Friulia Venezia Giulia, “una terra al confine fra complicità e illusione”

Pietro Grasso, ex capo della Direzione Nazionale Antimafia

La presenza mafiosa in Friuli Venezia Giulia

Lo scorso 27 febbraio è stata presentata al Senato la relazione annuale della Direzione Nazionale Antimafia (DNA). L’articolazione ormai capillare su tutto il territorio nazionale di organizzazioni a stampo mafioso non risparmia nemmeno la regione nella quale studiamo, il Friuli Venezia Giulia, che presenta secondo il rapporto “attrattive indubbie per lo sviluppo di attività legate alla criminalità organizzata”.

Tale affermazione da parte della DNA non vuole spaventare, bensì stimolare un approfondimento della tematica per prevenire la diffusione di atteggiamenti di illegalità sul territorio. L’obiettivo delle mafie è sempre stato infatti quello di aumentare i propri profitti ed arricchirsi: questo spiega il mutamento di interessi dei signorotti con coppola e panciotto che miravano al controllo del territorio (ottenuto attraverso estorsioni, minacce fisiche e ricatti). Nella postmodernità coppola e panciotto sono stati sostituiti da giacca e cravatta e i clan si sono inflittati nel sistema economico, finanziario e istituzionale. Già a partire dagli anni 90 del ‘900 si nota uno sviluppo della criminalità organizzata nel centro-nord del paese (basti pensare che nel triennio 93-95 Milano ha contato più di 2000 arresti di individui implicati in operazioni mafiose), inizialmente dovuta a motivi occasionali (le guerre di mafia negli anni 80-90 ne sono un esempio), poi rafforzata dalla legge sui soggiorni obbligati che implicava il trasferimento di indagati da sud a nord per evitare che continuassero a svolgere attività illecite nelle regioni del meridione. Ovviamente, un fallimento. Il flusso migratorio è infatti una delle ragioni principali secondo le quali nell’ultimo decennio si è assistito ad un aumento di fatti di cronaca in Friuli Venezia Giulia che riportano attività a stampo mafioso.

Oltre alla presenza del carcere di massima sicurezza di Tolmezzo, che sembra spingere familiari di detenuti (e quindi intere cosche o ‘ndrine) a trasferirsi per fare da supporto all’incriminato, è di rilevante importanza anche la configurazione economica e geografica del Friuli. Questa regione ha visto svilupparsi una fitta rete di piccole-medie imprese spesso a conduzione familiare che rendono facili le inflitrazioni delle mafie le quali, disponendo di quantità enormi di liquidità (il fatturato annuo della criminalità organizzata secondo Bankitalia è stimato di circa 130 miliardi di euro), superano ogni concorrenza soprattutto in periodi di recessione economica dello stato.

La necessità di trattare con le mafie nell’est europeo, sempre più forti, oltretutto, ha reso particolarmente appetibile la zona di confine fra Italia e Slovenia: la Sacra Corona Unita, per esempio, opera fra Udine e Gorizia (entrambe province “di frontiera”) ed è specializzata in traffico di stupefacenti, tabacco e merce contraffatta. Nell’ambito dell’operazione Hinterland condotta nel 2000 dalla procura di Bari contro i clan Stramaglia e Di Cosola un affiliato viene arrestato proprio a Cervignano.

La ‘Ndrangheta, invece, che fino a poco fa aveva il monopolio per il traffico di sostanze stupefacenti nel nostro paese (ora soppiantata dalla mafia serba), preferisce le province di Gorizia e Trieste, entrambe dotate di porti (Monfalcone e la stessa Trieste); aveva suscitato clamore lo sbarco nel marzo 2009 di narcos colombiani nel porto del capoluogo. Capoluogo che interessa anche la Camorra: è sempre del 2009 l’arresto del boss Ciro Limelli, membro del clan Gallo, per spaccio di cocaina.

Nemmeno il Pordenonese è risparmiato da segnali di illegalità: a tentare di far profitto in quest’area è Cosa Nostra. Nell’operazione Ge.Po (Gela Pordenone) condotta dalla polizia di Catalnissetta si riscontrano infiltrazioni del clan siciliani all’interno dei cantieri della base NATO di Aviano, complesso tutelato dalla legislazione americana. Alla mafia non può che far gola una situazione del genere, dove è possibile e facile l’acquisto di appalti attraverso i quali riciclare il denaro sporco.

Tuttavia, non sono solo le mafie italiane a suddividersi il controllo di affari nelle diverse aree del Friuli: il confine risulta essere una realtà appetibile anche per mafie straniere come la potente Triade Cinese (considerata come “la quinta mafia” nei dossier della Direzione Investigativa Antimafia) per quanto concerne la gestione di giri di prostituzione, centri benessere, immigrazione e lavoro nero, o la mafia nigeriana (implicata soprattutto nel traffico di immigrati clandestini).

A questo punto, non è più corretto affermare che la regione Friuli Venezia Giulia sia l'”isola felice” nella quale la maggior parte dei suoi abitanti crede di vivere. Secondo lo psicologo Antonio Francesco Svezia, che ha ottenuto un master di secondo livello in Analisi, prevenzione e contrasto della criminalità organizzata e della corruzione presso la facoltà di Scienze Politiche a Pisa, il Friuli è “una terra al confine fra complicità e illusione”. Ciò che suggerisce è: “Meglio prevenire che curare”. Tuttavia in Parlamento è da inizio anno che si discute riguardo il ridimensionamento delle forze di polizia su tutto il territorio nazionale. Una decisione che porterebbe con sé anche la chiusura del commissariato di polizia a Tolmezzo, dove è presente il carcere di massima sicurezza.

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