Viaggiare per sopravvivere

Source: firenzepost.it

Si riporta di seguito la traduzione dall’inglese del racconto di Sadiq Khan, ragazzo di origine pakistana che ha avuto il coraggio e la pazienza di raccontarci la sua storia e, in particolare, il suo viaggio dalla terra natale all’Italia. Oggi Sadiq frequenta il corso di laurea magistrale in Diplomazia e Cooperazione Internazionale a Gorizia. 

di Sadiq Khan

Background

Mio padre prestava servizio presso l’Esercito degli Emirati Arabi Uniti, oltre ad essere il capo (Malik) della nostra tribù. Tornava in Pakistan solo durante i suoi quaranta giorni di congedo annuali ma si ritrovava costantemente occupato a risolvere le dispute fra diverse tribù e tra queste e il governo.

Nel 2006 è stato ucciso da un terrorista durante l’ora della preghiera in moschea e con lui mio cugino, a causa del suo coinvolgimento nella pacificazione fra due tribù. Dopo un periodo difficile, grazie ad un nostro amico americano e ai nostri cugini che ci hanno supportato, anche economicamente, tutti noi (i miei fratelli ed io) siamo riusciti a ricevere un’educazione adeguata.

Educazione e difficoltà

Quando i Talebani si sono rafforzati nella regione, alle giovani donne è stato negato l’accesso all’istruzione e ad alcune professioni, in particolare la collaborazione con le ONG e con qualunque straniero che si arrischiava a venire nelle aree tribali del Pakistan. Era stata bloccata la costruzione di nuove infrastrutture, gestita da imprese straniere – ma anche da ONG come USAID, UNICEF, NRC – poiché i Talebani non accettavano compagnie che non fossero proprietà di musulmani. Di conseguenza, chiunque lavorasse per una ONG era in pericolo.

Source: UNHCR

Io ero insegnante di inglese presso la mia scuola, che sarebbe stata più tardi occupata dai Talebani per le loro attività agghiaccianti. Ogni struttura che era stata precedentemente utilizzata dai Talebani, compresa la mia scuola, sarebbe stata poi demolita in seguito ad un’operazione militare nell’area. Sono stato addirittura inserito nella “blacklist” dai militari poiché i Talebani avevano soggiornato nel mio istituto. Non mi credettero quando dissi loro che la mia scuola era stata presa con la forza.

Ho lasciato il mio paese e mi sono trasferito in Afghanistan, dove ho trovato un lavoro e vissuto per un periodo, prima di trovare un altro impiego presso l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) a Khost (Afghanistan). Ma la città è situata sul confine con il Pakistan, cosicché per i Talebani era piuttosto facile entrare in entrambi i paesi. Quando i talebani hanno scoperto che lavoravo per la UNHCR, mi hanno minacciato e mi sono ritrovato nuovamente nei guai. A malincuore, ho deciso di lasciare l’Afghanistan.

Inizialmente mi sono recato in Iran, dopo essermi rivolto ad un trafficante e aver camminato per venti ore consecutive tra le montagne; sono seguite diciassette ore in un camion coperto con altre 80 persone, riuscendo a malapena a respirare prima di raggiungere, infine, il confine con la Turchia. Abbiamo aspettato un giorno intero sulle montagne iraniane e una volta notte ci siamo incamminati verso la frontiera.

Il tragitto è stato estremamente faticoso, come mai in vita mia, senza cibo né acqua, esposti al freddo, alla pioggia e ai pericoli della frontiera, presidiata dalle pattuglie dell’esercito. La pioggia e la bassa temperatura si sono poi rivelate una fortuna, dal momento che abbiamo potuto abbeverarci durante il viaggio grazie all’acqua piovana che si accumulava nelle cavità delle rocce.

Sulla via ci siamo anche imbattuti nei corpi di coloro che erano venuti prima di noi ed erano stati fucilati dai militari, o che erano morti perché incapaci di proseguire oltre; anche qualcuno del nostro gruppo ha ceduto ed è rimasto in mezzo alle montagne. Eravamo partiti dall’Iran alle 17 e siamo arrivati in Turchia alle 12 del giorno seguente.

Source: zic.it

Siamo quindi stati smistati in diversi carri, dove stavamo in piedi perché eravamo in troppi; dopo un’ora siamo arrivati ad un’abitazione dove bisognava confermare il pagamento del viaggio. C’erano tre stanze, due occupate da famiglie e una da soli uomini ma era troppo piccola, tanto da non potersi sedere comodamente perché non vi era spazio. La stessa stanza fungeva da cucina e per lavarsi non vi erano porte da poter chiudere; l’acqua era molto sporca e solo dopo mezz’ora che si era depositata acquisiva un colore più normale.

Alcuni tra i presenti erano lì da due mesi perché vi erano stati problemi nel saldo e venivano picchiati pesantemente ogni giorno. Io fortunatamente non ho avuto problemi e la partenza è stata fissata per il giorno successivo, in mattinata alle 11. Mi sono ritrovato a sedere quasi 18 ore sulle scale di un grande autobus, che portava cinque volte la capienza massima di persone, finché non abbiamo raggiunto Istanbul.

Dopo una settimana lì, avevo conosciuto diversi ragazzi che avevano tentato di raggiungere l’Europa attraverso la Bulgaria, ma non vi erano riusciti ed erano tornati indietro, in condizioni critiche e dopo quattro giorni esposti alle intemperie. Ho deciso a quel punto di passare per la Grecia, era una decisione pericolosa e avventata ma costava meno, il che all’epoca contava molto.

Source: UNHCR

Eccomi quindi nuovamente in autobus nello spazio per i bagagli; siamo partiti verso l’isola turca di  Bodrum, nelle vicinanze delle isole greche. Eravamo due ragazzi e con una guida siamo andati sulle montagne dove siamo rimasti fino a tarda notte, quindi ci siamo spostati verso il mare, ma il primo tentativo è fallito perché siamo stati scoperti e la guardia costiera ci ha rispedito indietro.

Ci abbiamo riprovato la notte successiva: eravamo otto persone in una piccola imbarcazione, tre uomini e tre donne dall’Afghanistan e altri due dal Pakistan. Guidavo io la barca – per la prima volta in vita mia – e abbiamo concluso la traversata dopo due ore e mezza di viaggio. Ogni volta abbiamo dovuto pagare il doppio o il triplo del normale per poter continuare; funzionava così: all’inizio ti dicevano che ti avrebbero aiutato ad attraversare il confine per mille dollari, ma una volta dall’altra parte ti tenevano prigioniero finché non pagavi nuovamente.

Siamo rimasti in un campo in Grecia per quattro giorni, poi prendendo un autobus e un treno ho raggiunto l’Italia dall’Afghanistan, il tutto in un mese e mezzo – un viaggio breve se confrontato con altri casi. Eravamo tutti diretti in Germania poiché permetteva il passaggio ai rifugiati ma, siccome non venivano accettate persone provenienti dal Pakistan, sono rimasto in Italia perché la legislazione più flessibile me lo permetteva.

Avevo attraversato molti confini, prima con l’Iran, quindi Turchia, Grecia, Macedonia, Serbia, Croazia, Slovenia, Austria e quindi Italia. Sono andato a Udine e poi a Gorizia come mi era stato detto di fare da un amico, mi sono presentato ad una volontaria all’una del mattino, quindi la polizia mi ha perquisito e ho firmato un documento senza sapere cosa vi fosse scritto; a quel punto mi è stato detto di lasciare la stazione di polizia. Eravamo due ragazzi, e dopo essercene andati e non aver trovato un posto dove dormire, abbiamo trascorso la notte in una cabina telefonica.

Il giorno seguente abbiamo conosciuto altri rifugiati che ci hanno indicato la strada per la chiesa e per il bosco. Sono rimasto in quella chiesa per 14 giorni, eravamo troppi e dormivo in una tenda, era novembre 2015 e pioveva ininterrottamente, la tenda era piena di acqua ovunque e durante il giorno stavamo nel bosco per cucinare e lavarci nel fiume, nei pressi di Gradisca d’Isonzo. Dopo quei 14 giorni mi sono spostato nel campo di Gradisca, dove ho trascorso un anno in attesa che mi fosse riconosciuto lo status di rifugiato.

Grazie a Daniela, Ionella e Laura, dipendenti del C.A.R.A. e al personale dell’ICTP che mi hanno aiutato enormemente nel recupero della mia istruzione, di cui sono felice e per cui sono loro riconoscente. Ho anche trovato professori e studenti molto comprensivi e disponibili all’Università. Grazie a tutti coloro che mi sono stati d’aiuto nei momenti difficili.

Traduzione di Alessandra Veglia. Clicca qui per la versione originale.

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