Stigma: la malattia mentale tra la paura e l’ignoranza

A pochi giorni dal disastro che ha portato alla morte le 150 persone a bordo dell’Airbus Germanwings nelle Alpi Francesi, le testate giornalistiche internazionali continuano a seguire estenuantemente le indagini in corso, in quel crescendo di morbosa curiosità che, è ben noto, caratterizza i media contemporanei. Tra l’intervista al pizzaiolo di fiducia e agli amici, però, c’è un dato a cui viene data particolare importanza: l’Amokpilot, il pilota pazzo (come è stato rinominato dalla stampa tedesca), aveva sofferto di depressione per un periodo, nel 2009.

Il disturbo depressivo maggiore è una patologia psichiatrica sulle cui cause la comunità scientifica tutt’oggi non riesce ad accordarsi. Tra le varie motivazioni di fondo si fanno rientrare fattori psicologici, psicosociali, ambientali, ereditari, evolutivi e biologici. Insomma: tutto e niente. A causa di questa insicurezza di base è molto facile che attorno a questo e ad altri disturbi vi sia un’enorme, terribile disinformazione che porta, a volte, a conclusioni che sarebbero altrimenti chiaramente illogiche.

Nel caso del pilota Andreas Lubitz, ad esempio, l’episodio di depressione di sei anni fa è stato collegato direttamente al suo atto di suicidio-omicidio: un uomo è depresso, dunque deve volersi suicidare, quindi è naturale che voglia volare addosso ad una montagna, togliendo la vita allo stesso tempo a tantissime altre persone. Si tratta di un’ignorante semplificazione del problema: benché i pensieri di morte siano tra i sintomi della depressione clinica, infatti, non si può ignorare il fatto che l’idea del suicidio sia legata a un senso di colpa rispetto alla società e alle religioni, che non solo portano spesso tali pensieri di morte a non concretizzarsi mai, ma inducono il depresso che vuole togliersi la vita a farlo con la maggiore segretezza possibile. A partire da ciò, dunque, ci si dovrebbe domandare se sia corretto, davanti ai 121 milioni di persone che quotidianamente convivono con questo disturbo, semplificare il complesso problema mentale di Lubitz con la parola, buttata lì e non contestualizzata, “depressione”. Parola che ha continuato a rimbalzare tra i titoli anche dopo l’intervento di psichiatri che hanno chiarito come non si trattasse soltanto di “semplice” depressione. Questo, comunque, è soltanto un lampante esempio di come la malattia mentale venga stigmatizzata globalmente, sulla base di un’enorme e strisciante ignoranza.

L’Organizzazione Mondiale per la Sanità ha individuato 5 pregiudizi che impediscono in tutti i paesi l’accesso ottimale ai processi terapeutici ed emancipativi per chi soffre di una malattia mentale: pericolosità, inguaribilità, incomprensibilità, improduttività e irresponsabilità. Citando lo psichiatra e docente di Psichiatria all’Università di Liverpool Alberto Salmoiraghi: “La società vive una sorta di blocco culturale quando si confronta con il mondo psichiatrico. (…) Il risultato è che le persone che soffrono di una malattia mentale grave vengono trattate in modo diverso dalla società e in qualche modo discriminate. Per esempio, è accertato che i malati mentali hanno meno possibilità di trovare un posto di lavoro, di ottenere un piazzamento all’università o un contratto di locazione, persino un’assicurazione, quando messi a confronto con persone portatrici di altre forme di disabilità. I media hanno una grande responsabilità in questo, in quanto per anni hanno legato l’idea dei malati mentali a quella di persone senza speranza e portatrici di violenza.”.

Diverse associazioni, tra cui l’inglese Time To Change, si battono da tempo contro gli stereotipi e i luoghi comuni che alimentano lo stigma della malattia mentale. Da 7 anni, inoltre, si tiene un ciclo di conferenze chiamato Together Against Stigma, che nel 2015 si è svolto a San Francisco. Gli obbiettivi sono semplici e comuni: partire da un riconoscimento del problema e portarlo alla ribalta. Potrebbe ancora sembrare ad alcuni la proverbiale lotta contro i mulini a vento, fino a quando non ci si imbatte nei dati che descrivono la situazione: del 20-25% della popolazione italiana in età superiore ai 18 anni che ogni anno soffre di almeno un disturbo mentale clinicamente significativo, soltanto il 10% accetta di essere trattato presso servizi psichiatrici che potrebbero impedire l’aggravarsi tragico della situazione del paziente.

Indro Montanelli non sbagliava di troppo quando affermava che la depressione è una malattia democratica: colpisce tutti. In un mondo in cui ci si imbatte sempre più frequentemente in un qualche disturbo dell’umore, pare illogico mantenere un atteggiamento discriminatorio nei confronti del malato mentale, quando non è così difficile che, prima o poi, siamo noi stessi a necessitare di aiuto, sperando di non essere per questo ritenuti pericolosi, strani, pazzi.

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Ex siddina talvolta nostalgica di Gorizia, studia Giornalismo e Diritti Umani a Parigi dopo essersi innamorata della stampa con Sconfinare. Appassionata di troppe cose per elencarle tutte.

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