Trump riconosce Gerusalemme capitale d’Israele

Lo aveva promesso in campagna elettorale e la promessa è stata mantenuta. Nel corso della settimana, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato il trasferimento dell’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme, implicando quindi il riconoscimento della stessa città come capitale dello stato d’Israele. Applicando una risoluzione del Congresso del 1995, Trump ha dunque manifestato la volontà di assecondare Israele nel suo desiderio di porre la millenaria città di Gerusalemme come propria capitale, abbandonando una certa ambiguità propria dei suoi predecessori in merito al complicato, duraturo e spinoso conflitto arabo-israeliano. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha espresso profonda gratitudine verso il Presidente americano, con il quale sin dalla vittoria elettorale un anno fa ha stabilito un forte rapporto di fiducia, lasciandosi alle spalle il gelo e le tensioni con il precedente capo della Casa Bianca, Barack Obama; va inoltre ricordato che nel dicembre del 2016 le Nazioni Unite su pressione dello stesso Obama, approvarono una risoluzione che condannava gli insediamenti israeliani in Palestina, risoluzione fortemente condannata da Netanyahu.

Il presidente francese Macron assieme al primo ministro d’Israele Benjamin Netanyahu (Credits to Benjamin Netanyahu Facebook)

La decisione di Trump ha scosso il mondo intero e ha suscitato moltissime polemiche, più o meno “infuocate”: il presidente francese Macron ha definito la scelta del tycoon alquanto spiacevole, mentre il presidente turco Erdoğan ha fortemente condannato la scelta di Trump, affermando che si è sorpassata la linea rossa per i musulmani; Erdoğan inoltre, dopo aver minacciato di rompere i rapporti diplomatici con Israele, ha definito lo stesso uno stato terrorista e assassino dei bambini. Parole forti e di dura condanna dunque. In generale, in quasi tutto il Medio Oriente il riconoscimento americano di Gerusalemme ha scatenato forti proteste, specialmente in Palestina, dove il Presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese Abbas ha affermato l’esclusione degli Stati Uniti dal processo di pace arabo-israeliano, annullando peraltro un incontro ufficiale col Vice-Presidente americano Mike Pence; Hamas ha duramente condannato l’atto della Casa Bianca e ha chiamato il popolo palestinese a sollevarsi e a scatenare una nuova Intifada. Hamas ha poi ricevuto appoggio dal leader di Hezbollah, Nasrallah, il quale ha affermato il proprio sostegno nei confronti della Palestina e approvazione per l’inizio di una nuova possibile rivolta contro Israele. Anche l’Iran e la Russia hanno manifestato disapprovazione verso un atto politico che potrebbe rendere molto più difficile il processo di pace e creare nuove tensioni nel già lacerato Medio Oriente. Il segretario generale dell’ONU Antonio Guterres ha espresso a sua volta il timore di un probabile peggioramento dell’evoluzione del processo di pace tra Israele e Palestina. Nei giorni scorsi all’Onu la questione ha tenuto banco e ha visto forte disapprovazione dalla maggior parte degli stati membri dell’Assemblea Generale nei confronti di Washington: gli Stati Uniti dal canto loro hanno risposto per voce dell’ambasciatore Nikky Haley, la quale ha lamentato grande ostilità nei confronti degli Stati Uniti e di Israele.

Manifestante palestinese arrestato a Hebron (Credits to Middle East Monitor Facebook)

Nel frattempo vi sono state in questi giorni manifestazioni di protesta contro la decisione americana e in sostegno alla causa palestinese in tutto il mondo: oltre alle manifestazioni in Palestina, Hebron, Betlemme e nel resto del paese, nei vicini Egitto, Libano e Giordania masse di cittadini si sono radunati per protestare, bruciando le bandiere degli Stati Uniti e di Israele. Manifestanti si sono radunati anche a New York e a Londra davanti l’ambasciata statunitense, a Parigi la gente ha protestato contro la visita imminente del primo ministro israeliano Netanyahu. Nella giornata di domenica a Beirut in Libano, un’enorme folla si è radunata davanti all’ambasciata americana: la polizia ha reagito lanciando contro i manifestanti gas lacrimogeni.

Manifestanti palestinesi (Credits to Middle East Eye Facebook)

La decisione del Presidente Trump ha scatenato un focolaio in Medio Oriente, animando la protesta dei popoli della regione, ma in generale la sensazione è che l’unico attore che ha plaudito il provvedimento del tycoon sia stato Israele. Trump dimostra certamente coerenza politica con le promesse fatte nel corso della sua campagna elettorale, oltre ad attuare una risoluzione ferma da più di vent’anni: malgrado la mancata applicazione dei predecessori di The Donald, infatti, il governo americano ha da tempo scelto quale parte supportare in quello che è forse il conflitto più complesso e duraturo nel mondo e cioè quello tra palestinesi e israeliani. In seguito al 1967 e alla Guerra dei sei giorni, la posizione di Washington, all’epoca sotto l’amministrazione Johnson, divenne molto più chiara grazie ai molteplici accordi con Tel Aviv per la fornitura di armi e tecnologia militare, della quale ancora oggi Israele beneficia e che lo rende uno stato inattaccabile e ben difeso da nemici ostili nella regione. Repubblicani o Democratici, non vi è in fondo stata poi tanta differenza, quasi tutte le amministrazioni americane dal ’67 in poi, hanno dato supporto politico, militare ed economico allo stato di Israele. Al contrario, i palestinesi sono stati poco a poco abbandonati da tutti, in primis da quei paesi arabi che non sono stati in grado di sconfiggere sul piano militare Israele e che sono scesi a patti con Tel Aviv per convenienza personale: su tutti l’Egitto e la Giordania. La monarchia hashemita fu poi protagonista di brutali repressioni nei confronti dei profughi palestinesi lì recatisi in seguito alle progressive conquiste militari e all’occupazione fisica dei territori palestinesi da parte dell’esercito israeliano; nacque proprio dopo tali repressioni il movimento “Settembre Nero”, artefice degli attentati di Monaco nel corso dei Giochi Olimpici del 1972. L’Arabia Saudita invece, non ha mai manifestato grande supporto per la causa palestinese, questo anche perché malgrado l’assenza di rapporti ufficiali, non vi è mai stata ostilità tra Riyadh e Israele, anzi i due hanno un nemico in comune da combattere: l’Iran. Inoltre i sauditi appaiono molto più interessati a sostenere la causa islamista, anziché una questione ancora legata ad un concetto di identità nazionale, piuttosto che religiosa (malgrado la presenza di un movimento islamista come Hamas nella stessa Palestina).

Quale seguito avrà il riconoscimento di Gerusalemme come capitale israeliana ancora non è possibile dirlo e tantomeno è possibile intravedere un’evoluzione differente nei rapporti di forza in Medio Oriente e dunque un cambio di rotta nel complicato processo di pace in Terra Santa. All’orizzonte, una possibile nuova Intifada o un mantenimento dello status quo e il proseguimento degli insediamenti israeliani nei territori occupati; eppure, la soluzione dei due stati sembra sempre più lontana e l’attuazione delle risoluzioni 181 e 242 delle Nazioni Unite sempre più un’utopia. Qualcuno si incaricherà di difendere la causa palestinese e di supportare il popolo contro l’occupazione israeliana? O sarà la dura linea di Tel Aviv ad avere la meglio?

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