Uno scontro che sa di guerra fratricida: Pd spaccato e Renzi teme il tradimento

Probabilmente lo scontro fra Guelfi e Ghibellini assumerebbe le proporzioni di una scaramuccia se paragonato a quanto sta succedendo al centro sinistra e alla sinistra del nostro Paese più in generale nell’ultimo periodo.

Forse già a partire dal primo passo di Matteo Renzi dentro palazzo Chigi l’atmosfera all’interno del Partito Democratico non era certo delle migliori. L’approvazione da parte del Parlamento della riforma costituzionale avvenuta lo scorso aprile (riforma poi bocciata dal referendum del 4 dicembre 2016) è quindi stata solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso.  Da quel momento le minacce di scissione e le richieste di nuove primarie sono diventate pane quotidiano per molti del PD e, come due coniugi separati in casa, renziani e minoranza dem hanno tentato di rimandare il divorzio definitivo a più tardi possibile.

A seguito dell’Assemblea del partito convocata nei giorni scorsi e della direzione del 21 febbraio l’ex premier Matteo Renzi ha lasciato anche la carica di segretario del partito, che ora è guidato provvisoriamente dal presidente Orfini. Ma le novità non finiscono certo qui. Sono trentatré infatti, fra deputati e senatori, i parlamentari che seguiranno Pierluigi Bersani e Roberto Speranza, appoggiati all’esterno da Massimo D’Alema e seguaci, nell’uscita dal PD.

Michele Emiliano, attuale governatore della Regione Puglia, nelleMichele_Emiliano (1) ultime settimane aveva fortemente appoggiato Bersani e sembrava stesse per seguirli, ma proprio sulla soglia della porta, forse con la scusa di aver dimenticato qualcosa, è tornato sui propri passi ed ha lanciato la sua candidatura a segretario in occasione delle prossime primarie.

Fra i fuoriusciti di spicco spunta poi Vasco Errani, nominato a suo tempo nominato dallo stesso Renzi Commissario Straordinario di Governo alla Ricostruzione delle aree terremotate del centro Italia. Va detto che Errani ad oggi non ha ancora ufficializzato la sua uscita dal partito, ma alcune sue riflessioni non lasciano spazio a molti dubbi. “Se le cose non cambiano, vado via. E sabato pomeriggio spiegherò perché a Ravenna, nella mia sezione, com’è giusto che sia”, spiega infatti l’ex Presidente della Regione Emilia- Romagna.

Il grosso problema del PD, però, non sono tanto i fuoriusciti quanto più le numerose correnti interne al partito, incapaci di convivere fra loro, da sempre artefici di una guerra fratricida che finora ha causato solo danni. Renziani, Dem, Giovani Turchi, Responsabili, Bersaniani e Cuperliani, senza contare i numerosi sostenitori di quegli esponenti democratici che oggi sono ai margini della vita politica (Veltroni, Prodi, D’Alema e Letta), stanno lacerando quel partito che qualche anno fa sembrava essere riuscito nella storica impresa di unire tutto il centro sinistra sotto lo stesso tetto.

Il partito non può certo definirsi coeso: sono già iniziati gli scontri per la data delle prossime primarie. I Renziani, nella speranza che quel 40% che ha votato Sì al referendum sia disposto a votare Renzi, mirano al 9 aprile, mentre i Cuperliani propongono di andare direttamente a luglio. La scelta finale spetterà ad una commissione presieduta dal vicesegretario Lorenzo Guerini.

È di poche ore fa la notizia che anche Andrea Orlando sarà candidato alle prossime primarie del PD. Ho deciso di candidarmi perché credo che dobbiamo ricominciare a ricostruire questo partito, prima che sia troppo tardi”: così l’attuale ministro della Giustizia motiva la sua scelta.

Questa novità preoccupa non poco l’ex premier Renzi, spaventato dall’idea che Franceschini, il quale si stima abbia con sé circa il 25% del partito, possa tradirlo per Orlando mettendo così a forte rischio la sua posizione. Dalla California Renzi  allora spinge ancora per le primarie.

Ma se il PD fra scissione e correnti interne non se la passa affatto bene, altrettanto si può dire della sinistra più “radicale” . Sinistra Italiana ha già visto alcuni dei suoi esponenti di spicco, Arturo Scotto e Massimiliano Smeriglio fra tutti, abbandonare il neonato partito poiché in disaccordo con la possibilità di future alleanze con il Pd o con ciò che di esso rimarrà.

Ancora una volta, quindi, la sinistra nel nostro Paese si è dimostrata incapace di mantenere quell’unità necessaria per sperare di governare e di ciò il primo beneficiario sarà sicuramente il Movimento 5 Stelle, che potrebbe sfruttare la situazione per limitare i danni derivanti dagli scandali che hanno travolto Virginia Raggi negli ultimi mesi.

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Studente al secondo anno di Giurisprudenza presso l'Università degli Studi di Trento. Appassionato di politica e attualità, nonché di fotografia. Sconfinare porta avanti la mia stessa idea di giornalismo, per questo ho deciso di farne parte.

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