Tap sì, Tap no: tra nuova ragion di Stato e democrazia dei territori

È tornata a infiammarsi la vicenda del gasdotto Tap, che dal scorso 17 marzo è esplosa oltre i confini del Salento per diventare questione nazionale anche nel dibattito pubblico.
Nella notte tra il 26 e il 27 aprile, infatti, un pesante schieramento di forze dell’ordine in assetto antisommossa ha blindato l’area del cantiere, garantendo l’espianto degli ultimi 43 ulivi secolari, con un colpo di mano del tutto inaspettato, considerando l’accordo che si era raggiunto pochi giorni prima nella prefettura di Lecce tra il sindaco di Melendugno, Marco Potì, e il manager della multinazionale, Michele Mario Elia, alla presenza del prefetto Claudio Palomba.

La questione del gasdotto Tap (che sta per Trans-Adriatic Pipeline) è salita alla ribalta della cronaca nazionale nel marzo di quest’anno per le decise proteste della popolazione del Salento, zona in cui il gasdotto dovrebbe arrivare, per percorrere gli ultimi 60 km prima dell’aggancio alla rete nazionale nello snodo di Brindisi. Si tratta di un’opera sulla carta faraonica: migliaia di chilometri di tubature che vorrebbero trasportare il gas azero del giacimento di Shah Deniz 2 fino all’Italia, per poi da lì smerciarlo in tutta Europa. Un’opera che l’UE ha giudicato come “strategica” per la sua politica energetica comunitaria, stanziando fondi specifici e alquanto ingenti (d’altronde, il costo totale dell’opera si aggira attorno a 45 miliardi di euro).

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Nel Salento, il dibattito non è nuovo e dura già da qualche anno, ovvero da quando arrivarono i primi annunci e le manifestazioni della volontà di far approdare sulle spiagge della zona un gasdotto, con relativi cantieri, lavori e via dicendo. Un manifestazione di intenti che fin da subito ha spaccato la comunità del territorio, portando in breve alla nascita prima di un comitato e poi di un vero e proprio movimento, contrario alla costruzione del Tap.
Le obiezioni sono nate in primis dallo studio della Valutazione di Impatto Ambientale prodotto dalla multinazionale, cui vengono contestate diverse inesattezze, per allargarsi poi al modello industriale proposto per una zona incontaminata, a vocazione turistica, del tutto sprovvista delle necessarie infrastrutture industriali, dunque estranea a questo tipo di sviluppo economico.
A ciò si aggiungono le considerazioni di carattere per così dire “etico”: il gas azero, come molte altre risorse dell’Azerbaijan, è sotto il controllo della famiglia presidenziale Alyev, che ne trae personali guadagni, esattamente come succede in Turchia – altro paese fortemente interessato a e da questa opera “strategica” – con la famiglia Erdogan, come dimostrato dall’inchiesta giornalistica internazionale cui ha partecipato anche L’Espresso, che non a caso ha ribattezzato l’opera “il gasdotto dei tre regimi” – inchiesta che in certo senso fa seguito a quella, condotta da Report, andata in onda il 21 novembre 2016, sulle pesanti ingerenze del regime azero sulla politica europea, con mazzette e regalie per influenzare alcune decisioni del Consiglio d’Europa (di mezzo c’è finito l’italiano Luca Volontè, allora presidente del maggioritario Partito Popolare Europeo, che pare si sia visto accreditare ben due milioni di euro per aver influenzato il suo partito).
Il terzo regime a cui si fa riferimento è quello russo del presidente Putin, che in questa storia non poteva mancare. Qualcuno potrebbe stupirsi, dal momento che, sulla carta, questo immenso gasdotto serve proprio a diversificare gli approvvigionamenti energetici dell’Europa.
Tutto vero, tutto giusto, almeno in teoria; nella pratica, i russi si sono aggiudicati il 10 percento del consorzio che sfrutta il giacimento di Shah Deniz 2, per poi dirsi più che disponibili ad agganciarsi al Tap per vendere il loro gas nel caso il gas azero dovesse finire troppo presto (ipotesi ventilata da più parti).

In tutto ciò, la multinazionale procede in maniera quantomeno dubbia con la “fase zero” dei lavori, ovvero l’acquisizione dei terreni e la loro “pulitura” per poter costruire.
Pulitura che si traduce con l’espianto e lo stoccaggio di circa 200 ulivi secolari, che stando alle parole della multinazionale verranno successivamente ripiantati una volta ultimati i lavori.
I dubbi sono legati ai permessi e alle autorizzazioni a procedere, contestati non solo da semplici cittadini, ma dalle amministrazioni stesse delle località interessate, – amministrazioni che sono scese personalmente in campo in questa disputa, anche nelle fasi più calde e concitate della stessa, quando i manifestati hanno cercato di impedire fisicamente i lavori, schierandosi dalla parte della protesta (e talvolta mettendo a rischio anche la propria incolumità fisica, come capitato al primo cittadino di Melendugno, cui non sono state risparmiate le botte negli scontri di circa un mese fa).

La risposta dello Stato è arrivata sotto forma di navi della marina al largo di San Foca (località balneare dove dovrebbe “approdare” il gasdotto) con tanto di reparti di incursori, elicotteri e soprattutto 200 uomini tra carabinieri e polizia di stato in assetto antisommossa, per impedire ai manifestanti di bloccare cantiere e lavori in corso. Una gestione del dissenso di una comunità che ricorda molto da vicino quella messa in atto (con ben altri risultati) in Val di Susa col – quasi omonimo – progetto del Tav. Non a caso, una delegazione di militanti NoTav ha fatto visita agli accampamenti dei NoTap nei giorni più caldi della protesta, capaci di bloccare effettivamente l’espianto degli ulivi e spingere il Tar del Lazio a prendere in esame il ricorso della Regione Puglia (ricorso che, per la cronaca, il 19 aprile è stato respinto).

Tutto questo fino al “colpo di mano” della scorsa notte, che ha preso di sorpresa un po’ tutti. Sembra che lo Stato, quando un territorio respinge una grande opera “strategica” (ma su cui gravano pesanti dubbi, come abbiamo visto) non sappia rispondere in maniera diversa che imponendo la “ragion di Stato” manu militari, di fatto sottraendo il potere di decidere del proprio territorio a chi in quelle zone ci abita e con quelle opere ci dovrebbe convivere. Sarebbe il caso di interrogarsi se sia effettivamente la via più giusta e ragionevole, soprattutto in tempi in cui l’amore per lo Stato non è ai massimi storici.

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