Vincere la disoccupazione giovanile: l’esempio della Germania

leggi la prima parte dell’analisi: “La disoccupazione giovanile: il vero (e nostro) problema

Le scelte economiche che videro protagonista lo Stato tedesco nei primi anni Duemila furono  estremamente coraggiose e servirono a interrompere l’inarrestabile aumento del tasso di disoccupazione giovanile, il più alto in Europa e tra i primi al mondo. Il caso della Germania fu una delle più chiare dimostrazioni non solo delle effettive potenzialità che lo Stato ha in materia di riforme, ma anche delle sue capacità di condizionare sensibilmente le tendenze negative di un’economia nazionale, migliorandole e riducendo le problematiche ai minimi termini.

Le misure prese dal governo tedesco (tassazione ridotta del 50% sui redditi fino a 30.000 euro, eliminazione della pressione fiscale sui redditi fino a 10.000 e elargizione di ingenti finanziamenti statali a favore di imprese start-up formate da giovani intraprendenti) furono, come detto, rischiose ma efficaci e la scommessa della Germania si rivelò ben presto una scommessa vinta. I risultati, favoriti anche dalla continuità data a questa politica dal governo cristiano-democratico di Angela Merkel a partire dal 2005, furono sorprendenti. Vennero creati moltissimi posti di lavoro nel settore dei servizi, il terziario; gli stipendi aumentarono, tornando ai livelli di una volta; il tasso di disoccupazione si ridusse nel giro di pochi anni (nel 2005 toccò l’apice con l’11% circa, ma da allora ha sempre continuato a diminuire); i cittadini tedeschi poterono usufruire di servizi pubblici più numerosi e meglio organizzati. Oggi il tasso di disoccupazione in Germania è ai minimi storici, si aggira intorno al 6% ed è in costante diminuzione. Nonostante le difficoltà causate dalla nuova crisi economica iniziata nel 2008 – che proprio in questi ultimi mesi ha fatto registrare per la prima volta una diminuzione del PIL anche qui – la Germania resta il paese più forte d’Europa.

I risultati di questa scommessa tedesca sui giovani sono qualcosa di sorprendente. Tutto ciò è stato possibile grazie a uno Stato che ha collaborato e continua a collaborare con i giovani, crede nelle loro capacità, va incontro alle loro esigenze e punta fortemente su potenzialità e risorse che proprio i giovani sanno esprimere come ricchezza, perché giustamente sa che essi sono il motore e il futuro della nazione. La premessa di base che in Germania ha consentito questa rinascita è però anche un’altra: un tasso di evasione fiscale molto contenuto, cosa che in Italia al giorno d’oggi, nonostante tutti gli sforzi del governo Monti, resta pura fantasia (almeno per ora). Quello che è avvenuto in Germania è una sorta di stipulazione di un contratto fra Stato e cittadini, secondo il quale tutti collaborano uniti per il bene comune e tutti lavorano in nome di un’unità nazionale davvero sorprendente, se vogliamo anche di bismarckiana memoria.

In Italia la realtà è diversa. Sprechi, corruzione ed evasione fiscale sono tutt’ora a livelli assai alti e restano le principali piaghe sociali da combattere; sono questi gli ambiti verso i quali i governi dovrebbero rivolgere le loro misure di austerity e di taglio dei costi: ma nel Bel Paese succede poi che i tagli non colpiscono i ricchi vitalizi dei parlamentari, ma la sanità e il servizio ospedaliero; non riducono gli sprechi di denaro pubblico, non emarginano i funzionari corrotti, ma vanno a danneggiare la scuola e l’istruzione, togliendo a questo essenziale servizio risorse e capacità di sviluppo. Tagliare i costi della sanità significa ammettere e sancire il fallimento del mitico Welfare State, uno Stato per il quale sono serviti decenni di lotta politica e sociale. Tagliare l’istruzione e la scuola pubblica significa compromettere, danneggiare il nostro futuro e quello di coloro che un giorno saranno il cuore e il motore di questo paese.

L’esempio della Germania è emblematico e andrebbe seguito. I tedeschi, per quanto ci lascino perplessi a causa del rapporto di subordinazione finanziaria che sembra essersi creato ultimamente nell’ambito dell’Unione europea, hanno indicato una via ardua, ma efficace per cercare di risolvere i problemi che più preoccupano i cittadini.

C’è però da dire che la realtà tedesca resta molto differente da quella italiana, sia per quanto riguarda la storia politica dei due paesi sia per il loro background storico e culturale. La Germania, in origine Impero tedesco, ha sempre avuto una tradizione nazionalista e patriottica molto forte, coesa e ispirata ai dettami del pangermanesimo, un ideale che appare da un lato anacronistico, dall’altro invece ancora quanto mai attuale e necessario per garantire al paese la stabilità necessaria. L’Italia, come ben sappiamo, anche dopo l’unità proclamata il 17 marzo 1861 (ed è bene ricordarlo per i più smemorati, politici in primis), restò una nazione profondamente divisa fra un Nord ardentemente repubblicano e democratico e un Sud preferibilmente monarchico e ancorato alle tradizioni locali; inoltre l’unità venne sentita non come frutto di una spinta “dal basso”, cioè popolare e comune, ma più che altro come il frutto di una rivoluzione “dall’alto” determinata dalle mire espansionistiche del Regno sabaudo di Vittorio Emanuele e Cavour.  Da qui ebbero origine tutte le disuguaglianze sociali, le ingiustizie, gli intrighi di governo e gli scandali politici descritti nei libri di storia, che presentano l’Italia come una nazione in cui gli italiani sarebbero effettivamente ancora “da fare”, “da plasmare” (come si diceva appunto in epoca risorgimentale). Osservando il passato dunque, è senza dubbio possibile che certe piaghe come la corruzione e gli sprechi pubblici siano delle costanti della storia italiana, mai veramente risolte nonostante tutta la buona volontà e i tentativi di alcuni onesti uomini di Stato.

La disoccupazione giovanile e il calo del PIL sono senza dubbio alcuni degli effetti della crisi economica, ma sono anche il frutto di un sistema istituzionale, burocratico e culturale che funziona in modo scorretto e che perciò bisogna tentare di modificare. Come? Prima di tutto ingaggiando una sorta di “battaglia culturale” per sconfiggere i valori sbagliati e controproducenti che si sono radicati nella società e nella classe politica italiana nel corso di questi intensi 150 anni di storia, densi di successi così come di contraddizioni. Rimodellando gli italiani, o, per non generalizzare, almeno quelli che non si comportano in modo civile e rispettoso del bene comune (evasori fiscali, corrotti etc.), si riuscirà gradualmente anche a modificare in meglio il nostro sistema politico che, privo di questi difetti oserei dire endemici, saprebbe sicuramente affrontare meglio problemi come la disoccupazione giovanile.

La soluzione sta quindi nel diffondere nuovamente quello spirito patriottico, di amore e di solidarietà verso i propri concittadini che è andato in gran parte perso; senza questa volontà di lottare e lavorare tutti insieme, uniti per il futuro dell’Italia, anche le riforme più accorte e corrette rischiano di non dare gli effetti sperati.

Certamente di fronte a una crisi di questa entità ogni cosa sembra più difficile, e di sicuro la buona volontà e la filantropia non possono risolvere da sole tutti i problemi di questo Paese, ma solo cambiando noi stessi e il nostro modo di rapportarci con il prossimo potremo pensare davvero un futuro migliore per la nostra nazione. In fin dei conti sono gli italiani a decidere le sorti dell’Italia. Se cambieranno gli italiani, cambierà anche l’Italia.

Ti potrebbero interessare anche:
About Filippo Malinverno 41 Articles
Appassionato di storia e di arte, mi interesso anche di politica nazionale e internazionale. Se potessi, passerei gran parte del tempo a viaggiare in giro per il mondo: non esiste cosa migliore! Frequento il terzo anno di Scienze Internazionali e Diplomatiche e (forse) sono proprio un aspirante diplomatico, con un grande interesse per il giornalismo.

Be the first to comment

Rispondi

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: