona in cui l’Iran stesso gioca un ruolo fondamentale. Secondo la rivista Limes, i problemi che il presidente statunitense vorrebbe risolvere attraverso il dialogo con l’Iran sarebbero principalmente tre: primo, ristabilizzare l’intera area mediorientale; secondo, pacificare la Siria; terzo, rilanciare la questione israelo-palestinese, ormai da tempo lontana dai riflettori internazionali e, soprattutto, da una soluzione.

Il conseguimento di almeno uno di questi tre obiettivi sarebbe per Obama un coronamento perfetto e glorioso del suo secondo ed ultimo mandato da presidente degli Stati Uniti d’America. Inoltre, il dialogo con Rohani gioverebbe all’immagine internazionale degli Usa, leggermente danneggiata dalla soluzione proposta in merito alla questione siriana dal presidente russo Vladimir Putin, mostratosi alla comunità internazionale come una sorta di deus ex machina pronto a risolvere il conflitto in Siria rimpiazzando la leadership statunitense.

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Appassionato di storia e di arte, mi interesso anche di politica nazionale e internazionale. Se potessi, passerei gran parte del tempo a viaggiare in giro per il mondo: non esiste cosa migliore! Frequento il terzo anno di Scienze Internazionali e Diplomatiche e (forse) sono proprio un aspirante diplomatico, con un grande interesse per il giornalismo.

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