Stato di guerra – Parigi, 13 Novembre 2015.

Siamo in guerra e lo siamo da 14 anni. Una guerra mondiale alla quale fatichiamo ad abituarci perché atipica, latente, è la guerra del nuovo millennio.

  • New York 2001 l’attentato che sconvolse il Mondo intero, mai prima d’ora il popolo statunitense aveva conosciuto un inferno di questo tipo.
  • Madrid, marzo 2004, bombe sui binari causarono 192 morti e oltre 2.000 feriti.
  • Luglio 2005, tocca a Londra. 52 pendolari furono uccisi in quattro attentati suicidi che colpirono, nell’ora di punta, tre diverse stazioni della metropolitana e un autobus nella capitale inglese.
  • Sede di Charlie Hebdo, 7 gennaio 2015, entra in scena IS. L’Occidente è accusato di blasfemia nei confronti dell’Islam e ne paga col sangue le conseguenze.

L’Horreur” parigino è la conferma, semmai ce ne fosse stato il bisogno, che il cosiddetto “mondo occidentale” è sotto attacco e rischia di collassare sopra le sue stesse paure come un castello di carta costruito sul vuoto, privo di rigide fondamenta. Nella capitale francese lo stato d’emergenza massima e la conseguente chiusura delle frontiere non veniva proclamato dal 1944, anno dell’occupazione nazi-fascista, e le parole del presidente della République, François Hollande, rappresentano l’incipit di una nuova epoca europea, un’epoca che appare avvolta in una coltre incerta, una nebbia così fitta da lasciare sgomenti e occultare la ragione. “Nous allons mener un combat impitoyable” ha dichiarato Hollande sul luogo simbolo di questa immane tragedia, il teatro Bataclan, dove un commando di tre terroristi hanno dapprima sequestrato e poi barbaramente ammazzato a sangue freddo un centinaio di persone.

Il bilancio ufficiale parla al momento di 127 morti, ma è una stima conservatrice secondo molte testate francesi, Liberation su tutte. L’imbarazzante atrocità di questa notte segna un crocevia importante per tutta l’Europa: nessuno può più considerarsi al sicuro.  La spietata imprevedibilità, l’aspetto più assurdo di questo tipo di attentati, è la matrice di questa guerra che ingenuamente continuiamo, noi occidentali, a ritenere lontana, confinata qua e là per il mondo, quando invece è qui, serpeggia nei nostri supermercati, tra le vie della nostra città, va in scena a teatro, gioca a pallone, recita preghiere.

“L’11 settembre ha rivelato l’altra faccia della globalizzazione. È il terrorismo che varca le frontiere.” disse Joseph E. Stiglitz, premio Nobel nel 2001, in merito agli attentati newyorkesi. Il terrorismo è l’altra faccia della medaglia della globalizzazione, la metà buia della luna, il conto da pagare dopo una ricca abbuffata. Il concetto di “frontiere liquide” tanto caro ai sociologi di mezzo mondo è qui ripreso nella sua più atroce espressione: trasmette paura. Paura dell’altro, del cibo, degli usi e costumi, paura del proprio vicino, del postino che non parla molto bene la nostra lingua, paura di ciò che si dice perché qualcuno potrebbe sentirlo e non accettarlo e magari farne un pretesto per rivendicare chissà che cosa in nome di chissà quale dio. Il fatto è – e questa notte insonne mi ha aiutato a rifletterci – che paradossalmente più questo mondo si considera “aperto” più invece tende ad una progressiva chiusura fino ad assomigliare ad un quadro appartenente alla tradizione puntinista: tratti su tela che un’occhiata superficiale potrebbe non distinguere ma che in realtà sono indipendenti, a sé. Vivono la loro vita, fanno i propri conti, aggiustano i propri cocci e infine s’addormentano. Una globalizzazione dell’individualismo, un’esportazione dell“Io” che alla fin fine corrisponde fatalmente ad una fragilità di fondo.  Siamo impreparati al mondo.

Banale, di comodo, scontato il richiamo ad Oriana Fallaci, alle sue righe, alle sue memorie, ai suoi attacchi non tanto all’Islam ma a quanti pensano all’Islam e alla religione in generale come a fandonie, catechismi di frasi sceme per gente scema.

La strage toccherà davvero anche a noi, la prossima volta toccherà davvero a noi? Oh, sì. Non ne ho il minimo dubbio. Non l’ho mai avuto. […] Molti italiani non ci credono ancora. Si comportano come i bambini per cui la parola Morte non ha alcun significato. O come gli scriteriati cui la morte sembra una disgrazia che riguarda gli altri e basta. Nel caso peggiore, una disgrazia che li colpirà per ultimi. Peggio: credono che per scansarla basti fare i furbi cioè leccarle i piedi.

IS, non ISIS – il terrorismo non conosce confini, Siria e Iraq sono solo “basi” di un impero del terrore che non può venirsi attribuite delle aree delimitate – ha già rivendicato gli attacchi e rincarato la dose affermando che “è stata attaccata la capitale dell’abominio e della perversione” e che “questo è l’inizio della tempesta, il prossimo attacco sarà a Londra, Washington e Roma”. Parigi come la clé d’ouverture d’Europa, lo pensava Hitler nel ’44, lo pensano, oggi, gli jihadisti del califfo Abu Bakr Al Baghdadi.

Lo ammetto, sono sempre stato scettico sull’Europa, fatico ancora adesso a crederci, ma da quest’inferno non se ne può uscire da soli. È necessaria un’azione forte, decisa e comune per combattere ed estirpare questo male che in ogni istante minaccia la nostra integrità e la nostra cultura, che, sia essa la più iniqua e ipocrita di tutte, rappresenta comunque l’identità europea, un’identità che mai come oggi è chiamata a rialzare la testa con fierezza per fronteggiare il terrorismo, il nostro nemico mascherato.

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Perché scrivo? Vi dico la verità? Non lo so. Probabilmente è a causa della mia memoria a breve termine. O forse perché lo ritengo l'unico modo per riordinare i miei pensieri.Troppi e troppe volte dimenticati qua e là nella mia testa. Cos'altro faccio? M'incuriosisco del Mondo, delle sue mille (o cinquanta?) sfumature. Lo analizzo, lo fotografo, lo scopro. Quasi dimenticavo, m'interesso anche di sport, letteratura, musica e fotografia. Un po' di tutto e un po' di nulla, insomma.

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