Siria, l’inverno dei profughi

articolo di Chiara Ceccon, foto di Giacomo Cuscunà*

Come in ogni guerra civile (e tale è stata ufficialmente definita quella in Siria dalla Croce Rossa a metà luglio), le vittime non si contano solo sul campo di battaglia, ma anche alle soglie della “zona rossa”, nei campi profughi in cui migliaia di persone, pur avendo avuto salva la vita, hanno perso tutto ciò che le dà un significato: casa, lavoro, sicurezza e dignità.

Per quanto gran parte delle notizie che giungono dalla Siria risultino oscure o incomplete, spesso filtrate o ridotte dall’apporto dei media, guardando ai dati dell’Onu già si può parlare di crisi umanitaria: 2 milioni e mezzo di persone sono considerate bisognose di assistenza, 1 milione e 200 mila gli sfollati all’interno del Paese e 500mila i profughi divisi tra Giordania, Libano e Turchia. In particolare a quest’ultima spetta l’onere maggiore: nei 14 campi profughi sono almeno 120mila i rifugiati registrati (secondo stime Unhcr) e circa altri 70mila coloro che ancora non lo sono, con picchi anche di 9 mila profughi al giorno, senza contare chi aspetta al confine, continuamente esposto al rischio di attentati e bombardamenti.

I rifugiati sono soprattutto donne e bambini: alcuni di essi sono familiari di militanti dell’Esercito Libero, che tentano così di proteggerli dalla repressione. Le condizioni dei campi profughi, nonostante gli aiuti di associazioni e istituzioni (l’Ue ha recentemente affermato di voler “rafforzare la loro assistenza”), rimangono drammatiche: l’acqua scarseggia, mentre le misure igieniche e alcuni servizi, quali l’elettricità, sono pressoché assenti. E con l’inverno alle porte, non ci sono certo miglioramenti in vista: l’Ufficio dell’Alto Commissariato per i Rifugiati (Unhcr) ha annunciato che il budget a disposizione è sufficiente a coprire solo il 34% delle risorse necessarie.

Alla già difficile situazione si aggiungono incidenti “di percorso” (come l’incendio dello scorso 2 novembre in uno dei campi profughi allestiti dal governo di Ankara nel sud della Turchia nel quale è morto un bambino di 5 anni) e altri episodi allarmanti, come quello di alcune ragazze siriane, prelevate principalmente dalla Giordania, vendute come mogli a uomini sauditi per poche centinaia di euro. Inoltre, sebbene il flusso migratorio sia stato incanalato anche verso l’Iraq attraverso il valico di Al Qaem, inizia a farsi più evidente il malcontento di quelle popolazioni, come quella turca, che vedono il proprio territorio “assaltato” dall’ondata di profughi: infatti il governo di Ankara ha già chiesto di creare una zona cuscinetto in Siria, sotto il controllo dell’ONU, per regolarne i movimenti.

A fronte dei 348 milioni di dollari necessari ad arginare l’emergenza, ne sono attualmente disponibili solo 157: i principali donatori, oltre ai Paesi che già si sono fatti carico di dare asilo ai rifugiati, sono gli Usa e gli stati membri dell’Unione Europea, tra i quali l’Italia, che per i prossimi mesi ha destinato a questo scopo circa 20 milioni di euro. Il 13 novembre, inoltre, su incarico del ministro degli Esteri Terzi, Margherita Boniver, inviato speciale per le questioni umanitarie, si è recata in Turchia in visita al campo profughi di Kilis: è la sua terza missione, dopo quelle in Giordania e Libano. Il responso è stato funereo: non solo gli aiuti sembrano arrivare con il contagocce, ma «non ci sono segnali di un vero “cessate il fuoco”, né di una soluzione politica accettabile». Si prospetta un gelido inverno in Siria.

* Giacomo Cuscunà, laureato in Scienze internazionali e diplomatiche, si occupa delle questioni mediorientali per diversi media. Potete trovare tutti i suoi reportage sul suo blog.

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