La nostalgia di Tazaki Tsukuru: oltre gli anni di pellegrinaggio

È a partire dal XVII secolo che la consuetudine del Grand Tour si diffonde fra le famiglie europee più agiate. Della durata di mesi se non anni, esso consentiva ai giovani aristocratici di perfezionare la propria conoscenza culturale ed artistica attraverso una sorta di viaggio o pellegrinaggio di formazione attraverso l’Europa continentale, che li restituiva infine alla terra d’origine più adulti e consapevoli del mondo, come il marinaio abituato a navigare a vista che torni a casa dopo aver conosciuto per la prima volta la vastità e le correnti del mare aperto. Spesso i giovani viaggiatori del Grand Tour al loro ritorno raccoglievano le loro memorie in “racconti di viaggio”, tuttavia la scrittura non è la sola forma d’espressione, e forse nemmeno la migliore, in grado di trasmettere un’esperienza che non è detto sia possibile descrivere appieno con le parole. Le emozioni di un viaggio si possono rivivere anche lasciandosi accompagnare ad occhi chiusi, con la sola guida le note di un pianoforte. Liszt, Années de pèlerinage: una triade di Suites che ripercorrono le tappe di un viaggio ideale evocando luoghi, eventi e ricordi; ma è all’interno della seconda Suite, Suisse, che troviamo la compagna silenziosa di quasi tutti i viaggi: la nostalgia.

Le Mal du Pays, brano “pieno di una malinconia quieta, ma senza sentimentalismo”, è la colonna sonora de L’incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio, di Murakami Haruki. “Mal du pays” si renderebbe in italiano con nostalgia, anche se sarebbe forse più corretto dire “nostalgia di casa”: infatti, se etimologicamente la nostalgia è il dolore per il ritorno, il mal du pays che caratterizza Tsukuru, il protagonista del romanzo, è più il dolore suscitato dall’impossibilità di tornare a casa, intendendo per casa non soltanto il luogo fisico ma l’intero sistema di rapporti umani, sentimenti e convinzioni che definivano il passato. Quello che Tsukuru desidera non è tornare nella sua città natale, cosa anche relativamente semplice: è riportare indietro il tempo.

Il Tazaki Tsukuru che conosciamo all’inizio del libro ha 36 anni, ma è ancora un uomo irrisolto. Il suo lavoro è progettare, progettare stazioni ferroviarie, tuttavia proprio lui non riesce a costruire rapporti duraturi ed è nel complesso un uomo solo, senza riuscire a darsene una spiegazione. Questo almeno fino al fatale appuntamento con una donna, che chiedendogli di parlarle della propria giovinezza riesce ad identificare l’origine del mal di vivere di Tsukuru. Egli stesso sembra inconsapevole della portata di ciò che è accaduto e delle cicatrici che il passato ha lasciato su di lui: pur essendo sempre stato restio a parlarne, non riesce a vedere come quel trauma sia la chiave di lettura della propria vita, non si rende conto di quanto questo lo abbia condizionato. Aveva creduto che soffocare il dolore sarebbe bastato a far cessare i suoi effetti, ma non è stato così: schiacciarlo è servito solo a fargli mettere radici.

Torniamo indietro, fino ai tragici vent’anni del nostro protagonista, quando egli, per sei interi mesi, non aveva avuto che un solo, seducente pensiero: la morte. Sei mesi gli erano stati necessari per riuscire, o almeno illudersi di riuscire, a metabolizzare il fatto che tutti i suoi amici lo avessero abbandonato con crudeltà e senza ragione, durante l’estate del suo secondo anno di università. Questo evento lo aveva gettato in uno stato di profonda depressione: quello terminato così improvvisamente non era infatti un rapporto di amicizia qualunque, era un rapporto ideale e perfetto. Un gruppo di cinque liceali, tre ragazzi e due ragazze, conosciutisi quasi per caso ma tra i quali si era fin da subito creato un legame eletto, come fossero stati cinque parti di un corpo solo. Questa simbiosi si era spezzata in modo repentino ed irrevocabile e, da parte di Tsukuru, senza apparente motivo; tentare di ricostruire dopo sedici anni le ragioni di quell’espulsione darà inizio ad una ricerca a tratti dolorosa, il cui esito non potrà che essere una conferma dell’impossibilità di ritornare all’antica intesa.

Nostalgia, dunque. Una quest disperata, com’è disperato ogni desiderio di riavvolgere il filo del tempo. Spinto da Sara, la donna che lo aveva interrogato, Tsukuru visita quelli che una volta erano stati i suoi amici, alla ricerca di una spiegazione, ma ciò che gli viene restituito è solo il risultato impietoso dello scorrere del tempo, il contrasto tra i ragazzi così speciali dei suoi ricordi e gli adulti per lo più mediocri in cui si sono trasformati. Lui, che in gioventù si sentiva insipido rispetto agli altri così forti e “colorati”, sembra ora il più coerente ed il più vivo, nonostante la propria irresolutezza. Anche la ragione di quella cacciata unilaterale e radicale ha perso significato, non vi credono più nemmeno coloro che l’avevano eseguita e forse non ci hanno mai creduto; ne restano solo gli effetti, nella ferita non rimarginata di Tsukuru. Tsukuru, che rivedendosi nei racconti degli altri scopre di non essere in fondo incolore e grigio come pensava: solo ora comprende la propria forza nel lasciare la città natale di Nagoya per frequentare l’università a Tokyo, nonostante il legame con gli amici. Si accorge anche di come il loro abbandono abbia condizionato la sua vita, facendogli quasi temere Nagoya. Non è la città ad essere oggetto del mal du pays, bensì ciò che quella città implica: un senso di completezza perduto per sempre. Come il marinaio dopo la prima uscita in mare aperto o come un giovane settecentesco tornato dal Grand Tour, l’espulsione è stata per Tsukuru una sorta di rituale di passaggio all’età adulta, irreversibile, sancito a livello visivo da una metamorfosi anche fisica, anche se la vera chiave di volta è data dall’acquisizione di una nuova forza emotiva.

Forza che però non è una soluzione definitiva, ma un’avanzata strategia di sopravvivenza; è un non sentire più dolore non perché lo si sia metabolizzato, ma solo perché lo si è nascosto, fingendo di non vedere le sue ripercussioni dall’alto di un’autoimposta insensibilità, comoda ma fragile. A 36 anni, Tsukuru è chiamato a scegliere tra passato e futuro, perché si rende conto che superare il trauma dell’abbandono è la condizione decisiva per costruire un rapporto con Sara. Non c’è dubbio che sarà difficile, ma è un passaggio necessario. D’altronde Tsukuru significa “costruire”, ed è il momento per lui di smettere di obbedire a dei fantasmi per iniziare a progettare la propria vita, mattone dopo mattone: ed una volta che si mettono radici in una casa nuova, la nostalgia per quella vecchia passa.

Be the first to comment

Rispondi

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: