Se la Brexit diventa una realtà definitiva

EU Exposed/ Flickr

“Dicevano che la loro economia sarebbe crollata, invece non è successo niente. Anzi, stanno meglio di prima: bisogna uscire dall’Europa!. Questa è stata la reazione tipica di chi, già dall’indizione del referendum sulla Brexit, sperava in un allontanamento del proprio Paese dal progetto comunitario. Spirito che si è ulteriormente solidificato quando è giunto il verdetto finale, provocando una reazione a catena nelle dichiarazioni dei leader di queste correnti per raggiungere un risultato speculare. Finendo così per equiparare la carne di orso a quella di agnello, senza aspettare la cottura giusta.

La metafora culinaria ha un significato semplice: se è vero che le previsioni degli economisti per le sorti dell’UK erano piuttosto catastrofiste su un’eventuale sua uscita dall’UE, è altrettanto vero che – de iure ma non de facto – Londra rimane ancora una delle 28 capitali sotto la bandiera comunitaria. Il referendum era infatti “consultivo” e non vincolante in termini di legge, per cui aveva il significato di indicare al Parlamento, unico organo che rappresenti direttamente la sovranità del popolo, la via da seguire da lì in avanti nei confronti di Bruxelles. E si sa: se la democrazia parlamentare da un lato rappresenta i cittadini, dall’altra richiede i propri tempi d’azione.

Oltretutto, il regno di Elisabetta II non ha mai adottato la moneta unica, come già detto, quindi si riserva una sfera non marginale di politica finanziaria che, altrimenti, sarebbe stata ceduta alla BCE. Ne deriva che i suoi problemi in quest’ambito sono ben diversi da quelli affrontati da Stati come Francia e Italia, dove i leader della destra euro-scettica (Marine Le Pen del Front National e Matteo Salvini della Lega Nord) da mesi chiedono in patria una consultazione analoga a quella del 23 giugno. Per chiudere il cerchio, infine, ci sono anche i vincoli costituzionali – che la GB non ha, in quanto Paese di common law – che impediscono all’Italia un caso analogo: l’art. 75 della nostra Costituzione, infatti, sottrae al referendum le leggi “di autorizzazione a ratificare trattati internazionali”.

I tempi si sono inevitabilmente allungati, scompigliando il progetto iniziale della Primo Ministro May che voleva che l’uscita fosse gestita direttamente dal governo, nominando David Davis Ministro ad hoc per la Brexit. L’Alta Corte di Giustizia britannica si è messa di traverso: “rispondendo all’istanza di un gruppo di cittadini favorevoli all’Unione Europea, ha decretato che il referendum della scorsa estate (…) è ‘non binding’, cioè non è obbligatorio, cioè non decisivo”. Sentenza confermata a gennaio anche dalla Corte Suprema, dopo il ricorso del governo, ma della data del voto definitivo non si ha ancora certezza.

L’Alta Corte si era pronunciata su un ricorso di alcuni europeisti guidati dalla consulente finanziaria Gina Miller, riaccendendo le speranze di coloro che vogliono rimanere in Europa e magari di quelli che – alla fine – un po’ si erano pentiti della scelta fatta. Sarebbe stato però un grande shock per tutto il Paese – e non solo – se Westiminster avesse capovolto il risultato della consultazione. Era pressoché impossibile che accadesse, dato che il leader dei Labour, Jeremy Corbyn, aveva già annunciato che il suo partito avrebbe rispettato la volontà popolare. Infatti la Camera dei Comuni ha approvato, con 498 voti a favore e 114 contro, il progetto di legge che autorizza il governo di Theresa May ad avviare i negoziati.

Abbiamo detto che la Brexit non riguarda solo chi vive oltremanica. Equiparando l’uscita dall’Europa a un morbo pestilenziale, si inizia a parlare di contagio, come ha scritto Mario Sechi: “siamo di fronte a un’idra vorace: rischi finanziari che riguardano Paesi con alti livelli di debito pubblico, difficoltà nel sistema bancario (welcome, Italy); Stati dove i partiti euroscettici sono all’opposizione ma con una capacità di interdizione crescente (again: welcome, Italy); paesi dove l’incertezza di governo è dietro l’angolo (Spagna e, ancora una volta, Italia con il governo Renzi alle prese con il difficile passaggio del referendum costituzionale di ottobre); fragilità economica derivante da eccessiva dipendenza da interscambio con il Regno Unito”. Tutti questi rischierebbero di dire addio al progetto europeo.

Theresa May/ Nargis John/ Flickr
Theresa May/ Nargis John/ Flickr

L’esito del voto del 23 giugno è frutto di logiche politiche interne, che però trovano sponda anche negli altri Paesi membri: gli operai senza lavoro esistono anche in Portogallo, i pescatori che lamentano le regole sulla pesca li troviamo anche in Grecia, e così via. Problemi comuni che trovano il “colpevole” nelle lontane istituzioni comunitarie, costellate di burocrati che governano il Vecchio Continente a suon di regolamenti e direttive cui i parlamenti nazionali devono seguire pena le procedure d’infrazione. A pensarci bene, un miglior modo di far leva sul malcontento generale Farage non poteva trovarlo e, una volta ottenuto il suo “successo politico”, si è dimesso da segretario dell’UKIP; ma non da europarlamentare.

Adesso che anche il Parlamento si è espresso a favore dell’attivazione dell’art. 50, non è più possibile avere ripensamenti. I sudditi di Sua Maestà hanno preso una decisione irreversibile. Ciò di cui ora l’Europa dei cittadini e della buona politica deve fare è impegnarsi affinché non ci siano né una Nexit (l’uscita dell’Olanda già invocata dal leader di destra Geert Wilders, per ora sfumata), né una Frexit né, tantomeno, una Italexit. Slogan oltretutto già brutti di loro, ma la cui soluzione è comprendere i problemi dei cittadini e modellare su di loro l’UE – e non viceversa.

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Studente al SID di Gorizia, sono stato caporedattore di Sconfinare tra il 2017 e il 2018. Friulano, sono appassionato di frontiere, soprattutto quelle del Corno d'Africa. Dicono che sono sempre impegnato, ma non ho mai avuto tempo per rispondere che è vero.

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