Tortura, nuova condanna di Strasburgo all’Italia

Poliziotti all'interno della scuola Diaz, durante il G8 di Genova (Credits: Marco Belviso/ Facebook)

di Andrea Onnis

L’Italia è stata condannata dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo per le azioni delle forze dell’ordine nel carcere genovese di Bolzaneto, durante il G8 del 2001. Sono stati riconosciuti rimborsi ad una quindicina di persone che avevano fatto ricorso alla corte per i danni morali subiti. L’elaborazione definitiva della sentenza si è basata principalmente sulla Convenzione ONU contro la tortura del 1984, la quale condanna come reato qualsiasi atto fondato su una discriminazione.

Ratificato dall’Italia con la legge n. 498/1988, il documento prevedeva il legiferare, da parte dei diversi stati, in accordo con i principi sanciti dalla Convenzione stessa; l’approvazione finale, da parte del Parlamento italiano, data luglio 2017. Particolare attenzione deve essere rivolta a questa legge: non solo in ritardo di più di 30 anni rispetto alle successive sollecitazioni di ONU e UE, ma anche lontana in parte dalle direttive fissate dalla Convenzione.

Quest’ultima, per imputato del reato di tortura, intende “…un funzionario pubblico o da qualsiasi altra persona che agisca con titolo ufficiale…”. La legge italiana punisce invece “chiunque, con violenze o minacce gravi ovvero agendo con crudeltà cagiona acute sofferenze fisiche o un verificabile trauma psichico”, comminando un’aggravante della pene nel caso in cui si tratti di pubblico ufficiale. Le maggiori polemiche si sono però concentrate sul fatto che il reato di tortura, nel sistema italiano, sia imputato solo successivamente ad una “pluralità di condotte”, ossia più atti di violenza o minaccia. Ciò potrebbe sembrare una sorta di tutela per quanto riguarda la violenza delle forze dell’ordine, in contesti soggetti ad alta tensione.

Resta però molto labile il confine fra tutela e giustificazione a posteriori. Per contro, entrambe le disposizioni sono accomunate dall’ampio spazio lasciato all’interpretazione giudiziaria, chiamata a valutare se le azioni delle forze dell’ordine siano legate a legittime misure, privative o limitative, dei diritti. Compito sicuramente delicato e molte volte ostico da svolgere.

Nella sentenza, la Corte ha posto in evidenza il mancato adempimento al codice deontologico degli agenti coinvolti, direttamente o indirettamente, sottolineando il fatto che nessuno dei responsabili delle violenze verso i civili abbia mai fatto un giorno di carcere. A tale sollevazione, i giudici hanno cercato di trovare una risposta individuando due cause principali: la prima, legata alla mancanza di collaborazione fra polizia e magistratura durante le indagini -già complicate dall’assenza di elementi identificative sulle divise-; la seconda, individuata nelle lacune strutturali dell’ordinamento giuridico nazionale ai tempi dell’inchiesta.

I togati hanno spiegato inoltre che le disposizioni varate nel 2017 in questo caso non sono applicabili e di conseguenza parte del corpo di polizia interessato rimarrà impunito per una delle pagine nere, segno indelebile nella storia dell’Italia del nuovo millennio.

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