Seneca e l’imperturbabilità del saggio

Come avere una vita serena? Ce lo spiega Seneca nei suoi scritti, ancora oggi molto attuali

D’accordo con Seneca, forse potremmo dividere il gruppo di situazioni spiacevoli che ci si avvicinano nella vita in due: offese e contumelie. Le prime perseguibili, le seconde invece “le leggi non le hanno ritenute meritevoli di punizioni”. Vero è anche, come Seneca sottolinea, che “ogni delitto si può ritenere compiuto relativamente a quanto basta per essere colpevole anche prima della riuscita dell’azione”. Già ci si presenta evidente l’ingiustizia della sorte, qualcuno ingiustamente non sarà punito.
Mi sembra che il ruolo della sorte sia un elemento chiave nell’analisi del libro La Fermezza del Saggio e Altri Scritti di Seneca. Il sottotitolo L’Imperturbabilità dell’animo sembra richiamarcisi: è implicito che la saggezza prescinde dal futuro che le si apre dinanzi, quindi dalla sorte che l’accompagna – nonostante spesso la saggezza diventi evidente, quasi palpabile, proprio nelle condizioni di estrema difficoltà che certi saggi, si può portare ad esempio Socrate, si sono trovati ad affrontare. D’altra parte è proprio in tali circostanze che la loro saggezza li ha resi immortali.

Nel libro, Seneca ci racconta come l’offesa non danneggi il saggio: egli “assiste tranquillo a dolori, danni, piaghe, ferite e grandi movimenti di cose rumoreggianti intorno a sé (…), tutto tollera così come i rigori invernali e il cattivo tempo, come la febbre e le malattie e gli altri eventi casuali”. La spiegazione sta nel fatto che considera tali offese un prodotto di mancanza di ragione. Le considera un mezzo per sperimentare se stesso mettendo alla prova la sua virtù. Per quanto riguarda la contumelia, la considera un problema dei raffinati (sottile il limite con gli effeminati) e dei beati, che in assenza di preoccupazioni più gravi e pressanti si sentono così offesi e disprezzati. Di conseguenza, il loro animo si deprimerà e ne deriverà una certa dose di meschinità. Il saggio, invece, “conosce la sua grandezza e pensa che a nessuno è concesso osare tanto nei suoi riguardi”.

Un altro aspetto che sottolinea l’imperturbabilità del saggio può chiarirsi e ritrovarsi nel comportamento di un dottore con il paziente malato. Ottimo esempio di questa saggezza è la scena del film Pearl Harbor in cui, dopo i bombardamenti giapponesi, si vede l’arrivo dei malati negli ospedali, nel caos generale vengono smistati ancora fuori dall’entrata. Lì un marine prossimo alla morte anziché cercare di cooperare con il dottore urla “brutto muso giallo, non mi toccare”. E il saggio dottore guarda l’infermiera e dice: ““dategli tanta morfina perché non soffra, non ce la farà”.
Seneca scrive che il saggio ha “la stessa disposizione d’animo che noi abbiamo verso i ragazzi nei riguardi di tutti, i quali rimangono puerili anche dopo la giovinezza e la vecchiaia”.

Se da un lato il saggio sopporta con serenità le avversità, dall’altro accoglie con moderazione le circostanze favorevoli. “Non si inorgoglirà se molti ricchi lo guarderanno con ammirazione – sa infatti che essi non sono per niente diversi dai mendicanti”. Differentemente dagli imperfetti, non si regola secondo l’opinione comune.

Questa perfezione appare quasi sovrumana e sembra mostrarci un saggio che basta a se stesso, e in se stesso trova tutte le risposte – la donna non gode di alcuna considerazione. Quasi in contraddizione ho rilevato altre due riflessioni nel testo. La prima riguarda il fatto che “non è virtù sopportare quello che non senti” e la seconda “… che bene prezioso è l’esistenza di cuori preparati ad accogliere in sicurezza ogni segreto, la cui coscienza tu debba temere meno della tua, le cui parole allevino l’ansia, il cui parere renda più facile una decisione, la cui stessa vista faccia piacere!”. Leggére contraddizioni che credo trovino senso nella difficile ricerca di equilibrio tra gli estremi contrastanti che sono anche le nostre energie vitali.
In riferimento a questi desideri contrastanti all’interno di noi stessi, alla nostra natura umana in continuo movimento, formula un’apparentemente dolce frase: “La solitudine e la compagnia saranno una il rimedio dell’altro”. Per quanto riguarda la quasi antitesi otium-negotium, tra la contemplazione della realtà e l’azione, si capisce come in fondo si complementino a vicenda.
Così Seneca ci invita a “riflettere se la tua natura sia più adatta all’attività o a un ritiro dedito agli studi, e devi volgerti là dove ti condurranno le capacità del tuo ingegno.
Occorre dunque lamentarsi il meno possibile della propria condizione e afferrare tutto ciò di buono che ha intorno a sé : non c’è nulla di così aspro in cui un animo obiettivo non sappia trovare un conforto. Usa la ragione di fronte alle difficoltà: le durezze possano addolcirsi, le strettoie allentarsi. Trova ai desideri uno sbocco vicino dal momento che non sopportano di essere del tutto bloccati”.
Occorre infine “che tu abbia fiducia in te stesso e creda di procedere per la strada giusta, non facendotene assolutamente distogliere dalle orme incrociate dei molti che vagano in tutte le direzioni, di alcuni che sbandano proprio ai margini della strada”.

Seneca ci indica questa strada per la stabilità dell’animo che egli chiama tranquillità, “uno stato di benessere senza mai esaltarsi o deprimersi”. Io non so ancora se augurarvela, per ora mi limito a cercar di “tener duro, senza indurirmi”.

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Sono Silvia Marchi, secondo anno al SID.

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