Sconfinando – Tre giorni in Bulgaria, tra Sofia e Veliko Tarnovo

A fine marzo, desiderosi di concederci una “meritata” pausa prima dell’inizio della sessione più dura della nostra carriera universitaria, io ed un collega decidiamo di cercare qualche volo conveniente per il secondo week-end di maggio. Siamo degli amanti dei paesi dell’est, dei Balcani in particolare, e ci imbattiamo in un onesto Treviso-Sofia, dunque prenotiamo senza pensarci troppo su (complice anche qualche bicchiere).

Arriva il giorno della partenza e ci ritroviamo seduti sull’aereo che, dall’Antonio Canova di Treviso, ci porterà al Letište Sofija, l’aeroporto di Sofia. Insieme a noi viaggiano molti bulgari emigrati in Italia, qualche bulgaro benestante di ritorno da Venezia per turismo e alcuni italiani che, per motivi di lavoro (i rapporti commerciali tra i due paesi sono ottimi: l’Italia è uno dei principali investitori nel paese e sono circa duemila le imprese a capitale italiano o misto italiano-bulgaro, che producono un fatturato di oltre due miliardi di euro, circa il 5% del PIL bulgaro) o per motivi familiari, si recano nel “paese delle rose”.

Dopo aver ammirato Sofia dall’alto in fase di atterraggio giungiamo finalmente a destinazione, alle 15:30 ora locale. Dal terminal due prendiamo un autobus che per 1,60 lev (circa 0,80€) ci porterà fino al parco con un immenso monumento all’Armata Rossa, di fronte allo stadio nazionale Vasil Levski, in centro. Qui decidiamo di pranzare: per un piatto di Köfte (polpette di carne d’agnello speziate, piatto tipico dei Balcani) con contorno di patatine e una birra grande Zagorka paghiamo circa 4,50€. Finalmente arriva Rosen, l’amico del proprietario, che ci consegna le chiavi e ci mostra l’appartamento. Rosen ha studiato italiano all’università e lo parla molto bene, così ci racconta dei suoi viaggi a Milano, Bologna, Trento e Venezia. Ha un ottimo ricordo dell’Italia e vorrebbe tornarci il prima possibile. Ci dice che il numero di turisti a Sofia è stato in continuo aumento negli ultimi cinque anni, e che ora si vive molto meglio rispetto a quando vi era il comunismo.

Lo Tsarevets

Dopo aver salutato Rosen, decidiamo di fare una passeggiata lungo il Bulevard Vitoša, la principale via pedonale della città, ricca di negozi, ristoranti eleganti, bar e caffè. Arriviamo sulla Plošad Sveta Nedelya, la piazza dove si trova la Cattedrale ortodossa Sveta Nedelya, e scorgiamo anche il minareto della Banya Baši Džamia, la principale moschea della città, e la Sofijska sinagoga. Tre luoghi di culto di tre religioni diverse a pochi passi l’uno dall’altro, come a Sarajevo! Snoccioliamo un po’ di statistiche sulla popolazione bulgara: l’84% di essa fa parte della Chiesa bulgara ortodossa, il 12% è musulmano (circa il 9% dei cittadini è di etnia turca), mentre il resto sono cattolici, protestanti ed ebrei (per lo più sefarditi). Contrariamente agli ebrei croati, bosniaci e serbi che furono sterminati durante la Seconda guerra mondiale, la maggioranza degli ebrei bulgari si salvò, anche se la Bulgaria era alleata dell’Asse, poiché il regime monarchico si rifiutò di consegnarli ai nazisti.

Di fronte alla moschea si trova il mercato coperto, che consigliamo di visitare per avere l’impressione di trovarsi in un incrocio tra un bazar mediorientale e un mercato coperto dell’Unione Sovietica: esso è infatti un misto tra i profumi e gli odori ottomani e la tristezza e la depressione sovietica. Qui si possono ammirare i capi di lana di pecora, gli tsarvuli (i sandali tradizionali bulgari), le tradizionali camicie con vari motivi ricamati sul petto, i prodotti derivati dalle rose (la Bulgaria è detta non a caso “il paese delle rose”), gli yogurt vari, come l’ayran (da gustare insieme alla banitsa, il burek bulgaro), le spezie, le più svariate varietà di tè (il čaj, i bulgari ne vanno matti proprio come i turchi), il caffè macinato per la preparazione del caffè turco, i dolci come la baklava (pasta sfoglia con noci, miele, sciroppo e cannella, servita con panna e pistacchi), il kadaif, le tulumbe, il rahat-lokum e molto altro ancora.

Successivamente ci incamminiamo lungo il Bulevard Tsar Osvoboditel e raggiungiamo la strepitosa Cattedrale ortodossa Alexander Nevskij, autentico simbolo della città, che ricorda molto la Cattedrale ortodossa Sveti Sava di Belgrado (a mio parere le due città si somigliano molto). Il nome attuale le fu dato nel 1924 in onore del principe di Novgorod, per ringraziare la Russia dell’aiuto fornito all’indipendenza bulgara. Il legame tra Bulgaria e Russia è molto stretto: la Bulgaria socialista era il più fedele alleato dell’URSS e seguiva tutte le direttive di Mosca. Georgi Dimitrov, leader comunista bulgaro, fu addirittura segretario generale del Comintern dal 1935 al 1943.

Enrico Berlinguer, segretario del Pci, visitò la Bulgaria nel 1973 per parlare con il leader comunista Todor Živkov. I sovietici non erano molto soddisfatti della linea “autonomista” che stava prendendo il principale Partito comunista d’Occidente sotto la sua segreteria e Živkov glielo fece notare. Tutto ad un tratto, mentre si recava in aeroporto, la GAZ su cui viaggiava Berlinguer fu investita da un camion dell’esercito bulgaro. Secondo Emanuele Macaluso, storico dirigente comunista, il segretario gli avrebbe rivelato che “l’incidente” fosse stato pianificato dal KGB per “avvertire” Berlinguer di non “scherzare con il fuoco”. Tanto per far capire quanto i bulgari obbedissero a Mosca. Il particolare rapporto tra Bulgaria e Russia è confermato anche dai molteplici minimarket russi che si trovano dappertutto nel centro di Sofia e che vendono prodotti alimentari russi ed ogni genere di gadget con il sorridente faccione di Vladimir Putin. Non è raro imbattersi per le strade di Sofia in delle Lada, dei Moskvič o dei Kamaz.

Boulevard Vitoša

Decidiamo che è giunta l’ora di prendere un aperitivo, una bella birra grande Šumensko ghiacciata, per l’irrisorio prezzo di 0,90€, e di mettere qualcosa sotto i denti per cena. Scegliamo un bel ristorante nei pressi del Bulevard Knjaz Aleksandar Dondukov e con soli 7€ ci prendiamo un abbondante secondo con contorno, una Šopska solata e una birra grande. Inutile dire che i prezzi in Bulgaria sono assolutamente onesti. Armatevi però di molta pazienza, perché i camerieri in Bulgaria sono ancora fermi ai tempi del socialismo, quando tutti dovevano essere occupati (dunque c’erano ristoranti in cui sarebbero bastati tre camerieri, che invece ne impiegavano venti), ciascuno aveva il proprio posto di lavoro garantito e anche se faceva le cose con calma non veniva rimproverato: essi dunque non hanno nessunissima fretta, si fumano le loro sigarette e quando ne hanno voglia lavorano.

Consiglio di provare la Šopska solata, che è uno dei piatti tipici bulgari: si tratta di un’insalata composta da pomodori, cetrioli, cipolla, peperoni e formaggio giovane (mladi sir), una sorta di feta bulgara. Il bianco del formaggio, il verde dei cetrioli e dei peperoni e il rosso dei pomodori formano la bandiera bulgara, ed è per questo che la Šopska viene considerato il piatto nazionale. Gli autoctoni la consumano come antipasto accompagnata da un bicchierino di rakija, un superalcolico simile al brandy, creato per distillazione o fermentazione di frutta, molto popolare in tutti i Balcani. La più comune nei Balcani è quella prodotta con le prugne, la šljivovica, mentre in Bulgaria si produce soprattutto quella di uva, che loro chiamano grozdova. Molto popolari sono anche la kajsieva (di albicocche) e la kruševa (di pere), ma ce ne sono molte altre (di mele cotogne, fichi, pesche, amarene, noci, erbe, miele). Attenzione quando la ordinate perché le porzioni sono abbastanza grandi, da 50 ml la normale e 100 ml la doppia, e considerando che il suo contenuto alcolico è almeno del 40%, ma talvolta anche del 50 o 60%, vi conviene non esagerare se non siete abituati come i bulgari e volete ancora ritrovare la via di casa.

Il giorno seguente di primo mattino facciamo una bella passeggiata di tre quarti d’ora per arrivare alla stazione centrale degli autobus (la Centralna avtogara), dove acquistiamo un biglietto per Veliko Tarnovo, città della Bulgaria settentrionale che dista circa 230 km da Sofia. Controllando gli orari degli autobus la sera prima, mi chiedo come faccia un turista che non sa leggere l’alfabeto cirillico, dato che il sito della compagnia degli autobus è solo in bulgaro o in russo (l’inglese a quanto pare non serve), ma io grazie al cielo con il serbo me la cavo e le due lingue non sono tanto differenti (anche Rosen mi ha rivelato che più o meno tutti i bulgari capiscono il serbo, anche perché il genere musicale serbo turbo folk è molto popolare in Bulgaria e i cantanti serbi tengono molti concerti nel paese vicino).

Inizia così il nostro viaggio della speranza su un vecchio autobus tedesco degli anni Settanta, che ci porterà a Veliko Tarnovo in 3 ore e mezza. Durante il viaggio capitano cose che in Occidente difficilmente vedremmo, come la sosta allo svincolo autostradale per far scendere un passeggero che vive in un paesino lì vicino, oppure l’autista che si ferma in mezzo all’autostrada per ritirare un pacchettino da un amico, o una ragazza che scende in mezzo al nulla sull’autostrada con l’autista che le tira fuori il bagaglio con le automobili che lo sfiorano a 120 km all’ora. Tutto con estrema calma. Tutte piccole cose che danno quella percezione magica di trovarsi ad Oriente, lontano dalle regole, dalla fretta e dalla monotonia dei paesi occidentali. Pare che nei Balcani il tempo perda la sua importanza, puoi stare seduto per ore al bar a sorseggiare un caffè turco, fumare narghilè, discutere del nulla e sognare: sembra quasi di rivivere “Il Ponte sulla Drina” di Ivo Andrić nella realtà.

Veliko Tarnovo

A Veliko Tarnovo, ricca di storia, ci aspetta la fortezza dello Tsarevetsper circa 200 anni, cioè da quando i due eroi Asen e Todor cacciarono i bizantini fino a quando arrivarono i turchi, la città sede di questo questo bellissimo castello, da cui si gode di una vista magnifica sulle valli e sulle montagne circostanti, è stata la capitale del Secondo impero bulgaro. Dal 1393 al 7 luglio 1877, quando il generale russo Josif Gurko entrò trionfalmente in città, Veliko Tarnovo fu dominata dagli ottomani, la cui lunga dominazione è ben visibile nell’architettura del centro storico. Al vittorioso generale è dedicata la bellissima Ulitsa Gurko, una stradina pedonale veramente eccezionale, che segue il corso del fiume Yantra.

Da qui si può ammirare il maestoso monumento alla dinastia Asen, eretto durante il socialismo nel 1985, a 800 anni dalla rivolta contro Bisanzio. Se lo visitate rimarrete allo stesso tempo disgustati ed attratti da quell’enorme edificio in stato di semi-abbandono che sorge di fronte a voi: è l’Interhotel Veliko Tarnovo, un hotel mastodontico, che mette quasi paura a guardarlo, ma allo stesso tempo suscita curiosità. Tipica struttura enorme dei tempi del socialismo reale (“ecco dove finivano i soldi del popolo lavoratore”, dice ironico il mio compagno di viaggio), che in passato probabilmente sarà stata riempita solo per qualche congresso del PC bulgaro e che ora, nei tempi del libero mercato, cade letteralmente a pezzi. Al di là di questo, Veliko Tarnovo è una città veramente affascinante che merita di essere visitata.

Torniamo a Sofia e il giorno dopo, domenica, facciamo una bella camminata fino allo stadio dell’esercito bulgaro, dove alle 19 giocherà il CSKA Sofia, la squadra di calcio più titolata del paese. Attorno allo stadio vediamo gli ultras del CSKA già intenti a “riscaldarsi” per la partita, e sono appena le 13. Vicino al loro “covo” campeggia in bella mostra il “bottino di guerra”: magliette, sciarpe e cappellini di colore blu rubati agli odiati rivali del Levski. Capiamo che qui non si scherza e che è meglio stare alla larga da questi “simpatici” ragazzi.

Visto che ci rimane ancora molto tempo ci dirigiamo di nuovo verso il centro, passando per il Parlamento, davanti al quale si sono radunate alcune centinaia di persone per protestare contro la corruzione dilagante, e visitiamo la Chiesa di San Nicola, splendida chiesa russo-ortodossa eretta nel 1914.

La “chiesa russa”

Il CSKA gioca col Dunav Ruse, squadra non molto blasonata. Il patrimonio tecnico delle due squadre non è altissimo, lo spettacolo viene soprattutto dagli spalti: gli ultras del CSKA cantano, sventolano bandiere e striscioni e poi, all’inizio del secondo tempo, accendono molti fumogeni e li gettano in campo, costringendo l’arbitro a sospendere la partita per qualche minuto. Un tifoso del CSKA dice ai due signori inglesi seduti alla nostra sinistra che è la normalità in Bulgaria, succede ad ogni partita. Allo stesso tempo, alla nostra destra, due tifosi dello CSKA sono impegnati in quello che sembra il passatempo preferito dai bulgari: masticare semi di girasole e sputarne il guscio. Verso la fine la partita si surriscalda e finalmente anche i tifosi in tribuna cominciano a farsi sentire, incitano i Červenite (i Rossi) che li ripagano con due gol: la partita finisce con un meritato 2-0.

La stella di Hristo Stoičkov, il più grande calciatore bulgaro, cresciuto nello Cska

Ce ne andiamo soddisfatti e decidiamo di cenare in un bel ristorante tipico vicino al Bulevard Vasil Levski, dove proviamo il Kebapče, una sorta di Čevapčiči bulgari. Alla fine una buona rakija di uva per digerire e ci avviamo di nuovo verso la Vitoša, dove ci concediamo un ultimo drink. Il giorno dopo faremo ritorno in Italia.

Una vecchia Trabant, l’automobile della Ddr

Per concludere, mi sento di consigliare un viaggio in Bulgaria perché è qualcosa di diverso, Sofia ha un suo fascino e Veliko Tarnovo merita sicuramente una visita. Quello che potrebbe attrarre noi studenti sono i prezzi molto bassi, d’altronde la Bulgaria è il paese più povero dell’UE e questo si nota anche per strada: sono molti i vecchietti che rovistano nei cassonetti della spazzatura, la pensione a quanto pare è troppo bassa. Ciò che mi ha colpito è questo mix affascinante tra mondo orientale e mondo slavo (soprattutto russo): definirei la Bulgaria come un misto tra Turchia e Russia, con un tocco d’Europa.

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About Giuseppe Pflanz 8 Articles
Studente del secondo anno di Scienze internazionali e diplomatiche, goriziano di origini bavaresi da parte paterna, romene, ucraine e slovene da parte materna, probabilmente a causa delle mie origini appassionato di tutto ciò che ha a che fare con i Balcani, l'Europa dell'Est e la Mitteleuropa. Oltre all'italiano parlo tedesco, sloveno, inglese (migliorabile), serbocroato, studio francese e spagnolo e vorrei imparare il russo. In che lingua penso? Me lo chiedo anch'io.

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