Siria, un bombardamento “incompreso”

Nave militare americana spara un missile Tomahawk contro obiettivi siriani (Credits: This Explains That/Facebook)

– di Lorenzo Soncin

105 missili cruise sono un messaggio deciso. Alle ore 4 a.m. (ora siriana) del 14 aprile, le forze americane in collaborazione con quelle francesi ed inglesi hanno aperto il fuoco su tre siti militari in Siria. Il primo obiettivo, non per ordine di importanza, è stato il sito di ricerca e sviluppo di Barzeh, nei pressi di Damasco; in questa struttura si sospettava avvenisse sviluppo di armi chimiche e biologiche, tra le quali ci sarebbero state anche quelle componenti l’armamento siriano utilizzato pochi giorni prima nella città di Douma contro i ribelli. Il sito è stato colpito da 57 missili da crociera Tomahawk e 19 JASSM-ER sganciati da bombardieri strategici B-1.

Il secondo ed il terzo bersaglio si trovavano vicini l’uno all’altro. Si trattava rispettivamente di un bunker di comando e controllo e di un sito di stoccaggio di armi chimiche nei pressi di Him Shinshar, nelle vicinanze di Homs. Rispettivamente i due bersagli sono stati attaccati con 29 missili cruise americani, francesi ed inglesi. Ora, un rapido calcolo fatto a spanne e con dati approssimati, ci rivela che in complesso sono stati impiegati qualcosa come 47 tonnellate in testate, il che vuol dire principalmente esplosivo ad alto potenziale. Le immagini satellitari dei siti prima e dopo l’intervento anglo-franco-americano mostrano da sé la capacità di questi missili. Posatasi la polvere e spente le fiamme, è ora di verificare l’efficacia dell’attacco e se si tratta davvero di una “mission accomplished”.

Va detto come prima cosa che gli americani hanno scelto i loro bersagli con cura. A differenza del bombardamento condotto l’anno scorso, diretto su un solo obiettivo e per di più una base dell’aviazione, la mira si è spostata sui veri centri di sviluppo e stoccaggio di armi chimiche. Questo ci rivela un aspetto importante che non è stato ben considerato: se l’impiego di forze è stato maggiore, l’obiettivo era minore. Il solo fatto di non colpire l’aviazione in generale ma appunto, la reale causa dell’intervento mostra la vera volontà di Washington: un sostanziale desiderio di allontanarsi dalla Siria, ma al contempo una sorta di mantenimento della famosa red line tracciata anni fa dal Presidente Obama sull’impiego di armi chimiche.

Effetti del bombardamento americano a Barzeh (Credits: تنسيقية كاليفورنيا المؤيدة لبشار الأسد | Bashar Al.Assad lovers in CA & USA/Facebook)

Anche i mezzi utilizzati “parlano”: missili cruise, lanciati da navi e da aerei, ma pur sempre rimanendo distanti. Non sono stati raid aerei come quelli, ad esempio, sulla Libia di Gheddafi. L’attacco, inoltre, nel suo complesso e per ammissione stessa del Pentagono, non ha annientato la capacità siriana di condurre attacchi con armi chimiche. Molti altri siti di stoccaggio o di comando non sono stati nemmeno toccati. Lo scopo dunque di questo attacco era quello di deterrenza, non di annientamento; in quest’ottica va cercato il successo o meno dell’operazione.

Secondariamente, con questo attacco gli Stati Uniti ed i loro alleati non hanno deciso una linea di intervento sull’uso di armi chimiche di per sé. Ci sono stati anche nel passato recente diverse offensive governative condotte con gas tossici, ma non c’è stato alcun intervento. La risposta si basa piuttosto sul numero delle vittime causate. La ragione di tale dottrina di intervento non si basa su una sorta di percepita ipocrisia o di opportunismo, ma più correttamente sul fatto che in un teatro come quello siriano è difficile affermare con assoluta certezza l’impiego di armi chimiche.

Da parte siriana, la reazione prima e più probabile sarà di velocizzare il processo già in atto di avvicinamento di forze alleate a punti strategici e sensibili. Tanto più Mosca o Teheran saranno vicine a potenziali bersagli, tanto minori saranno le possibilità che questi finiscano nel mirino americano. Inoltre, è possibile che l’esercito siriano ricorra meno frequentemente all’uso di armi chimiche. Questo per un duplice motivo: il primo è dato dall’affievolirsi dei combattimenti urbani, l’altro per paura di un eventuale secondo intervento della coalizione anglo-franco-americana.

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