Tokyo in Africa, sfidando Pechino

UN PIANO PLURIENNALE D’INVESTIMENTI

Risale a ormai un mese fa (27-28 agosto) la conferenza (Ticad VI) in cui Tokyo ha reso chiara al mondo la propria volontà di competere col vicino cinese nel provare ad agganciare quello che, nonostante tutto, sembra essere ancora un volano dell’economia di domani: l’Africa nera. I giganti del Far East, attenti e lungimiranti, sembrano aver recepito l’imprescindibilità di investire a sud del Sahel, aprendo un fronte di contrasto che si assomma alle dispute nell’Oceano Indiano e all’annosa questione del Mar Cinese Meridionale. Una lungimiranza che registra nell’Europa una controparte debole, dal momento che la crisi migratoria e il contrasto al terrorismo creano dissidi tra leaders europei e africani che risultano invece essere assolutamente estranei alle relazioni sino-africane. Cina e Giappone, ben lontani dall’essere affetti da ondate immigratorie o atti di terrorismo jihadista, possono in sostanza trattare coi governi subsahariani senza alcuna possibilità di ricatto. D’altra parte, il Giappone avverte sempre più la pressione dell’ascesa non solo economica ma soprattutto politica di Pechino, e arginarla in territorio africano pare essere una soluzione per sottrarre risorse, terreno e influenza. Già tre anni fa (1-3 giugno 2013), durante la partecipatissima Conferenza di Yokohama sullo sviluppo dell’Africa (presenti pure Ban Ki-moon, Nkosazana Clarice Dlamini-Zuma e Jim Yong Kim), il Giappone aveva annunciato investimenti per 28 miliardi di dollari in 5 anni, e lo scorso agosto a Nairobi sono stati siglati numerosi protocolli di cooperazione commerciale, in un’assemblea che ha riunito una trentina di Capi di Stato africani e decine di politici e imprenditori nipponici, soprattutto del settore privato.

Shinzō Abe
Shinzō Abe

I DOSSIER CHE SCOTTANO: ONU, RISORSE, INFRASTRUTTURE, CONOSCENZA

Le partite aperte per le quali si organizzano grandi conferenze con a un lato un grande Paese industrializzato e all’altro capo qualche decina di Paesi subsahariani sono sempre le medesime: accaparrarsi 54 voti utili a un’improbabile riforma del sistema UN, assicurarsi l’approvvigionamento di minerali essenziali ai propri comparti industriali, espandere la propria proiezione geostrategica, agganciare il traino di una crescita titubante ma ancora possibile. In questo caso, Shinzō Abe punta a proteggere le istanze del G4 cui fanno capo anche Brasile, Germania e India, e proprio con quest’ultima il Giappone spera di trovare in Africa un’alleanza che freni l’egemonia di Confucio. All’altro estremo vi è proprio l’Italia, che guida una lega opposta in ordine alle priorità di riforma del consesso delle Nazioni Unite. Ad ogni modo, è sulle necessità del commercio che verte principalmente la questione: l’attivismo dei vicini – siano essi la Cina, l’India o perfino la Corea del Sud – spaventa Tokyo, che come in un’asta al miglior offerente non ha potuto evitare di giocare al rialzo. Non solo fondi sottendono alle promesse di queste enormi conferenze: se l’India promette agli africani borse di studio, Seoul promette loro sofisticata tecnologia, Pechino posti di lavoro e infrastrutture, Tokyo digitalizzazione e le più recenti e sofisticate apparecchiature medico-sanitarie (contro le malattie infettive, per esempio). Da sfatare il mito del land grabbing: multinazionali a parte, non esiste ad oggi Paese asiatico di cui sia stato provato un piano centralizzato per la conquista di terreno atto a coltivazione in Africa. E così come presto nemmeno USA e UE potranno competere col gigante cinese in termini di rapidità e quantità, la rincorsa è al miglior offerente in senso fiduciario e qualitativo: tale concorrenza in stile capitalistico potrebbe essere un’occasione per l’Unione Africana e per le economie più galoppanti del continente nero di non svendere al primo offerente, ma di assicurarsi finalmente un trattamento (quasi) alla pari scevro da pratiche neocolonialiste. In particolare, è al trattamento dei lavoratori che l’UA potrebbe prestare attenzione, privilegiando percorsi collaborativi che favoriscano davvero il consolidamento della nascente classe media e la formazione di personale locale. Ma un altro fronte ha giocato un ruolo da protagonista al tavolo dei negoziati: la diversificazione industriale; ricevere materia prima e vendere a prezzo stracciato prodotti finiti alla maniera cinese non basta più, ora la secondarizzazione e terziarizzazione dell’economia devono rimanere tra le mani di una potenzialmente nuova classe dirigente autoctona. Per questo motivo si andrà probabilmente a operare solo dove preesistenti condizioni di stabilità e relativa pace sociale consentano uno reale sviluppo di infrastrutture e soprattutto conoscenza. Insomma, dopo essere rimasto sull’uscio di casa a guardare, il Giappone tenta di recuperare il terreno perso negli ultimi decenni; decenni in cui la vicina Cina è stata capace di divenire una superpotenza economica a partire da una situazione a dir poco “terzomondista”. Un sogno capace di ispirare qualunque leader africano, e che le ha consentito finora di ergersi a faro della supposta “rinascita africana”. Senza accennare minimamente, com’era prevedibile, a faccende delicate che ineriscano ambiente, diritti umani, corruzione e via discorrendo, in ottemperanza al principio di non interferenza tanto caro a entrambe le parti.

Fonte: blacktokyo.com
Fonte: blacktokyo.com

UN MERCATO DI AUTOMOBILI ED ENERGIA

Il brand nipponico Toyota ha conosciuto una storia paradigmatica per quanto riguarda la considerazione giapponese per l’Africa nera, adombrata per tutto il Novecento come una landa di desolata e stagnante povertà cui regalare qualche briciola, ma nulla più. Identificabile come la casa automobilistica di veicoli destinati ai peacekeepers delle Nazioni Unite o a qualche ricco turista in cerca di un safari, è oggi il marchio di automobili più celebre nel continente. Dopo un’iniziale esportazione di alcuni modelli (di seconda mano) in Angola, Etiopia, Nigeria e Sudafrica sul finire degli anni Cinquanta, la Toyota ha espanso il proprio business con centri di assemblaggio e smistamento componentistica, osservando in un secondo momento la concorrenza (comunque piuttosto blanda) della Nissan. In parallelo, si parla anche di collaborazioni nel settore energetico: geotermia in Etiopia, carbone in Mozambico, gas naturale liquefatto in Tanzania. Il tutto nel quadro di una strategia del governo giapponese che proverà a modificare non tanto la sostanza dei rapporti nipponico-africani, quanto la loro percezione: da assistenzialista a condivisa, da charity-driven a profit-oriented, da briciola di secondaria rilevanza a pilastro per il futuro ruolo e la reputazione del Giappone nel Pacifico e nel mondo. Si potrebbe obiettare che Tokyo sembra ormai una potenza al tramonto, ma anche la straripante crescita del Dragone si sta assestando su tassi annui più contenuti: di certo la Cina potrà presto rivaleggiare con gli USA con pari dignità, ma se il Giappone rimarrà saldo nel proprio ruolo di guardiano del capitalismo di stampo occidentale nel Pacifico, sarà forse anche grazie alla ritrovata intesa con le più promettenti economie a sud del Sahara.

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…e per saperne di più…

Alcuni suggerimenti per una bibliografia di approfondimento:

– Howard P. Lehman, Japan and Africa: Globalization and Foreign Aid in the 21st Century, Routledge, 2011 [sui rapporti politico-diplomatici tra Giappone e Africa]
– Jun Morikawa, Japan and Africa: Big Business and Diplomacy, Africa World, 1997 [per un’interpretazione degli aiuti giapponesi nel secondo Novecento quale segno premonitore di un successivo coinvolgimento in partenariati prettamente commerciali]
– http://www.apu.ac.jp/rcaps/uploads/fckeditor/publications/journal/RJAPS_V23_Aremu.pdf [per un’analisi comparata delle ambizioni di Pechino e Tokyo in suolo africano]
– David Shambaugh & Michael Yahuda, International Relations of Asia, Rowman & Littlefield, 2014 [per una visione d’insieme sulle ambizioni in politica estera di un continente in incrollabile ascesa]
– Jeffrey Henderson, East Asian Transformation: on the Political Economy of Dynamism, Governance and Crisis, Routledge, 2011 [per comprendere come i processi di sviluppo di Cina e Paesi confinanti possano essere applicati ad altri contesti macroeconomici]

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About Riccardo Vecellio Segate 5 Articles
Born in 1994, Riccardo VECELLIO SEGATE is MSc Student in European and Global Governance at the University of Bristol (UK) and MSc Offer Holder in International Public Policy at the University College London. He authored 100+ articles in Italian and English on Public International Law, EU Law, African Politics, Middle Eastern Politics, China and Cultural Heritage for paper-based and online reviews, and he is serving the Bristol Law Review as an Editor. He has also published a poetry book presented by Márcia Theóphilo. Riccardo attended or chaired official diplomatic-training and entrepreneurial projects hosted by some of the most prestigious universities in the world (to name just a few: NYU Abu Dhabi, London School of Economics, Universidad Carlos III de Madrid, ESADE Business School, LUISS Rome, University of Exeter) as well as by leading global institutions (UN headquarters in New York, European Commission, FAO, etc.). At the age of 20 he has worked as a member of the Field Force Team of EXPO2015, and at the age of 21 he has been selected as a Regional Head of Communication for the Youth Committee of the Italian National Commission for UNESCO. For longer than a year, he has also been Public Relations Manager of a renowned startup quoted on Forbes and located at “Bocconi” School of Management. Along with several additional appointments in organizations and companies, Riccardo has been invited as a discussant in academic conferences held at the universities of Trieste, Bologna and Verona, not to mention the “èStoria” Festival in Gorizia. Moreover, he has been awarded with dozens of national prizes in multiple professional fields. The first part of his education pathway has been spent in the music sector, in Italy as well as abroad (Nice, Leeds, Salzburg, and so forth). During his adolescence, Riccardo has been a gifted pianist and one of the very last pupils of Aldo Ciccolini in Paris.

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