Volontariato internazionale? In Friuli si può!

Il volontariato internazionale è una realtà poco conosciuta e divulgata nel nostro territorio. Gli studenti si impegnano nel proprio percorso formativo in vista di un’occupazione dignitosa e ben retribuita (che in Italia, per molti, rimane un sogno utopico) e chi fa già parte del mondo del lavoro cerca di tenersi strette le proprie certezze e, soprattutto, il salario che riceve. Esiste, però, un mondo diverso e, in un certo senso, contrapposto, a cui c’è la possibilità di avvicinarsi anche in Friuli Venezia – Giulia. Sto parlando del volontariato internazionale.

Quest’inverno, come già negli anni passati, quattro organizzazioni non governative (CEVI, ACCRI, CVCS e Solidarmondo) hanno organizzato “Semi di giustizia, per coltivare scelte di vita…”, un corso di formazione alla cooperazione e al volontariato internazionale.

Nell’immaginario comune il volontariato viene inteso alla stregua di una missione il cui obiettivo è andare in un paese del Sud del mondo a portare il proprio aiuto materiale (edifici, infrastrutture, strumenti, ecc) e immateriale (conoscenze). Questa visione è sostanzialmente incentrata sull’Occidente e sulla sua tendenza genetica all’esportazione della sua cultura e delle sue tecniche. Il volontariato internazionale, invece, parte dalla presa di coscienza della condizione di impoverimento che interessa numerosi paesi e del processo che ha portato a tale situazione e culmina non con la formulazione di una “ricetta” che gli occidentali devono poi esportare ed applicare, ma con un intervento articolato su più piani (economico, sociale, culturale, ecc) che si basi sull’analisi e sullo sviluppo delle potenzialità dei popoli impoveriti.

“Semi di giustizia” propone una visione del volontariato nuova e, per certi aspetti, anticonvenzionale, erede degli insegnamenti portati dalla lunga esperienza accumulata in quest’ambito. Lascio ora spazio a un altro punto di vista, quello dei relatori che si impegnano a diffondere conoscenze ed idee innovative sul volontariato. Qui di seguito è riportata una breve intervista a Edgar Serrano, professore di sociologia generale  presso l’università di Padova ed esperto in cooperazione, che ha tenuto il primo incontro, intitolato “Volontariato e solidarietà tra i popoli”.

Cosa vuol dire per lei volontariato internazionale?

L’agire tradizionale del cooperante nelle realtà impoverite del mondo si è spesso ridotto ad un intervento per muovere i primi passi per favorire l’industrializzazione di tali aree. Nella logica tradizionale, un bravo cooperante sarà colui che contribuirà a fare in modo che il PIL degli impoveriti schizzi in alto. Ma facendo così, il volontario contribuisce -involontariamente- a rinforzare il paradigma incrementalistico alla base del concetto di “sviluppo” .

Un volontario con la mentalità condizionata dal paradigma incrementalistico, è un ottimo candidato a soffrire di “sindrome di Superman” cioè, l’atteggiamento per cui si è convinti di andare nei paesi impoveriti per “cambiare le cose” (perché gli abitanti di quei paesi non saprebbero farlo o per “aiutare i poveri a svilupparsi” (cioè, ad avere redditi da spendere e così diventare bravi consumatori); ecc. ecc.

Il volontariato internazionale deve evitare tutto ciò. Il suo ruolo dovrebbe essere, piuttosto, quello di facilitare processi partecipativi e organizzativi perché siano gli attori locali a risolvere le loro situazioni problematiche. Soltanto così si potrà sconfiggere la cultura assistenzialistica della cooperazione vecchia maniera.

Considerati le necessità economiche e ritmi di vita attuali, cosa può fare l’individuo, nel suo privato, per il benessere globale?

Rendersi conto delle conseguenze, previste e non previste, delle sue azioni. Faccio un esempio: se Lei, stando al mare, acquista un gelato, prende l’involucro di carta e, anziché buttarlo nel contenitore per la spazzatura, lo nasconde sotto la sabbia, penserà che ciò che ha fatto è un atto innocuo. Provi ad immaginare che tutti coloro che sono al mare in quel momento abbiano avuto la sua stessa idea e sotterrato sotto la sabbia l’involucro di carta del proprio gelato. Quale sarebbe l’effetto aggregato, una volta che tutti se ne saranno andati dalla spiaggia? Un porcile. La cosa buffa, però, è che mentre Lei va via, volge lo sguardo e vede quel porcile. E, probabilmente, si arrabbierà vedendo la spiaggia così sporca. E se qualcuno Le farà notare che anche Lei ha messo sotto la sabbia l’involucro del gelato, Lei probabilmente risponderà che “è stato un semplice pezzettino di carta”. Si ma, 1+1+1+1… fanno una montagna di spazzatura sula spiaggia. Ecco. Credo di aver reso bene l’idea di cosa può fare ognuno di noi per il benessere globale: assumerci consapevolmente la responsabilità delle conseguenze delle nostre azioni.

Queste parole illuminano quello che dovrebbe essere il ruolo all’interno della società globale di ogni individuo, perché solo a partire da un’attenta riflessione personale si può costruire concretamente la cooperazione.

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