The Defector: a portrait of man’s inhumanity to man

“Se una persona non è libera, vive ma è come se fosse morta”. È questo che spinge Sook-ja e altri quattro disertori a fuggire dal proprio paese,  la Corea del Nord, nelvano tentativo di ricostruirsi una vita, lontano dalle proprie origini.

Ann Shin, la regista coreano-canadese, è riuscita nell’intento di trasmettere la difficoltà e le conseguenze della scelta di migliaia di cittadini nordcoreani, che ogni anno rischiano la vita alla ricerca di un futuro diverso.

D’altra parte i numeri parlano chiaro; dal 1990 sono 100.000 i ‘defectors’, coloro che sono riusciti a scappare da un paese che affama 6 dei suoi 25.5 milioni di abitanti. I tentativi di fuga dei cittadini dal Nord Corea sono attribuibili a numerosi fattori: primo fra tutti quello classificato dal governo come l’‘eating problem’. Dagli anni ‘90, infatti, il governo acconsente a ricevere aiuti in cibo dagli altri paesi; in questo modo gli Stati Uniti sono diventati il più grande donatore di aiuti, pur rimanendo il loro nemico più demonizzato.

La penisola coreana è in una sorta di emergenza di sicurezza semi-permanente, soprattutto se si considerano le continue minacce di attacco nucleare dal Nord al Sud. Tuttavia, quando il Nord si degna di garantire distensione, nei brevi periodi di contatto con la comunità internazionale la questione dei diritti umani viene lasciata al di fuori delle trattative. Nel 2009 l’agenzia di notizie nordcoreana liquidava così la spinosa questione dei diritti umani: “There is no human issue in this country, as everyone leads the most dignified and happy life”.

Neanche con la successione di Kim Jong Un a Kim Jong Il, risalente al 2011, la situazione sul piano dei diritti umani è cambiata; l’anno seguente, un rapporto delle Nazioni Unite stimava che i due terzi della popolazione fosse denutrita e che fossero 200.000 le persone rinchiuse nei sei campi di lavoro, che esistono ormai da un periodo di tempo pari al doppio dei gulag e dodici volte più lungo dei campi di concentramento nazisti. Inoltre belligeranza e chiusura nei confronti della comunità internazionale continuano.

L’emergenza c’è, dunque, ma fino ad ora la situazione ha colpito solo marginalmente la coscienza collettiva. Tuttora, l’ente statale per le notizie si arroga il diritto di etichettare come ‘human scum’, feccia umana, coloro che, una volta fuoriusciti dal proprio paese, ne confessano i crimini.  Il governo di Pyongyang è accusato dall’ONU di crimini contro l’umanità: il mondo non può restare indifferente. Anche Ann Shin, la regista del documentario The Defector: escape from North Korea, sembra affermare che adesso la situazione è conosciuta e non c’è nessuna scusa per continuare a non agire.

Vivido e coinvolgente, il documentario porta l’audience ad immedesimarsi nei fuggitivi che non vedono altra alternativa al mettere la propria vita nelle mani di Dragon, un broker, un trafficante, che ama definirsi un attivista per i diritti umani.

Il percorso per chi fugge dal Nord Corea inizia con il superamento del confine naturale con la Cina, proseguendo poi per i confini di Laos e Thailandia, nella speranza di giungere in Sud Corea. Il confine con il Sud Corea, fermo sul 38° parallelo dal 1953, è infatti il più militarizzato al mondo e per questo un’opzione non valutabile per coloro che tentano la fuga.

Tuttavia il raggiungimento della Corea del Sud, per quanto pieno di insidie, non garantisce ai fuggitivi un nuovo inizio; i nordcoreani sono, ad oggi, ancora emarginati dalla società sudcoreana, che si è più volte dichiarata contraria ad un’unione con il Nord Corea.

Un’unione che il trafficante Dragon vede invece possibile in un futuro impercettibile. Ma per ora facciamogli un applauso senza troppo clamore perché per tanti la fuga non è ancora finita.

 

 

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I temi che tratto riguardano prevalentemente i diritti umani e la loro strenua difesa a fronte delle problematiche cresciute con la globalizzazione.

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