Shadow army: la guerra tra eserciti a contratto

La generalizzata ristrutturazione delle Forze Armate ha portato alla costruzione di eserciti di professionisti dando ampio spazio all’outsourcing, cioè l’affidamento a terzi, delle attività militari.
In questo contesto, le Private Military Firms (PMF), società private che forniscono servizi di carattere militare e legati alla sicurezza del personale diplomatico in ambito internazionale, sono diventate attori di primo piano nei teatri di operazione, accanto agli eserciti nazionali.

I vantaggi del ricorso all’utilizzo di PMF sono notevoli non solo sul piano economico, ma anche e soprattutto in ambito politico, in particolare in termini di immagine e dunque, sulla tenuta delle opinioni pubbliche nazionali. Ciò principalmente grazie alla riduzione del numero di morti fra i soldati “in prima linea”, evitando così la potenziale perdita di elementi delle forze armate formati ed addestrati con largo investimento dei soldi dei contribuenti, a fronte della maggiore “spendibilità” dei membri delle compagnie private. Vista la riduzione dei bilanci della difesa statunitense, le PMF sono diventate la prima fonte per colmare qualsiasi tipo di gap tecnologico dell’esercito. L’outsourcing ha portato sicuramente a dei vantaggi al personale militare americano che, grazie all’amministrazione Bush, non si deve più occupare della mera logistica legata ad un intervento in una zona di conflitto (mense, lavanderie, costruzione di edifici, impianti).

Quando le società hanno firmato contratti per occuparsi anche dello spionaggio e delle operazioni combat, sul piano giuridico si sono venute a creare delle difficoltà di inquadramento normativo per i membri, detti contractors, di queste imprese private.

La figura del contractor può essere vista come un moderno mercenario ma è ufficialmente denominato come «personale civile al seguito delle forze armate». Quando però essi intraprendono operazioni militari, non vi sono normative nel diritto internazionale che regolino la loro azione o un eventuale giurisdizione a cui essi dovrebbero essere soggetti.

Barack Obama, nel periodo in cui era senatore, cercò di regolarizzare la posizione dei contractors. Non solo non vi riuscì, ma sotto la sua presidenza se ne fa un uso molto maggiore di quanto non abbia fatto l’amministrazione Bush. Gli ultimi dati noti al Congresso sono che per circa 250.000 militari regolari dislocati tra Iraq e Afghanistan c’è un ugual numero di contractors. Ad oggi le maggiori società a contratto con il Dipartimento della Difesa ed il Dipartimento di Stato sono la Blackwater, la DynCorp, la Tripple Canopy, la K.B.R.. Esse dipendono direttamente dall’esecutivo e non rispondono al Congresso che non conosce la natura di molte delle loro missioni. È un esercito che agisce nell’ombra ed è mosso unicamente da interessi economici. Possono condurre operazioni in patria e all’estero che non sarebbero consentite a militari regolari, molte delle quali proibite da accordi internazionali come la Convezioni di Ginevra (la TITAN o la CACI, altre famose PMF, si occupano da anni degli interrogatori nelle prigioni in Kabul e sono state accusate più volte di utilizzare metodi di tortura).

Le guerre in Medio Oriente sembrano sempre più in mano a compagnie private che agiscono solo in base ad un contratto da onorare. Con il ricorso all’impiego delle PMF, il perseguimento dell’interesse nazionale non può dirsi assicurato data la natura puramente economica che lega le società allo Stato. L’esercito viene letteralmente messo in seconda linea facendo combattere nelle zone più pericolose i soldati privati così che l’opinione pubblica non potrà mai conoscere i numero esatto di feriti o di morti. Si va così a svuotare di significato il concetto di monopolio dell’uso della forza fino ad oggi riservato allo Stato.

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