Tomboy: una bambina e la fine dell’estate

Recensione del film francese Tomboy di Céline Sciamma.

È una famiglia perfetta. Un padre affettuoso, anche se non sempre presente a causa del lavoro. Due sorelline che si vogliono bene e giocano assieme. Una mamma incinta di un nuovo fratellino, atteso da tutti. Un nuovo trasferimento, un nuovo palazzo. Dei nuovi ragazzini con cui giocare.
Una domanda, «come ti chiami?» Laure, è la risposta, una protagonista bambina dagli occhioni azzurri. Mickaël, è la bugia. E così comincia Tomboy – letteralmente, maschiaccio – Teddy Award all’ultimo festival di Berlino, della regista francese Céline Sciamma.
È un film di sguardi, saluti e sorrisi, dominato dal silenzio, dall’espressività, con pochi dialoghi e con capacità di creare attese, aspettative e paure nello stesso spettatore che si ritrova in pochi minuti a identificarsi con la protagonista, con il suo timore di essere scoperta, con il suo rifiuto di scusarsi per il semplice essere sé stessa.
Catturata in un momento di transizione, in cui non sei più davvero bambino ma a conti fatti lo sei ancora, la storia di Tomboy va oltre l’essere una metafora dell’identità sessuale, è qualcosa che ancora riguarda la semplice anima e le cose che ci rendono tutti diversi l’uno dall’altro.
Il film è pervaso da un’atmosfera quotidiana, naturale, di fine estate, di bambini che si incontrano per giocare assieme, di famiglia, di affetto ma anche di forte realismo; la telecamera segue la vita di Laure anche nei piccoli gesti quotidiani, che possono sembrare privi di significato ma che portano lo spettatore nella vita di una ragazzina felice, accettata, circondata d’affetto – non una povera bambina che ha problemi di identità sessuale perché si sente rifiutata e ha una situazione familiare complicata, in una delle frasi più ritrite per dire che sì, non si tratta di seguire sé stessi, si tratta di turbamenti e devianze.
Ottima l’alchimia tra i personaggi, nell’intesa tra le due bambine che sembrano quasi vere sorelle, aiutata anche dalla scelta dei veri amici della protagonista per interpretare il suo gruppo; nonostante la difficoltà evidente di lavorare con attori bambini, i legami esistenti o creati portano oltre il non essere veri attori, portano il realismo di un’amicizia che trascende dialoghi e battute e copioni da recitare. In aggiunta alla delicatezza della fotografia e degli scenari, con la cura anche per i dettagli (la bambina che voleva la stanza azzurra, il pongo nel costume da bagno per riuscire a essere maschio anche durante una gita al lago) regalano a questo film la consistenza di una fotografia di vita, togliendo gran parte degli artifici tipici della narrazione cinematografica.
Non è quindi di omosessualità che parla questo film, ma di identità, di un disagio ancora troppo tenero e acerbo per collegarsi alle prime pulsioni sessuali dell’adolescenza, di un disagio che porta a mentire quasi per gioco, sapendo benissimo che l’estate stava per finire e che l’inizio della scuola avrebbe riportato tutto sul binario della verità. Un disagio che porta a sorridere dopo un bacio innocente ricevuto da Lisa, una ragazzina, un’amica, che porta a sorridere dopo la sua dichiarazione d’amore. Tu non sei come gli altri, le dice. C’è un disagio anche nell’indossare un vestito da bambina, e un rifiuto nel dire agli altri la verità, anche se ormai non può che venire a galla.
C’è una scena in particolare, la scena in cui Lisa incontra la sorellina chiedendo di Mickaël. È bastato questo a far capire a una bambina di cinque anni che cosa la sorella avesse fatto, è bastato questo a portare a perché hai detto a tutti che sei un maschio?, come se fosse un gioco già fatto molte volte. La sorellina scambia il suo silenzio con la promessa di essere portata anche lei a giocare con gli amici di Laure. I suoi racconti su come sia meglio avere un fratello maggiore, su come questo l’avesse difesa picchiando un bambino che la stava prendendo in giro lasciano allo spettatore con il dubbio: si tratta di ricordi veri di giochi precedenti o solo invenzioni di una bambina di cinque anni dolce e esibizionista? Altri ricordi, le parole della madre su come Laure fosse una bambina abituata da sempre a giocare con i maschi, su come la madre fosse felice del fatto che avesse finalmente un’amica. Una madre senza preoccupazioni nevrotiche su come siamo arrivati a questo punto, servirà uno psicologo, ma una madre che tratta tutto come una bravata durata troppo a lungo, un gioco di una bambina, sfuggito di mano.
La fine dell’estate diventa una metafora della fine del momento dei giochi, dell’inizio della vita vera, quella che porta ad affrontare la realtà. La finestra rimane aperta su un futuro indeterminato, senza una linea guida su quello che succederà. L’unica cosa che conta è che questa finestra si apre da un sorriso.

About Stefania Ellero 20 Articles
Studentessa di Scienze Internazionali e Diplomatiche, affetta da graforrea. Aspirante giornalista e scrittrice, mi occupo principalmente di letteratura, cinema ed editoria.

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