USA e UNMIK: verso la fine di un’era?

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Di Virginia Vittori e Elisa Contin

UNMIK sta per United Nations Interim Administration Mission in Kosovo; è una missione istituita con la risoluzione 1244 del Consiglio di Sicurezza che dal 1999 affianca le istituzioni di autogoverno kosovare (l’Assemblea del Kosovo, il Primo Ministro e il Presidente della Repubblica). E, secondo l’ambasciatrice USA uscente all’ONU, Nikki Haley, ha anche fatto il suo tempo. Gli USA sono quindi propensi per un’exit strategy, poiché a loro avviso la missione non è più rilevante nei Balcani occidentali.

Questa dichiarazione ha destato immediate preoccupazioni nel governo serbo. Il presidente Aleksandar Vučić ha affermato che, in caso di ritiro della missione, la Serbia proteggerà la propria popolazione, senza chiarire le modalità di tale protezione. A ciò si sommano le crescenti tensioni dovute alla proposta di legge per trasformare la Forza di sicurezza del Kosovo in un esercito regolare e per istituire un ministero della difesa.

Area del Kosovo secondo la risoluzione 1244. (Credits: Wikipedia)

Lo scorso 18 ottobre il parlamento kosovaro l’ha approvata con la sola astensione dei deputati della minoranza serba. Tuttavia la votazione costituisce un problema di tipo giuridico, oltre che politico: sia la risoluzione 1244 del Consiglio di Sicurezza che la Costituzione del Kosovo impediscono la creazione di un esercito nazionale. L’unica forza autorizzata a rimanere nella regione è la missione KFOR della NATO, istituita nel giugno 1999.

La United Nations Interim Administration Mission in Kosovo (UNMIK) è iniziata nel giugno 1999 con la risoluzione 1244 del Consiglio di Sicurezza. L’intervento delle Nazioni Unite mirava a portare la pace nella regione, scossa dagli scontri fra la minoranza albanese e la componente serba. Attualmente lo scopo della missione è di aiutare il Consiglio di Sicurezza a realizzare l’obiettivo di assicurare agli abitanti del Kosovo una vita pacifica e di stabilizzare la regione dei Balcani occidentali.

In Kosovo non si sono impegnate solo NATO e ONU, ma anche l’Unione Europea con la missione EULEX, che ha agito nell’ambito della risoluzione 1244 del Consiglio di Sicurezza con lo scopo di sostenere il processo di consolidamento del rule of law nel Paese. La missione è partita nel 2008, anno in cui Pristina ha dichiarato la propria indipendenza, ed è terminata il 14 giugno 2018 con un accordo fra il presidente kosovaro Hashim Thaci e la capo-missione Alexandra Papadopoulou. Tuttavia alcune competenze residuali sono state prorogate fino al 14 giugno 2020.

EULEX è basata su due pilastri: operazioni e monitoraggio. Nell’ambito del monitoraggio si occupa di supervisionare i processi che sono passati in carico al sistema giudiziario kosovaro dal 14 giungo 2018 e di supportare il sistema carcerario, mentre in quello delle operazioni ha ruoli marginali di secondo security responder nel Paese, dopo le forze NATO del KFOR, di sostegno alla polizia in operazioni di tutela dell’ordine pubblico e in programmi di protezione testimoni.

Per comprendere i recenti sviluppi riguardanti la regione, occorre fare un passo indietro. Il conflitto che ha interessato il Kosovo alla fine degli anni ‘90 si inserisce nel più ampio contesto delle guerre jugoslave. Questa serie di conflitti armati ha coinvolto gli Stati facenti parte della oggi dissolta Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia, circa dieci anni dopo la morte di Tito. La guerra in ex Jugoslavia è certamente il conflitto più sanguinoso consumatosi sul suolo europeo dopo la fine della seconda guerra mondiale.

La guerra in Kosovo. (Credits: Wikipedia)

Il Kosovo era una provincia autonoma serba, ma la maggioranza della popolazione era albanese. Con la morte di Tito, il nazionalismo dilagante acuisce le aspirazioni indipendentiste della componente albanese. Aspirazioni che vengono soffocate dal presidente serbo Slobodan Milošević, che revoca l’autonomia della provincia e porta avanti una campagna di serbizzazione delle province kosovare. Da questo momento – marzo del 1989 – il conflitto precipita. Dopo quasi dieci anni di resistenza per lo più pacifica, tra il 1996 e il 1999 atti terroristici contro le istituzioni vengono compiuti dall’organizzazione paramilitare UÇK – Esercito di liberazione del Kosovo. Ciò ha portato ad una repressione sempre più dura da parte della polizia ed in seguito dei gruppi paramilitari serbi.

Per tutto il 1998 la NATO adottò una politica di minaccia contro la Repubblica federale jugoslava guidata da Milošević; nel marzo del 1999 iniziò i bombardamenti contro la Serbia. L’attacco si concluse a giugno con l’accettazione, da parte di Belgrado, del piano di pace proposto dai paesi del G8. Nel frattempo venne approvata la già citata risoluzione 1244 dell’ONU, che pose il Kosovo sotto il controllo dell’UNMIK e auspicava l’autonomia della provincia, pur ribadendo la sovranità serba.

Se da un lato la posizione di Nikki Haley è giustificata dalla lunga permanenza della missione in Kosovo e dal progressivo esaurimento delle sue funzioni, dall’altro è evidente come la scomparsa di una forza di peacekeeping in ambito ONU (anche se gestita dalla NATO) rischierebbe di aumentare le già esistenti tensioni fra Pristina e Belgrado. Tensioni che potrebbero riemergere in questi giorni, in cui si parla di uno scambio di territori. Il Kosovo settentrionale a maggioranza serba dovrebbe tornare a Belgrado, la Serbia meridionale filo-albanese a Pristina. Ne discuteranno Aleksandar Vučić – presidente serbo – Hashim Thaçi – presidente kosovaro – con Donald Trump e Vladimir Putin l’11 novembre a Parigi.

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