Sessantesimo anniversario dell’approvazione della legge Merlin

Au Salon de la rue des Moulins, dipinto di Henri de Toulouse-Lautre(fonte Wikipedia)

“Oggi siamo cittadine come tutte le altre”: legge Merlin tra avanguardia e anacronismo

di Elisabetta Bernini e Luigi Volponi

Il tema della prostituzione è da sempre considerato un tabù, un tema delicato e quasi di difficile comprensione e condivisione. Il dibattito pubblico si è davvero aperto al tema solo a seguito delle lotte femministe degli anni Venti del Novecento. In Italia questo processo ha trovato la sua rappresentante nella senatrice socialista, insegnante e partigiana Lina Merlin (all’anagrafe Angelina Merlin). La senatrice è stata la principale responsabile di quella che, attraverso un lunghissimo iter parlamentare (ben dieci anni), è conosciuta come legge Merlin. Questa legge prevedeva la chiusura delle cosiddette case di tolleranza, nonché l’introduzione dei reati di sfruttamento, favoreggiamento e induzione alla prostituzione. La norma è stata approvata dal Parlamento il 20 febbraio 1958 con 385 voti favorevoli e 115 contrari. A sostegno della Merlin si schierarono i socialisti (con alcune rilevanti eccezioni, come Pietro Nenni), i comunisti, i repubblicani e i democristiani. Contrari furono invece i monarchici, i missini, i radicali e i liberali.

Nel Belpaese dunque, come anche in Gran Bretagna, è stato deciso di deregolamentare la prostituzione, consentendo però la pratica ai maggiorenni (come parte delle scelte individuali garantite dalla Costituzione) e andando a colpire tutti gli effetti collaterali: lo sfruttamento, l’induzione e il favoreggiamento.

Uno sguardo al resto del mondo

Esistono nel mondo altri modelli che, per semplificazione, è possibile ricondurre a tre direttrici principali: quella che fa capo alla Svezia, quella che ha come punto di riferimento la Germania e infine quella che è ben rappresentata dalla Turchia. In Svezia a partire dal 1999 con la legge Kvinnofrid, si è introdotto un modello basato sulla punizione dei clienti e non delle prostitute. In Germania invece dal 2002 i sex worker sono riconosciuti dallo Stato al pari di altri professionisti e sono quindi sottoposti a una precisa tassazione e regolamentazione. Per finire, in Turchia, la legge punisce severamente sia i clienti che le “fahişeler“, le prostitute turche.

Determinare quale sia il modello migliore, è una questione chiaramente complessa, che porta facilmente ad arenarsi in un mare di opinioni, valori e culture estremamente soggettive. Ogni modello ha degli oggettivi punti a favore, ma è altresì vero, che ognuno si riallaccia a visioni del mondo quasi antitetiche. In un’ottica in cui il meretricio è visto negativamente e la prostituta è considerata una vittima, l’approccio svedese ha sicuramente prodotto dei risultati nel combattere il fenomeno, inferiore di un decimo rispetto alla vicina Danimarca. Se invece si abbraccia l’idea che la prostituzione, se volontaria, non possa e non debba essere vietata, allora il sistema di regolamentazione della Germania ha portato, tra i benefici, nuove entrate per lo Stato, sottraendole alla criminalità organizzata. Ha inoltre fornito, ai sex worker che si sono regolarmente registrati, assistenza sanitaria e un accesso al sistema previdenziale.

È interessante vedere quale sia poi la posizione dei due maggiori organismi sovranazionali, l’Unione europea e le Nazioni Unite. La risoluzione (non vincolante) approvata dal Parlamento europeo nel febbraio 2014 invita gli stati membri a “ridurre la domanda di prostituzione, punendo i clienti, non le prostitute”. C’è quindi un evidente incoraggiamento a conformarsi al sistema svedese. D’altra parte, l’ONU sembra aver elaborato una posizione diversa da quella contenuta nella Convenzione del 1949, dove si condannava, in toto, la prostituzione organizzata. Il programma congiunto del dicembre 2012 sull’HIV/AIDS sembra infatti essere caratterizzato da un’apertura alla depenalizzazione e legalizzazione del fenomeno. Viene posto inoltre un forte accento sulla necessità di sviluppare leggi, programmi di prevenzione e campagne informative sanitarie (uso di contraccettivi, consulenze sanitarie, diffusione test HIV e screening sanitari periodici).

Ad oggi la prostituzione è stata riconosciuta come un fenomeno che riguarda non solo le donne, ma anche altri soggetti (come uomini, transgender, ecc…). Si è inoltre evoluta con il ricorso a internet e ai social network, che permettono di mettersi in contatto con persone potenzialmente interessate.

Proposte di modifica

Nel corso degli anni, sono state presentate diverse proposte di modifica della legge Merlin, giudicata da alcuni inadatta a  risolvere il problema della prostituzione su strada, anche alla luce delle sopracitate evoluzioni. La situazione, poi, di quei soggetti che hanno volontariamente deciso di praticare “il mestiere più antico del mondo”, risulta assai precaria in quanto priva di garanzie e norme. Last but not least: il problema della stigmatizzazione e dell’isolamento, che quasi inevitabilmente grava sulle spalle di chi segue questa controversa strada.

Tra le più recenti proposte di modifica troviamo quella della senatrice del Partito Democratico Caterina Bini, che trae forte ispirazione dal modello svedese. La Lega invece si è schierata per una legalizzazione con la conseguente tassazione e riapertura delle case chiuse. Anche il progetto del Movimento 5 Stelle prevede una legalizzazione del fenomeno ma si distingue per la proposta di introdurre un certificato di idoneità psicologica di una Asl, da presentare alla Camera di commercio e per l’erogazione di un numero massimo di autorizzazioni e licenze.  La tematica non è però presente nel contratto di governo dell’attuale maggioranza. Molto probabilmente quindi, data anche la natura divisoria del tema, non si arriverà ad alcuna riforma o almeno non in tempi brevi.

Casa di tolleranza, Napoli 1945 (fonte: Wikipedia)

Bisogna comunque ricordare che, al di là dei suoi limiti, la legge Merlin è stata soprattutto una risposta alle terribili condizioni in cui versavano le prostitute all’epoca, come testimoniato dalle numerose lettere ricevute dalla senatrice socialista.

La domanda da cui non è possibile prescindere affrontando questo tema è se possa davvero esistere una prostituzione volontaria. Guardando ai Paesi europei sia dove la prostituzione è legalizzata sia dove non lo è, emerge che questa è praticata soprattutto da immigrati poco qualificati e quindi appartenenti alla fascia di popolazione più vulnerabile, dove è difficile giudicare fino a dove essi siano in grado di esercitare il loro diritto al libero arbitrio. Quanti di loro infatti continuerebbero a fare ciò che fanno se gli fosse offerta un’alternativa migliore? Se non avessero costrizioni economiche o sociali a limitarli?  Il concetto di pieno controllo del proprio corpo non si è forse spinto troppo oltre andando a non attribuire il giusto valore dello stesso? Quali che siano le risposte a questi interrogativi, risulta evidente la necessità di coinvolgere maggiormente i diretti interessati nel dibattito, affinché essi stessi possano avere una voce, quando si prendono decisioni che, sicuramente, finiranno per avere un forte impatto sulle loro vite.

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