Sociologia di Gabry Ponte

Gabry Ponte sul palco di Monfalcone (Credits: Francesca Puntillo)

Del perché Gabry Ponte è uno degli artisti più trasversali della scena musicale italiana.

È una serata afosa in quel di Monfalcone. Assiepati in Piazza della Repubblica, i cittadini si muovono composti tra uno stand di dolciumi e un grill australiano; per una decina di euro, i mates che lo gestiscono promettono di offrire al cliente un assaggio delle carni più esotiche, mentre le famigliole passeggiano tranquille coi figli piccoli al seguito. Sembra una scena già vista, l’ennesima aggiunta nel novero di quelle sagre di provincia un po’ tutte uguali tra loro; ma sarebbe un errore pensare che lo sia davvero.

Appollaiato su un grosso palco al limite estremo della piazza, un DJ osserva soddisfatto la piazza mentre, tra una hit commerciale e l’altra, tiene alacremente aggiornati gli astanti: “Mi confermano ufficialmente che mancano dieci minuti”, dichiara festante. Dieci minuti a cosa? Si inizia a capirlo quando, terminati i saluti istituzionali, la folla -che pare tre volte più grande di quanto non fosse un quarto d’ora prima- comincia a gridare in coro: Gabry! Gabry! Gabry!”. Alla console si presenta una figura atletica. Fa partire la musica, smanetta un po’ coi pulsanti; il volume si fa sempre più alto finché, al momento del fatidico drop, il maxi schermo alle sue spalle si accende e, in un visibilio di luci e fumo da crisi epilettica, l’estraneo si rivela: è arrivata l’ora di Gabry Ponte.

Gabry Ponte a Monfalcone (Credits: Facebook / Gabry Ponte)

Perfino chi, come il sottoscritto, è abituato ad ascoltare tutt’altro (anche con un certo snobismo) sa chi è Gabry Ponte: con alle spalle una carriera ventennale e dieci milioni di dischi venduti sotto la cintura, non c’è bisogno di presentazioni. Eppure risulta difficile immaginare qualcuno che abbia un pezzo di Ponte nella sua playlist di Spotify: se è vero che ogni artista ha un suo pubblico di riferimento, di primo acchito figurarsi quello del disc jockey torinese risulta arduo. Ad un occhio inesperto le sue canzoni sembrano dover essere relegate a pressoché qualsiasi festa privata che usufruisca di un DJ: pezzi semplici e chiassosi, fatti apposta per scatenarsi senza tanto pensare a come. 

In Piazza della Repubblica basta guardarsi intorno per notare di essere circondati da un campionario sociale e demografico ampissimo: accanto a chi scrive si trovano i suoi amici, universitari tra i 20 e i 25 anni, e un signore sulla quarantina; di fronte, una coppietta di liceali 17enni; alle spalle, un gruppetto di 30enni scalmanate. Il paragone con l’ultimo concerto a cui questo giornalista ha partecipato, un festival metal, è impressionante; allora, nessuno tra il pubblico andava oltre i 25 anni. Perché? Per spiegarselo, è opportuno ripercorrere brevemente la carriera di Ponte.

Nato nel 1973, comincia a lavorare come DJ nel 1993; sei anni dopo, alla fine del millennio, fonda il gruppo Eiffel 65, che con il singolo Blue scala le classifiche di 24 Paesi e si guadagna una nomination al Grammy come miglior complesso dance. A partire dal 2002 Ponte alterna il lavoro con gli Eiffel 65 a quello da solista; nei successivi quattro anni escono i suoi singoli più noti, come Geordie e La Danza delle Streghe. Nonostante sembri poi lontano dai riflettori, Ponte continua a sfornare successi internazionali, da solo, con altri artisti e con gli onnipresenti Eiffel 65, fino ad arrivare ai giorni nostri, con Ma che ne sanno i 2000 e le numerose collaborazioni con personaggi dello spettacolo e dell’Internet.

Un momento durante il concerto (Credits: Facebook / Gabry Ponte)

Nel quadro di una carriera così fruttuosa, risulta più importante che in altri casi la collocazione temporale del suo apice. L’apogeo di Ponte e del suo gruppo, come già detto, si può inserire tra l’inizio e la metà degli anni 2000; uno di quei rari periodi di cui tutti coloro che li hanno vissuti hanno un’opinione positiva. Per la generazione di chi scrive, si è trattato dell’infanzia, un momento per sua natura semplice e spensierato, prima dei turbamenti dell’adolescenza e le responsabilità della vita adulta; per i più vecchi è stato invece il momento di una gioventù che davvero poteva definirsi tale, lontana da quest’epoca di ansia digitale; per i genitori di entrambi, quelli sono gli anni prima di una crisi che da economica è diventata valoriale e psicologica.

Insomma, nonostante sia riuscito ad adattarsi ai tempi e a restare sulla cresta dell’onda fino a questo nostro 2018, per il suo pubblico Gabry Ponte è di fatto sospeso nel tempo, l’incarnazione di una felicità nostalgica che va ben oltre la possibilità di lasciarsi andare per una sera. Per questo chiunque lo conosce e, anche se magari non vuole ammetterlo, lo apprezza: semplicemente, ci ricorda come eravamo. Dire per quanto ancora potrà durare il successo di Ponte è difficile. Di certo, per lui la sfida sarà restare un artista innovativo anche quando, un giorno, chi lo ascolta sarà di nuovo davvero felice; fino ad allora, noi e lui possiamo continuare a saltellare in una piazza.

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19 anni. Laziale di nascita, friulano d'adozione. Studente di Scienze Internazionali e Diplomatiche presso il Polo Universitario di Gorizia.

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