“Viva Stalin”

Dove va la Russia?

Moskvá – Dalle frequenze di Rossija 1, primo canale governativo, va in onda Poedinok, il Duello. Questa settimana si sfidano Viktor Erofeev, scrittore rispettato in Occidente e per le sue idee progressiste e democratiche, e Aleksandr Prokhanov, scrittore ultranazionalista, uomo corpulento nostalgico dei tempi sovietici. Tema della trasmissione, Iosif Stalin. I duellanti cominciano ad inveire l’uno contro l’altro, «Vorrei un Paese dove le persone siano libere, non un ritorno di Stalin» inizia il primo. «Americàniets!» lo “offende” il secondo, facendo vibrare il turgido sottomento. «Se io sono americano tu, interessato solo ad uno Stato potente e alla conquista del Cosmo, sei un cinese! Vai a Pechino a vedere come vivono le persone della gloriosa Repubblica Popolare!» ribatte Erofeev.

Sotto i loro volti scorrono i contatori di sms-voti inviati dai telespettatori. L’“americano” comincia male. Alla fine del duello il “cinese”, cui è bastato interrompere l’avversario con qualche ricordo dell’epoca d’oro del grande dittatore, vincerà con più del decuplo di voti. 20.000 per, 2.000 contro Stalin. Sconvolgente? Perché non conosciamo la Russia.

 

È tutto bello quel che gli occhi di un moscovita di oggi vedono del periodo staliniano. Dal tempio sotterraneo del Moskovskij Metropoliten alle sette sorelle, i grattacieli-torte nuziali che svettano attorno a Mosca, fino ai soffitti altissimi delle abitazioni staliniane, molto più comode delle minuscole krusciovki prefabbricate degli anni Sessanta. Senza dimenticare  Jurij Gagarin e lo Sputnik, la vittoria della Grande Guerra Patriottica (Seconda Guerra Mondiale) e l’orgoglio di vivere in Unione Sovietica, uno dei due perni della politica mondiale, temuta o venerata, rispettata in tutto il Pianeta. Per i russi, consapevoli di appartenere ad una storia e ad una cultura ricchissime, l’attaccamento alla patria è molto importante. Si tratta di un affetto quasi intimo, privato: lo stesso che molti provano nel recitare una poesia di Pushkin.

I telespettatori di Rossija 1 non stavano votando per Stalin. Se sono molto pochi quelli che hanno vissuto splendore e Terrore del periodo staliniano, praticamente tutti ricordano benissimo i terribili anni Novanta, “quando la mamma mangiava la buccia, per dare a me la polpa della mela.” Qualche tempo prima il democratico Gorbachev aveva promesso ai cittadini sovietici riforme e trasparenza. Finì in tragedia. Mentre il mondo cambiava e pochi si arricchivano, la Russia finiva per strada senza nulla da mangiare. Nessuna sicurezza e prestigio perduto per sempre, da un giorno all’altro.

Nessuna democrazia europea ha vissuto anni così difficili e può capire fino a che punto il potere sia una cosa serissima. I russi lo danno a chi sa gestirlo: a chi sa conservare la sicurezza e la rispettabilità di cui loro più di altri conoscono il valore. Oggi, sono abbastanza soddisfatti della loro scelta.

Vladimir Putin è al potere da undici anni. È diventato presidente cavalcando sicurezza e prestigio. Ha risolto a modo suo la seconda crisi cecena, salvando un pezzetto di terra alla Russia ormai frantumata. L’alto prezzo di gas e petrolio venduti in Europa fa vivere ai russi il loro sogno americano. Il nuovo Stalin si fa rispettare dagli Stati Uniti, costruisce nuovi grattacieli nella City della capitale con l’ex-sindaco Luzhkov, aprirà nuove stazioni della metropolitana. I teatri e gli auditorium di Mosca lavorano a pieno ritmo, le vecchie fabbriche del centro si trasformano in gallerie d’arte moderna. Torna in auge il militarismo, Putin rivitalizza la vecchia festa sovietica dei Difensori della Patria e la trasforma in un giorno festivo.

Quando Dmitrij Medvedev diventa presidente nel 2008, entra come figurante in una scena già montata dal suo predecessore, anche se chi parla oggi di un fantoccio comandato da Putin commette un errore. Il “tandem” al potere è

realmente tale. Medvedev sa che l’equilibrio putiniano è molto fragile: l’economia dipende dal prezzo del petrolio, sale e scende con esso. Non perde occasione per parlare di partecipazione, modernizzazione dell’economia, diritti e giustizia, ma lo fa con cautela per non bruciare le sue carte. Gli anni Novanta sono troppo freschi nella memoria. E i russi vogliono stabilità, al massimo una riforma graduale, non certo una nuova rivoluzione.

 

Il potere appare ora come un grande blocco monolitico, anche se probabilmente è Putin a controllarne i gangli vitali. È più forte di Medvedev sia per numero di potenziali elettori che per appoggi nel mondo economico e mediatico. Alle elezioni regionali del 13 marzo scorso, il partito Russia Unita, ha ottenuto il 75% dei voti. I media contribuiscono a creare un’atmosfera di sicurezza. I giornali o sono governativi o tabloid di bassa o pessima qualità. Le televisioni sono oggi al 90% nelle mani del governo. Solo poche settimane fa, anche Pervyj Kanal, l’ultimo grande canale piuttosto indipendente, è passato da Roman Abramovich ad un grande amico di Putin, Jurij Kovalchuk. Putin e Medvedev hanno uno strano modo di comunicare il loro potere. Proprio come il buon Stalin, che sbagliava solo per colpa di malfidati collaboratori, anch’essi appaiono infallibili. Ogni edizione dei Tg li mostra mentre interrogano e redarguiscono con ironia e mano ferma i responsabili delle inefficienze russe: banchieri, amministratori locali, imprenditori arrossiscono in diretta di fronte a tutte le Russie.

L’anno prossimo si terranno le elezioni presidenziali. Molto semplificati, gli scenari possibili di una battaglia elettorale ancora avvolta dal più fitto mistero saranno: Putin contro Putin o Medvedev contro Medvedev, se uno dei due rivali decidesse sorprendentemente di farsi da parte. Medvedev contro Putin, se il presidente fondasse davvero un suo partito sopra l’agenda democratica che ha esposto così chiaramente in questi anni. Infine, Medvedev con Putin, in un rinnovato tandem presidente – primo ministro. In questo caso le necessità russe di ordine e prestigio garantite dal Nuovo Stalin continueranno ad essere accompagnate dal sogno di una Russia democratica ed attenta ai diritti umani incarnata da Medvedev.

 

 

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Sono nato il 25 maggio 1988 a Ferrara, mi sono laureato in Scienze Internazionali e Diplomatiche di Gorizia, trampolino formidabile e sgangherato per partire alla scoperta del mondo. Affascinato dalla Francia, ho trascorso un anno di Erasmus a Sciences Po di Parigi. Un breve scambio universitario e uno stage all'Ambasciata d'Italia a Mosca mi hanno fatto innamorare della Russia, del suo popolo sensibile, della sua cultura e della sua lingua armoniosa. Per un errore di giovinezza, conosco in modo tediosamente approfondito il diritto dei mari ghiacciati e sogno di calpestare il Polo Nord. Mi piacciono i giornali di carta, la fotografia, De Andrè, la musica balcanica e i libri, solitamente quelli brevi e noiosi. Alterno fasi di spiccato ottimismo a momenti di realismo spietato. Sono patriota.

1 Comment on “Viva Stalin”

  1. Aò ma Stalin lo Sputnik e Gagarin manco sapeva chi-cosa fossero! Queste sono conquiste di quello che piantava il mais nella steppa kazaka! :-)

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