The Brussels Business: tutto ciò che (non) vorreste sapere sulla democratica Unione Europea


The Brussels Business

O, come i registi Friedrich Moser (Austria) e Matthieu Lietaert (Belgio) hanno preferito intitolarlo, “The Brus$€ls Business”. Poco fraintendibili già dal titolo. Un documentario, il loro, effettivamente incentrato su un tema che con il controverso mondo del denaro ha molto a che fare: le lobbies. E, più nello specifico, le lobbies che sfacciatamente hanno i loro 2.500 uffici a Bruxelles, cuore pulsante dell’Unione Europea, con finestre che si aprono sui sontuosi palazzi della Commissione, del Consiglio, del Parlamento.

Questo docu-thriller tenta di aiutare lo spettatore a districare le trame dei giochi di potere che avvengono, giorno dopo giorno, tra le lobbies europee e i massimi organi decisionali dell’UE, analizzando soprattutto i comportamenti dell’ERT (European Round Table of Industrialists), forse la più grande e potente tra di esse, che annovera tra i suoi membri i direttori esecutivi e gli amministratori delegati dei maggiori gruppi industriali presenti in Europa (tanto per citarne alcuni: Nokia, British Petroleum, FIAT, Vodafone ecc..).

Molto interessante è l’aver scelto per questo scopo due figure professionalmente agli antipodi: da un lato, un attivista del CEO, il Corporate Europe Observatory, il cui compito è quello di monitorare e portare alla luce l’effettiva influenza dei gruppi di pressione in Europa; dall’altro, uno dei principali lobbisti, attivo nel commercio europeo e mondiale. Di quest’ultimo colpiscono soprattutto la franchezza nell’affermare “Se vuoi seguire i soldi, stai con le banche”, piuttosto che la quasi ingenuità nell’inveire (sempre in modo composto e ponderato) contro i manifestanti di Seattle (1999) i quali gli impedirono di “andare a svolgere il proprio lavoro”. Una franchezza e una sincerità dissonanti dal resto del film, che riesce a far uscire lo spettatore con molte più domande in testa di quante non ne avesse entrando.

Per questa ragione, unita a una colonna sonora solenne e molto ben curata e a delle ambientazioni spesso cupe e offuscate, l’opera può risultare più simile a un thriller che non a un documentario. Un thriller, però, con un finale ancora decisamente in costruzione.

Certo, la visione non è del tutto consigliabile a chi dell’Unione Europea non sa nulla e vorrebbe farsene un’idea, perché l’opera è dichiaratamente di parte. Fa sembrare l’intero apparato istituzionale come assolutamente privo del benché minimo fondamento democratico, ignorando palesemente, ad esempio, il Parlamento Europeo (nessuno degli eurodeputati compare infatti nelle interviste), che come istituzione può sicuramente vantarsi di avere legittimità democratica, o facendo sembrare la Commissione completamente priva di potere decisionale.

Insomma, un documentario controverso sotto tutti i punti di vista, come controversa è la materia  che tratta, che però ci riserva degli interessanti spunti di riflessione. Per esempio, il paragone tra il mondo lobbistico di Washington, famoso per la sua influenza (esagerata) sul panorama economico mondiale, e quello europeo (“We are in the same bed, EU!” commenta sarcastico uno studioso statunitense esperto in materia). Oppure: cosa può spingere un Vice-commissario estone che lavora a un progetto sulla promozione della trasparenza negli affari comunitari a cambiare improvvisamente idea dopo tre anni di lavoro?

Chissà.

Ai più curiosi lanciamo comunque una sfida: date un’attenta occhiata alle riprese della cena di gala del think tank “Friends of Europe”. Forse anche a voi cadrà l’occhio su un corrucciato Mario Monti.

About Irene Manganini 7 Articles
Riccia, romana, 2° anno SID, adora Sconfinare, dentro cui si è trovata molto per caso. Non sa ancora bene cosa farà nella vita, nel frattempo si dedica con anima e corpo alla sua passione per l'umanità intera.

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