Tunisia, Egitto, Libia, Siria: verso una “Primavera fondamentalista”?

Piccoli e grandi segnali di un islam radicale che cresce e, per la prima volta, accede alle stanze del potere istituzionale. Anche a causa delle rivoluzioni arabe.

Una versione più breve di questa analisi è stata pubblicata dal Giornale il Referendum.

L’obiettivo non è modernizzare l’islam. È islamizzare la modernità.

Si potrebbe riassumere così, semplificando ma non troppo, il pensiero radicale islamico. Certo pare un tantino esacerbato, ma è in questa direzione ideale che si muovono i movimenti fondamentalisti che, anche nelle ultime settimane, abbiamo visto (o non visto) crescere. Oltre ai casi più evidenti – alcuni quasi cronici, come la Nigeria – di influenza o controllo del potere (Palesina, Mali, Egitto), la cronaca di questi ultimi giorni ha portato a galla nuovi episodi significativi, spesso trascurati dai media italiani a causa della valanga di informazioni scaturita da altri eventi, come l’attuale campagna elettorale, l’abdicazione del Pontefice e il Festival di San Remo.

Pochi giorni fa la Corte Suprema della Libia ha reintrodotto la poligamia. L’annuncio, dato dalla stampa libica e riportato da alcune testate italiane, segue le affermazioni con cui 14 mesi fa l’allora leader del governo di transizione, Mustafa Abdel Jalil, aveva fatto scalpore. Jalil aveva infatti espresso la volontà di abrogare tutte le leggi dell’era Gheddafi contrarie alla legge coranica, la sharìa.

Nel nord-est della Siria, sotto il controllo dall’Esercito siriano libero (Esl) e del Fronte al Nusrah, c’è una cittadina chiamata Mayadin. Il Manifesto riferisce che gli uomini del Fronte al Nusrah – il quale secondo alcune fonti sarebbe un affiliato di Al Qaeda – dominano la città e hanno imposto la sharìa. Il loro controllo sulle città siriane sarebbe in ascesa.

Negli ultimi giorni, inoltre, alcuni gruppi estremisti hanno rivolto inediti attacchi ai cristiani in Malaysia, mentre in Thailandia, dove si temeva un attacco qaedista contro il consolato Usa, una base navale americana è stata attaccata – secondo fonti militari – da un centinaio di uomini armati. Superfluo citare poi i recenti accadimenti in Tunisia, dove il partito islamista al governo Ennahda («la rinascita» in arabo) è accusato da più voci di aver ordinato l’omicidio di uno dei massimi esponenti dell’opposizione laica, Chokri Belaid, e ora si rifiuta di sciogliere il governo per affidare la guida del Paese ha un esecutivo di tecnici, come proposto dallo stesso primo ministro, Hamadi al Jebali.

Di fronte a uno sviluppo apparentemente rapido e sorprendente dei movimenti fondamentalisti islamici, appare doverosa un’analisi delle cause che ne hanno determinato la nascita e l’avvento al potere politico. Una analisi da farsi e da leggersi senza allarmismi, ma nemmeno con superficialità. Senza, cioè, lasciar irrompere giudizi di valore.

L’origine del fondamentalismo religioso nell’islam non è comprensibile veramente senza conoscere alcuni elementi essenziali della nascita di questa religione. Infatti, molte delle contraddizioni dell’islam contemporaneo traggono origine dal ruolo di Maometto nella prima comunità musulmana, quella di Medina (nell’attuale Arabia Saudita). Il Profeta era considerato a tutti gli effetti capo spirituale e temporale della comunità: anche da ciò derivano le difficoltà antiche e moderne dell’islam nel separare nettamente religione e politica. Le rivelazioni di Dio a Maometto furono trascritte tre decenni dopo la sua morte (632 d.C.) nel Corano, che pertanto è Dio in forma di parola. Ovviamente i precetti coranici, stesi nel VII secolo, non sono compatibili con i princìpi e i valori della società contemporanea, ma il Profeta è morto e nessun altro può modificare la parola di Dio. Perciò i fondamentalisti, che operano un’interpretazione ortodossa del Corano e della Sunna (una sorta di biografia di Maometto), considerano inferiore qualsiasi altra fonte giuridica, comprese le diverse dichiarazioni dei diritti umani accolte dagli stati occidentali nel corso del Novecento.

Tutto questo non sarebbe molto importante se il radicalismo fosse rimasto un fenomeno marginale. Tuttavia, con il fallimento – o quasi – delle rivolte arabe degli ultimi due anni, esso ha trovato la via per il potere politico, sfruttando la caduta delle lunghe dittature degli stati del Maghreb che spesso lo avevano messo (formalmente) al bando. Le forze laiche e progressiste, i manifestanti della prima ora, non sono stati in grado di far valere le loro ragioni e la loro legittimità al momento decisivo: le elezioni per il primo governo post-dittatoriale (come in Tunisia e in Egitto). Perché?

Le ragioni del flop rivoluzionario, di per sé complesse, possono essere riassunte in tre punti essenziali: primo, mancanza tra gli insorti di una controcultura dominante capace di rovesciare il sistema valoriale tradizionale per sostituirlo con valori moderni; secondo, la rivolta si è diffusa attraverso un nuovo mezzo di comunicazione, internet, forza e debolezza di queste rivolte. La rete ha permesso la diffusione rapida del pensiero rivoluzionario, ma non è un buon mezzo di aggregazione delle persone e non permette un profondo radicamento di queste al territorio, due elementi essenziali per un movimento che intenda costruire un nuovo Paese; terzo, le insurrezioni sono state per lo più un fenomeno urbano, che si è esteso con fatica nell’entroterra nordafricano, dove la popolazione rurale si è trovata di fronte all’incognita del cambiamento. Temendo il salto nel vuoto con un governo progressista del tutto diverso dal precedente, che qualche diritto aveva pur concesso, ha preferito aggrapparsi alle forze islamiste e reazionarie. Che hanno avuto così partita vinta alle elezioni.

La cosiddetta Primavera araba si ripiega dunque su se stessa. Ma tra la morte di Maometto, prodromo della crisi fondamentalista, e le rivolte nordafricane ci sono di mezzo 1400 anni. Quando i primi ragazzi sono scesi in piazza e a Tunisi e al Cairo scoppiavano i primi disordini, i gruppi radicali erano già alle porte della rivoluzione. Come ci sono arrivati? È sorprendente notare come dei 14 secoli di vita dell’islam, quelli più importanti per spiegare l’avvento del fondamentalismo siano semplicemente gli ultimi due. Quelli, a ben vedere, in cui le società islamiche sono venute bruscamente a contatto con l’Occidente.

Chokri Belaid, assassinato il 6 febbraio 2013

Le ragioni principali da chiamare in causa non sono molte, ma prima di citarle occorre precisare che la via radicale nell’islam politico (seguita, ad esempio, dalla corrente dei salafiti) non è l’unica tendenza. Esiste un islam riformista, che tenta di coniugare il codice coranico – la sharìa – con la struttura democratica dello Stato (un esempio: il partito Ennahda in Tunisia). Vi è anche un islam moderato, tollerante nei confronti delle minoranze e rispettoso di alcuni diritti umani, come quello diffuso nell’odierna Turchia. Ed esiste infine una tendenza autonomista dell’islam, che confina la fede alla sfera privata e divide nettamente politica e religione (come si prefigge la coalizione del Fronte popolare in Tunisia, del quale Chokri Belaid era un alto esponente).

A partire dagli ultimi decenni dell’Ottocento, il mondo musulmano ha vissuto una fase di rapido declino. Da quando il congresso di Berlino (siamo nel 1878) ha dato il via allo smembramento del grande Impero Ottomano, ha iniziato a svilupparsi nelle coscienze dei musulmani una certa voglia di riscatto, mista a nostalgia per il periodo d’oro dell’islam. È in questo contesto che ha fatto breccia la proposta di una rinascita dell’islam puro, vitale e libero da contaminazioni esterne. In secondo luogo, venuto a mancare l’Impero, lo stato nazionale nato dalle sue ceneri è diventato la nuova entità garante e promotrice dell’identità islamica. L’islam è anche lo stato.

Se poi ci immergiamo a fondo nella società arabo-islamica, notiamo altre tre cause che hanno favorito lo sviluppo del fondamentalismo: la predominanza dell’associazionismo religioso su quello laico, l’alfabetizzazione delle masse e l’esplosione demografica degli ultimi decenni.

Il Presidente egiziano Mohamed Morsi

Il primo fenomeno, tipico dell’Egitto, deriva dal rapporto tra stato autoritario e società, che ha visto abbandonare ogni tentativo di sostegno alla popolazione (quello che oggi chiameremmo welfare state) e lasciando che se ne occupassero le organizzazioni assistenziali religiose, ben radicate sul territorio, permettendo loro di aprire scuole e formare insegnanti. Una di queste associazioni, quella dei Fratelli musulmani, nata in Egitto nel 1928, si espanderà a tal punto da esercitare un’enorme influenza sul potere politico e arrivando al culmine del trionfo nel giugno 2012, quando un suo esponente, Mohamed Morsi, è stato eletto primo presidente dell’Egitto post-Mubarak.

Il processo di alfabetizzazione è stato di vitale importanza perché ha consentito a milioni di musulmani di leggere personalmente il Corano, senza alcun «filtro». La grande percentuale di giovani nella società ha poi contribuito ad aumentare il numero di credenti istruiti secondo la nuova lettura integrale dei sacri testi, alimentando il fenomeno radicale.

Fin dalle sue origini, il fondamentalismo islamico ha rivolto il suo sguardo verso l’Occidente moderno e profano. Inutile cercare una conciliazione: lo stato nazionale è la negazione del califfato, unione panislamica internazionale a cui punta il radicalismo, e l’uguaglianza di genere è una perversione dei principi etici della sharìa.

Non c’è una soluzione?

In realtà una via per la conciliazione tra islam e modernità c’è, ma è nascosta a chi, guardando all’islam, vede solo il fondamentalismo. La visione di un islam come totalitarismo di nuova generazione è attendibile, non si può negare. Senza libertà di credo e senza eguaglianza di genere, è impossibile costruire uno stato di democrazia, che proprio sulla libertà e sull’eguaglianza si fonda. Tuttavia, per dirla con le parole di Jean-Baptiste Duroselle, storico delle relazioni internazionali, «tout empire périra»: tutti gli imperi sono destinati a crollare. L’ultimo in ordine di tempo, quello sovietico, disponeva di una straordinaria ideologia e di un apparato repressivo terribilmente efficiente. Nonostante ciò, è imploso sotto la spinta nazionalista e democratica importata da Ovest.

Inoltre, questa visione dell’islam politico sarebbe parziale se non si prendesse in considerazione l’ipotesi di un’alternativa laica al radicalismo. Con questa alternativa, che già esiste ma non è al potere, è necessario avviare un dialogo sincero e convinto. Nel mondo ci sono attualmente circa un miliardo e mezzo di credenti musulmani. Con la stragrande maggioranza di loro è possibile convivere. E dopo i considerevoli flussi migratori verso l’Europa degli ultimi decenni questa convivenza è diventata necessaria. Per stringersi la mano, qualcuno la deve tendere per primo.

About Lorenzo Alberini 49 Articles
Laureato alla triennale in Scienze Internazionali e Diplomatiche nel 2015, da allora studio Sicurezza Internazionale a Odense, Danimarca. Leggo e scrivo soprattutto di conflitti armati, terrorismo e del mondo arabo-islamico. Se in Danimarca ci fossero le montagne, l'alpinismo sarebbe la mia passione. Visto che ci sono le piste ciclabili, mi dedico all'escursionismo a due ruote. Da aprile 2014 ho il piacere di essere il direttore di Sconfinare.

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