“The free voice of Egypt” e femminismi a confronto

Sentirsi aprire le gambe, i polsi e le caviglie bloccate da sconosciute, il bisturi che si insinua nel tuo centro più intimo, pronto a recidere definitivamente il cammino verso il piacere. Si pensa all’Egitto come a uno dei paesi arabi più moderni ed occidentalizzati, invece è uno degli stati dove le donne vivono peggio; e secondo i dati ricavati dall’UNICEF il 91% delle bambine ancora subisce mutilazioni agli organi genitali. Nawal El Saadawi l’ha vissuta a sei anni, prima di diventare un medico, un’attivista, una scrittrice, una femminista; prima di diventare una donna. Nawal è un’ottantenne adesso, porta i candidi capelli legati in due codini, siede ad una scrivania umile. Un bicchiere di vino ed un vecchio orologio la osservano perdersi nei bagliori del computer. Mentre legge  qualche memoria,  una voce fuori campo racconta e rivive la mutilazione, e poi i raccolti racconti di mogli violentate, o rievoca i momenti di un arresto inflitto ed ingiusto. “The free voice of Egypt”, proiettato in questi giorni al Sole Luna Doc Film Festival di Palermo,  è un documentario di Konstanze Burkard che traccia i contorni della condizione femminile egiziana attuale, intrecciandola alla vita passata della El Saadawi.

Ne emerge il ritratto di una generazione abituata ad essere picchiata dai mariti per il più sciocco nervosismo, indipendentemente dal fatto che la donna stessa ne sia la causa. Contrariamente a quanto ci si sarebbe potuto aspettare, la Primavera araba ha portato ad un generale peggioramento della situazione: le quote rosa in parlamento, infatti, sono scese dal 12 al 2%, mentre le violenze sono andate in aumento.

Se però il confronto con queste realtà può far sembrare ad una donna occidentale di vivere in un paradiso, la vera e totale emancipazione femminile è ancora lontana anche nel vecchio continente. Le donne continuano ad essere una minoranza negli ambienti politici o nei ruoli di dirigenza, l’Unione Europea stessa ha denunciato il fatto che mediamente le lavoratrici guadagnano il 16% in meno rispetto ai colleghi maschi. E se si fa attenzione ai titoli di coda dei film, si noterà che anche qui gli uomini la fanno da padrone, e riesce difficile credere che le donne siano così esponenzialmente più incapaci da giustificare una loro quasi totale assenza nel settore.  Anche certi ambienti musicali restano fortemente stereotipati, colpisce ad esempio quanto sia risicata la presenza femminile negli ambienti jazz (cantanti a parte). Certo, molti sono i movimenti femministi che si sono fatti largo, anche con ampio successo, negli ultimi anni; forse però con mezzi dubbi. Le donne hanno protestato, hanno manifestato, spesso mostrando il seno, in nome di una ricercata parità. Il mostrare il seno probabilmente può avere un significato denso solamente dove il corpo della donna è realmente strettamente legato al concetto di tabù, come lo sarebbe magari in Egitto, appunto, o in quei luoghi dove a mostrarlo serve coraggio, perché si rischia la vita. In Europa il petto della donna si può vedere ovunque e senza generare scandali, stabilimenti balneari in primis. Che coraggio c’è dietro? Mi riesce difficile credere alla buonafede di chi si avvale di questo per portare avanti la causa femminista. Corpo, corpo e ancora corpo. La donna non è solo corpo ed è proprio da questa riduzione che deve salvarsi, la donna è un cosmo fatto di infinite cose e degno di pari dignità e considerazione. E invece ancora del suo sesso sente il bisogno di servirsi per attirare l’attenzione, proprio perché sa che è una merce adorata e ricercata, perché sa (magari subconsciamente) che è impossibile che un corpo di donna, oggi, qui, non venga guardato. E non lo fanno solo le attiviste o le manifestanti, lo fa anche tutta una generazione di artiste che  usa la nudità femminile per attirare sguardi che altrimenti la loro reale mancanza di talento non riuscirebbe a carpire. Lo ha fatto Milo Moirè, la performer che nuda, per strada, ha divertito i passanti dipingendo su un telo lasciando cadere dalla propria vagina uova contenenti colore; oppure Casey Jenkins, artista che si è mostrata lavorando a maglia un gomitolo inserito, anche questa volta, nella propria vulva. Oltretutto l’avrebbe fatto per protestare proprio contro il maschilismo che vuole la donna relegata ai lavori domestici.

Forse in questo momento storico è la donna stessa a sfruttare in senso maschilista il proprio corpo, cercando attenzioni e consenso solo attraverso di esso, come se fosse l’unica cosa che conta, che dovrebbe colpire. Sembra quasi un’ossessione. Che qualità possono avere delle rivendicazioni fatte esclusivamente a suon di capezzoli, vagine rimpinzate e mestruazioni ostentate? Se gli uomini facessero lo stesso rideremmo di loro. Se andassero in giro sventolando il pene probabilmente non ci farebbero che pena. E se si inserissero fiori nell’uretra altrettanto. Ne avremmo un’alta considerazione? È attivismo di qualità questo? Dove sono i contenuti? Questi non sono mezzi che creano empatia fra la gente, fra i sessi. Non creano maggior cultura, ma riducono le persone ad un ammasso di forme e carne e buchi. Io non mi sento donna perché ho un triangolino di ricci ispidi e due piccoli calici di pienezza, mi sento donna per come sento, per come penso. Sarebbe molto più bello se le femmine volessero mostrare con violenza la bellezza di quello che sanno pensare, creare, dire; anziché sfruttare con violenza il nostro vuoto involucro. Sarebbe molto più bello che ci si muovesse con la forza delle idee, senza clamore rosso, come ha fatto Nawal El Saadawi.

About Veronica Andrea Sauchelli 14 Articles
Veronica è un'idealista persa determinata a diventare giornalista. Oltre a quella per la scrittura, ha una grande passione per la fotografia.

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