Turchia: nuovo autoritarismo in vista?

Turchia, 11 giugno 2013 | Foto: Eser Karadağ via Flickr CC

Turchia, 11 giugno 2013 | Foto: Eser Karadağ via Flickr CC

Nelle ultime settimane, a infiammare il panorama politico internazionale sono state le dimostrazioni popolari svoltesi nelle maggiori città della Turchia, che hanno nuovamente dimostrato, in concomitanza con la sanguinosa guerra civile siriana, l’alto grado di instabilità del contesto politico e sociale in Oriente.

La Turchia sembrava, e sembra tutt’ora, una nazione pronta a compiere grandi passi verso la democrazie e l’eguaglianza sociale per poter entrare a far parte dell’Unione Europea; tuttavia, a partire dal 2011, Recep Tayyip Erdogan, indiscusso leader della rinascita turca, ha cominciato a invertire la rotta della sua (fino ad allora) soddisfacente politica nazionale. La rivolta e le manifestazioni di Istanbul e Ankara non sono delle semplici proteste popolari passeggere: sono il risultato del risentimento accumulato da molti giovani cittadini di diverso orientamento politico e religioso. Il progetto della costruzione di un centro commerciale in piazza Taksim a Istanbul è stato un ottimo pretesto per poter dar vita a queste dimostrazioni, originate dall’occupazione del Gezi Park.

Consultando le fonti giornalistiche turche, si capisce che ultimamente il comportamento del premier di Ankara ha completamente disatteso tutte le aspettative che i cittadini turchi avevano nei suoi confronti e nei confronti del suo partito, l’Akp (Partito per la Giustizia e lo Sviluppo), vincitore indiscusso delle elezioni del 2011 (e di tutte quelle precedenti a partire dal 2002). Tuttavia, fino ad allora Erdogan non si era comportato così egoisticamente, anzi, aveva cercato di favore il più possibile il processo di “occidentalizzazione” della Turchia, richiedendo espressamente più volte all’Ue di poter entrare a far parte della confederazione continentale. Nell’ambito di questo processo, Erdogan ha fatto compiere al Paese passi da gigante: lo stato di diritto si è notevolmente sviluppato, così come il livello della democrazia, ma il successo più importante del primo ministro è stato l’aver messo fine una volta per tutte al ruolo predominante dell’esercito, ponendo l’autorità militare alle dipendenze di quella civile (requisito fondamentale delle democrazie contemporanee). Dunque un passo fondamentale verso il raggiungimento del successo nello scenario internazionale.

Ciò che non si capisce è l’improvviso e apparentemente immotivato cambio di atteggiamento da parte di Erdogan, che sembra ora accecato da un egoismo spropositato e senza limiti. Con il passare del tempo, pare che il troppo potere gli abbia dato alla testa: Erdogan, dopo aver destituito i militari, si è sostituito a loro, bloccando così il processo di democratizzazione del paese, che di fatto era già a buon punto. Le conseguenze di questo cambio di rotta sono emerse fin da subito, specialmente per quanto riguarda la libertà di stampa e la libertà d’impresa. Erdogan ha cominciato a essere fortemente temuto non solo dagli uomini d’affari del paese, i quali temono ora di vedere minacciati i loro interessi, ma anche dai direttori delle maggiori testate giornalistiche.

Alcuni quotidiani turchi riportano uno scenario preoccupante: pare che da un paio di anni tutti i principali editori si siano sottomessi a Erdogan, il quale, profondamente infastidito dalle continue critiche alla sua condotta pseudo-autoritaria, ha fatto licenziare un gran numero di giornalisti e commentatori ritenuti “scomodi”. Il risultato? Una riduzione sempre più evidente della libertà di stampa, che di conseguenza danneggia anche l’attendibilità delle testate giornalistiche controllate dal governo.

Il primo ministro turco ha minacciato di voler combattere a tutto campo la rivolta popolare in corso, professando un atteggiamento all’insegna della “tolleranza zero”. Nella notte fra martedì e mercoledì i risultati delle parole di Erdogan sono apparsi evidenti a tutto il mondo: a Istanbul la polizia ha caricato i “vandali” di piazza Taksim, liberando le strade e abbattendo le bancarelle informative allestite dai cittadini; ad Ankara un poliziotto ha puntato la sua arma contro la folla e ha fatto fuoco, uccidendo sul colpo un giovane protestante. A Istanbul sono arrivati negli ospedali più di 300 feriti, la maggior parte intossicati dai gas lacrimogeni lanciati dalle forze dell’ordine, ma lo sgombero di piazza Taksim sembra essere solo il preludio di una nuova e definitiva azione repressiva contro il parco Gezi, cuore e nucleo originario della protesta.

La situazione attuale è quindi molto precaria e se Erdogan non farà un passo indietro lo scenario potrebbe peggiorare gravemente. Il problema principale non è una crisi di partito all’interno dell’Akp, quanto la mania di grandezza e l’arroganza del suo leader, che lo stesso nucleo dirigente ha paura di affrontare. Si è venuta a creare ai vertici della nazione una dinamica di servilismo nei confronti del premier e ciò ha portato molti giovani turchi a scendere in piazza per protestare contro una leadership che rischia seriamente di tramutarsi in autoritaria.

La soluzione per aiutare lo sviluppo della Turchia e favorirvi la diffusione dei principi democratici non è certamente quella di cercare di controllare la vita dei cittadini e la cultura del Paese, tanto meno attraverso una forzata re-islamizzazione del paese. Attualmente Erdogan non sembra intenzionato a cambiare atteggiamento, viste anche le recenti dichiarazioni in merito alle rivolte popolari; tuttavia spetta a lui compiere il primo passo di riconciliazione. Il popolo turco è ansioso di raggiungere l’obiettivo della piena democratizzazione e ha tutto il diritto di perseguirlo pacificamente. La comunità spera che le recenti dichiarazioni dell’Ue e della Casa Bianca (“La stabilità di lungo termine della Turchia può essere garantita solo sostenendo il diritto di espressione e quello di riunirsi“) possano convincere il premier turco ad abbandonare questo egoismo intransigente, riportandolo a dialogare civilmente con i cittadini.

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Appassionato di storia e di arte, mi interesso anche di politica nazionale e internazionale. Se potessi, passerei gran parte del tempo a viaggiare in giro per il mondo: non esiste cosa migliore! Frequento il terzo anno di Scienze Internazionali e Diplomatiche e (forse) sono proprio un aspirante diplomatico, con un grande interesse per il giornalismo.

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