Di un mondo che non c’è più: memoir da un universo scomparso

Israel Joshua Singer è, probabilmente, uno scrittore poco o per nulla noto ai più. Il suo nome è spesso oscurato da quello del fratello minore, Isaac Bashevis, anch’egli scrittore e premio Nobel per la letteratura 1978; o forse, più semplicemente, appartiene ad un mondo che oggi resiste solo nella memoria, che rinasce solo attraverso i rari racconti di chi l’ha vissuto.

Nato a Biłgoraj, città della Polonia sud-orientale, nel 1893, Singer racconta la quotidianità della comunità ebraica così come la conobbe, quando la Polonia era ancora una provincia dell’immenso impero dello Zar e l’incoronazione dell'”imperatore e autocrate di tutte le Russie” veniva festeggiata nelle sinagoghe. Figlio di Pinchas Mendl Zinger, rabbino della piccolissima comunità di Leoncin, e di Basheva Zylberman, donna di famiglia benestante originaria di Biłgoraj, iniziò a scrivere nel 1916 e fino alla morte utilizzò la lingua yiddish; emigrato a New York nel 1934, iniziò a tradurre le proprie opere in inglese, ma non abbandonò mai la propria lingua madre.

Di un mondo che non c’è più, tradotto in italiano anche come La pecora nera, apparve postumo nel 1946, due anni dopo la sua morte (avvenuta a 51 anni appena): Singer ci regala le pagine più preziose di uno scrittore, quelle dell’infanzia, raccontando i due villaggi che lo hanno visto bambino e dipingendo, con l’audacia e l’irriverenza della giovinezza, la propria famiglia e tutto l’universo attorno ad essa.

Mio padre era una creatura di cuore, più che d’intelletto, un uomo che accettava la vita per quello che era e non scavava a fondo nella natura delle cose. […] Non pativa i tormenti dell’incertezza. Credeva nell’umanità e, ancor di più, in Dio. Non contestava mai l’operato del Signore, non nutriva rancori, non concedeva ospitalità a dubbi. […] Era convinto che Dio avrebbe provveduto a lui proprio come provvedeva a tutte le Sue creature, dal bove all’acaro. “Con l’aiuto di Dio andrà tutto bene”, diceva.

Così Singer descrive per la prima volta la figura del padre, uomo “timorato di Dio” e perennemente in contrasto con l’intelletto lucido e arguto della moglie, donna istruita e di grande pragmatismo. Il padre è un chassid, un ebreo sognatore seguace della corrente mistico-popolare del chassidismo, con le sue danze, i suoi canti e la sua estasi spirituale; la madre è invece una rigida misnagid, cioè un’ebrea contraria a qualsiasi forma di misticismo religioso, estremamente dedita agli studi e rigidamente stoica. Di figure semplici e pure come quella di Pinchas Mendl se ne troveranno molte, nella narrazione del piccolo Joshua: Leoncin è una comunità dove la vita è semplice, guidata dalla fede assoluta nella ritualità della religione e da credenze, abitudini, espressioni e parole sempre unici e caratteristici. Singer ci racconta le prime ore nel cheder, la scuola ebraica, in compagnia dell’eccentrico maestro reb Mayer; della ribellione tutta infantile verso le imposizioni dei genitori, dei coetanei e – soprattutto – di un Dio che ancora non si riesce a comprendere e che gli adulti prendono sempre troppo sul serio:

Bramavo l’aria aperta – i campi, il sole, il vento, l’acqua, e la compagnia degli amici. Il mondo non era una sentina di malvagità corrotta dalla vanità delle vanità ma un luogo incredibilmente bello dove abbondavano gioie indescrivibili. Ogni albero, ogni cavallo al pascolo, ogni puledro, ogni mucchio di fieno, ogni cicogna, ogni oca e ogni papero mi chiamavano e mi riempivano di felicità e di amore per la vita. Aspettavo che i miei genitori chiudessero gli occhi, poi fuggivo come un ladro dalla prigione della Torah, del timore di Dio e dell’ebreitudine.

Con innocenza e audacia, Joshua prosegue quindi il suo racconto: conosciamo tutti gli abitanti più eccentrici  della piccola Leocin,  da reb Baruch Wolf alla pettegola Hannah Rochel; osserviamo con stupore la convivenza tra ebrei e goym, cioè cristiani e non ebrei in generale, e spiamo di nascosto la parata del giovedì santo, fatta di immagini di Gesù Cristo, di croci e di miscredenti in generale. Anche Biłgoraj, dove vivono i nonni materni di Joshua, ci si apre davanti come un’immensa scena teatrale: la nonna e il nonno, padroni indiscussi di una casa abbondante e generosa con tutti; la cucina insuperabile della nonna, così diversa da quella insipida e sempre uguale della mamma; le interminabili questioni di  halakhah, cioè di legge ebraica, sottoposte al nonno in quanto rabbino della comunità; il rocambolesco viaggio da Leoncin e ritorno, prima in treno e poi in carro, dove si incontra ogni genere di personalità e che passa anche per la grande e multietnica Varsavia.

Di un mondo che non c’è più è, più che un romanzo, un insieme di tante, piccolissime storie, ognuna delle quali con la propria voce, pronte a risvegliare un intero universo oramai sepolto. Una testimonianza oggi preziosissima, che trova nella semplicità del quotidiano il proprio valore storico, sociale e umano. Un racconto in cui, nonostante i toni scanzonati e allegri di Joshua, si sentono anche il dolore dell’esilio, dello sradicamento, di una patria che ancora non c’è: i villaggi di Leoncin e Biłgoraj vivono in una “bolla non toccata dal tempo”, circondata da foreste, campi e frutteti rigogliosi, ma il lettore – così come anche lo stesso Singer, quando scrisse – sa che non è più così. Di un mondo che non c’è più è il canto del cigno di un’intera epoca, una delle ultime, autentiche testimonianze di ciò che è stato e che non tornerà.

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