THYSSEN, verdetto esemplare

Quando le morti bianche diventano omicidio volontario

Antonio Boccuzzi riemerge dalla linea 5 della ThyssenKrupp con il volto bruciacchiato e gli occhi di uno che é appena tornato dall’inferno. Ha soccorso sette suoi colleghi bruciati vivi da un getto di olio che si è incendiato in una Torino appena addobbata dalle luci di Natale del 2007.
Il suo viso è guarito dalle ustioni, ma gli occhi sono rimasti gli stessi e sono occhi che parlano e sembrano quasi urlare al posto degli operai carbonizzati quella notte. Boccuzzi, ora parlamentare PD, è l’unico superstite che, ha potuto assistere alla lettura della sentenza della Corte di Assise di Torino di un mese fa: omicidio volontario in primo grado per l’amministratore delegato della ThyssenKrupp.
Mamma ThyssenKrupp racconta la storia della classe operaia torinese: professione metalmeccanico di padre in figlio dove spesso il capostipite ha lasciato il Sud d’Italia in cerca di fortuna al Nord.
La maggior parte dei morti della Thyssen erano figli di operai. Spesso con inutili diplomi in tasca che non servono a sfamare una famiglia e i bambini che si aspettano un regalo di Natale.
Antonio Schiavone, uno dei sette, era ancora in fabbrica per accumulare straordinari e far quadrare i conti, era diventato padre per la terza volta da appena un mese.
La Thyssen di Torino è un terribile spaccato della realtà italiana: una fabbrica in procinto di chiudere e lasciare tutti cassaintegrati, misure di sicurezza totalmente inesistenti, giovani lavoratori in cerca di una migliore occupazione che non si trova e con le rate del mutuo che non aspettano.
Dicono che la classe operaia sia sparita o forse ha solo smesso di lottare e il silenzio viene rotto soltanto dalle morti bianche.
Operaio è un termine che quasi infastidisce e stona con le nuove professioni dagli improbabili nomi inglesi che spiccano nelle agenzie di lavoro.
È servita una consistente perdita di occupazione per diminuire le morti sul lavoro di qualche decina di unità e far sentire i politici meno colpevoli.
Ogni morto bruciato della Thyssen è stato valutato meno di due milioni di euro ed è andata bene perché è stata una strage o i milioni sarebbe stati solo poche centinaia di migliaia di euro.
I parenti hanno firmato sommessamente rinunciando alla causa civile perché adesso ci sono vedove e figli che devono tirare avanti senza i loro cari.
Le chiamano morti bianche, accade con un’impressionante media di tre volte al giorno, 1.000 esseri umani ogni anno.
Si alzano presto al mattino, salutano le loro famiglie, faticano a pagare le bollette a fine mese e poi non fanno più ritorno.
Muoiono bruciati, fulminati, precipitano dai tetti o rimangono imprigionati nei tir sulle autostrade.
I dirigenti Thyssen avevano messo in bilancio le possibili perdite umane dovute al rinvio di un anno del piano di sicurezza: sono tedeschi, minuziosamente avevano monetizzato anche i morti.
Una perdita economica irrilevante e meno onerosa che riempire gli estintori vuoti.
Avevano però conteggiato male perché di morti ne sono scappati sette e l’indignazione di migliaia di persone ai funerali non poteva passare inosservata.
Omicidio volontario e non colposo, questa la sentenza storica della Corte di Assise di Torino. Un imprenditore che volontariamente non provvede alla sicurezza dei lavoratori è paragonabile ad un assassino con un’arma in mano.
Allora la classe operaia, che quel 6 Dicembre 2007 è andata all’inferno, si è fatta sentire di nuovo per ricordare che nessun uomo o donna deve cadere mai sul posto di lavoro, lasciando il capo impunito in una notte di Dicembre poco prima di Natale.

 

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