Trivellazioni in mare: l’Italia verso il referendum

La questione delle trivellazioni è nuova nel panorama politico ed economico italiano. È la prima volta, infatti, che si propongono quesiti referendari in materia di ricerca di idrocarburi. Già dal 2010, però, il tema delle estrazioni petrolifere era emerso con forza a seguito dell’esplosione della piattaforma Deepwater Horizon della BP nel Golfo del Messico. Stefania Prestigiacomo, allora ministro dell’Ambiente, vietò le attività petrolifere lungo tutta la fascia costiera italiana portando il limite di interdizione da 5 a 12 miglia. Nel 2012, con il “decreto Sviluppo” dell’allora ministro dello Sviluppo Economico Corrado Passera, sono state sbloccate le autorizzazioni concesse alle compagnie petrolifere fino al 2010, di fatto annullando il decreto Prestigiacomo. Infine, con il “decreto Sblocca Italia” del 2014, promosso dal governo Renzi, sono state rese strategiche, urgenti e indifferibili tutte le attività di ricerca ed estrazione di idrocarburi e connessi, trasferendo il potere decisionale dalle Regioni allo Stato.


Scatta la mobilitazione dei governi locali e della popolazione tra comitati, petizioni, manifestazioni di piazza, prese di coscienza. La realtà è che nei mari italiani di petrolio ce n’è poco ed è di scarsa qualità. Basti pensare al caso abruzzese, in cui i Comitati “No Ombrina” si scontrano con la multinazionale Rockhopper che detiene l’appalto per le perforazioni in mare, a soli sei chilometri dalla costa. Le strutture che verrebbero costruite per la ricerca ed estrazione del petrolio rimarrebbero in loco per almeno ventisei anni, di cui sei mesi circa per la perforazione e i restanti venticinque anni per la produzione. La quantità di petrolio così estratta, però, sarebbe sufficiente per coprire il fabbisogno nazionale per appena dieci giorni, senza contare il fatto che il petrolio così estratto non sarebbe destinato all’Italia, ma venduto sul mercato libero, dopo aver proceduto alla depurazione, con il conseguente rilascio in acque e cieli nostrani di tonnellate di rifiuti classificati come cancerogeni dall’OMS, ma perfettamente legali in Abruzzo.

Ed ecco, pochi giorni fa, la dichiarazione della Corte Costituzionale circa l’ammissibilità di uno dei sei quesiti proposti dai comitati nazionali No Triv per il referendum contro le trivellazioni nei mari italiani.


Facciamo un passo indietro. Lo scorso 27 Novembre la Cassazione ha dato il via libera per la presentazione di sei quesiti referendari, presentati da dieci regioni: Abruzzo, Basilicata, Marche, Puglia, Sardegna, Veneto, Campania, Liguria, Calabria e Molise. L’Abruzzo si è poi ritirato. La mobilitazione contro le trivellazioni, però, ha radici più profonde. Già nel Settembre 2015, infatti, il movimento politico fondato dall’ex PD Giuseppe Civati, “Possibile”, aveva promosso la raccolta firme degli elettori a sostegno della petizione di otto quesiti referendari, due dei quali relativi all’estrazione di idrocarburi liquidi e gassosi in mare e sulla terraferma. Tuttavia, le 500mila firme previste non sono state raggiunte. Così, anche grazie alla pressione di movimenti, associazioni e comitati, le dieci regioni si sono mosse sulla base dell’art. 75 della Costituzione italiana per abrogare, totalmente o parzialmente, una legge o un atto avente forza di legge. Subentrano, in questo contesto, le modifiche introdotte nella Legge di Stabilità dal governo Renzi, sulla base delle quali la Cassazione ha dovuto valutare i nuovi quesiti referendari proposti, accantonandone ben cinque e rinviando il sesto alla Corte Costituzionale che, lo scorso 19 Gennaio, lo ha dichiarato ammissibile. L’iter non è ancora concluso. Infatti, la sentenza verrà notificata alla presidenza del Consiglio dei ministri e verrà quindi indicata una data tra il 15 Aprile e il 12 Giugno per il voto referendario che sarà, eventualmente, indetto con decreto del Presidente della Repubblica. Tuttavia, come già successo con la Legge di stabilità, il governo potrebbe cercare di modificare la norma per evitare di arrivare al voto.

Cosa prevede il quesito referendario? Riguarda la durata delle autorizzazioni per le esplorazioni e le trivellazioni dei giacimenti in mare già rilasciate, collegato all’abrogazione dell’art. 6, comma 17, del Codice dell’Ambiente, nella parte in cui prevede il proseguimento delle trivellazioni fino a quando il giacimento lo consenta. Questo vuol dire che, sostanzialmente, il comma non prevede una scadenza per le concessioni già rilasciate, mentre il referendum vuole limitare la durata di queste, chiudendo definitivamente i procedimenti in corso ed evitando proroghe. Per quanto riguarda gli altri quesiti dichiarati inammissibili, le regioni Basilicata, Sardegna, Veneto, Liguria, Puglia e Campania presenteranno, di fronte al Parlamento, un conflitto di attribuzione relativo al “Piano delle Aree” e alle proroghe dei titoli. Il decreto “Sblocca Italia” obbligava le regioni a definire le aree in cui avviare progetti di trivellazione, prevedendo la partecipazione attiva delle regioni. Il quesito referendario in questione ribadiva l’attivismo delle regioni chiedendo il divieto di rilasciare nuovi permessi fino a quando il Piano non fosse stato elaborato. Il conflitto di attribuzione sollevato dalle regioni nasce in quanto il Piano è stato poi abrogato dal governo nella legge di Stabilità, facendo così decadere automaticamente anche il quesito referendario. Si ritiene, infatti, che la Cassazione abbia fatto decadere il quesito invece di sollevare una questione di costituzionalità, violando l’attribuzione dell’art. 75 della Costituzione assegnata al comitato promotore. L’altro quesito messo in discussione riguarda il “titolo concessorio unico”, introdotto dallo “Sblocca Italia” per sostituire le vecchie forme di concessioni e permessi per le trivellazioni rilasciate alle società petrolifere. Questo titolo prevede che le compagnie petrolifere possano procedere con un’unica richiesta alle attività di ricerca ed estrazione, in tempi molto rapidi. Il quesito chiedeva, invece, di fissare a trent’anni la durata massima del titolo concessorio unico, senza possibilità di proroghe, al contrario di quanto avveniva nelle vecchie concessioni per una durata totale di cinquant’anni. Anche in questo caso emerge il conflitto di attribuzione, sostenendo che il governo abbia evitato la questione per far tornare in vigore la vecchia norma, quando invece spetterebbe ai promotori sottoporre la loro richiesta agli elettori e non al parlamento, permettendo così di modificarla e aggirarla. L’ammissione del conflitto di attribuzione annullerebbe le modifiche legislative introdotte con la legge di Stabilità, facendo tornare in vigore le vecchie norme dello “Sblocca Italia”, rendendo così anche questi due quesiti ammissibili. A meno che il governo non indichi in Aprile la data per il voto referendario, ovvero prima che la questione di attribuzione venga risolta, dati i tempi molto lunghi.


Il 2015 è stato l’anno dell’Expo sulla nutrizione e della COP21 sul clima. Pochi giorni fa, dall’altra sponda dell’Adriatico, in Croazia, è arrivata la notizia dell’intenzione di proclamare “una moratoria al progetto di esplorazione ed estrazione degli idrocarburi”, gas e petrolio in mare, come annunciato dal premier incaricato, Tim Oreskovic, nella presentazione del suo programma di governo in parlamento. Forse, nel 2016, si dovrebbe concentrare l’attenzione sullo sviluppo di fonti energetiche rinnovabili e sostenibili, piuttosto che speculare su una delle ricchezze cardine dell’economia e del turismo italiani: il mare, l’oro blu.

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