Voucher: sfruttamento o opportunità?

ANSA / ETTORE FERRARI

Cosa sono, ancora per poco pare, i voucher? Dei buoni lavoro. In cambio di una prestazione oraria di qualsiasi tipo (solitamente si parla di lavori quali ripetizioni scolastiche, lavori di giardinaggio, consegne di alimenti, prestazioni di carattere sanitario, ecc.) al lavoratore viene consegnato un tagliando. Il suddetto tagliando, finalizzato alla riscossione della liquidità, valente 7,50 euro per ora, viene consegnato in cambio di denaro nelle tabaccherie abilitate allo scambio.

Sorge spontanea la domanda: perché introdurre nel mondo del lavoro questo tipo di pagamento? Per garantire flessibilità e libertà di movimento, fu la motivazione addotta.

All’interrogativo rispose inizialmente il governo Berlusconi, con la legge Biagi del 2003, al fine di far emergere i pagamenti in nero relativi alle prestazioni sovra citate e di conseguenza combattere l’evasione fiscale, annoso problema della nostra penisola. Come d’italiana abitudine però il tutto è sfuggito di mano e ora come ora l’utilizzo dei voucher si identifica più che altro nell’escamotage, da parte del datore di lavoro, nel pagare il sottoposto all’inizio della collaborazione lavorativa con i suddetti buoni. Questo per far sì che, nel caso arrivi un controllo della beneamata finanza statale, il suddetto titolare possa mostrare le mani pulite e non incorrere in sgradite conseguenze penali e turbe di carattere economico. Con l’avanzare del rapporto lavorativo i buoni in questione vengono però man mano messi da parte ed il pagamento sottobanco, classico del nostro poco evadente Paese, torna ad essere la forma più utilizzata per il danaroso bisogno del prestatore.

Cosa fare quindi, di questi dannati voucher? Un’ ulteriore modifica alla legislazione relativa ad essi è stata apportata dal governo Renzi nel 2016, con il famoso Jobs Act, il quale ha previsto l’obbligo di segnalare l’inizio della prestazione lavorativa occasionale all’organo istituzionale di competenza (Direzione Territoriale del lavoro competente) e ha alzato il limite di pagamento annuo da 5.000 a 7.000 euro. Fatta eccezione per un aumento esponenziale dell’utilizzo del voucher non sembra ci siano stati miglioramenti di sorta a livello di guerra all’evasione in seguito alla modifica legislativa.

Considerando che i vari esecutivi succedutisi nel governo del Paese non sono riusciti a sistemare la questione trattata si è arrivati alla proposta da parte della CGIL di un quesito referendario da tenersi in data 28 maggio anno corrente. L’esecutivo, a cui fa capo il premier Paolo Gentiloni, sembra più indirizzato verso un decreto legge. Nella giornata di oggi si terrà infatti un Consiglio dei ministri con l’obiettivo di porre fine alla diatriba e trovare una soluzione definitiva che sistemi una volta per tutte la problematica che tanto fa discutere l’opinione pubblica.

Fondamentalmente nei giorni passati sono venute alla luce due visioni: la prima, esplicata da Susanna Camusso dovrebbe prevedere, oltre all’andata in porto del Referendum, la limitazione dei voucher unicamente all’ambito lavorativo domestico e familiare. Un ritorno al passato, insomma. Di un altro avviso è l’economista Tito Boeri, presidente dell’INPS, il quale sostiene che la riduzione dei voucher proposta dalla Camusso porterebbe ad un irrisorio utilizzo dei tali e quindi sarebbe più saggio e conveniente abolirli in toto. La maggioranza parlamentare ha concordato con la linea politica espressa da Boeri e ieri pomeriggio si è votato per procedere all’abrogazione dei 3 articoli presenti nel Jobs Act (art. 48, 49, 50), che delimitano i termini legislativi in materia voucher. Contrari a quanto deciso in commissione lavoro (ovvero l’abrogazione dei tre articoli) sono le imprese e i capitalisti della prima ora. “Le soluzioni che governo sta valutando sui voucher sono catastrofiche ed è meglio andare a referendum”. Questo il commento della FIDA, organo legato a doppia mandata a Confcommercio.

Non va dimenticato, in ogni caso, che il valore del buono “voucher” rappresenta la soglia minima di remunerazione prevista dal sistema e che finisce col portare, contrariamente all’obiettivo per il quale venne creato, allo sfruttamento del dipendente e ad un’evasione fiscale sempre maggiore.

Che Confcommercio e la FIDA vogliano andare a referendum affidandosi alla valutazione di dubbia saggezza del popolo per continuare a fare i loro porci comodi alle spalle dello Stato? Forse, forse no, forse sono leggermente in malafede. Una cosa è certa: la commissione parlamentare ha approvato l’abrogazione dei tre articoli in questione. Questo probabilmente scatenerà proteste e tumulti nel mondo dell’imprenditoria ma la decisione presa in sede istituzionale sembra andare per il verso giusto.

Confindustria e Confesercenti fanno orecchie da mercante e sparano a zero sulla decisione dell’esecutivo con frasi del tenore di:  “L’eliminazione dei voucher non ci piace e nemmeno il modo ‘se s’ha da fare si faccia il referendum’“. E  ancora: “La linea passata sui voucher è molto deludente, anche come scelta politica“. Per quanto riguarda le conseguenze per i lavoratori, la cui condizione sembra preoccupare così tanto le varie confederazioni imprenditoriali, l’esecutivo ha scelto un compromesso. La linea scelta è quella dell’attesa, finalizzata a far sì che tutti i salariati abbiano ciò che gli spetta. La commissione ha infatti ieri deciso che i voucher verranno sì abrogati, ma a partire dal 2018. Questo comporta che, per coloro i quali abbiano buoni lavoro ancora da riscuotere, ci sia la possibilità di ottenere quanto dovuto tramite una soluzione di continuità ovvero recandosi negli appositi spacci di tabacco a cambiare il tagliando con moneta sonante fino e non oltre il 31 dicembre 2017.

Illuminante la visione che dà del tutto Maurizio Landini:”Per il lavoro domestico non occasionale c’è il part-time verticale o orizzontale, se una persona lavora anche per poche ore ma per lo stesso datore di lavoro, non può essere pagata con i voucher”.

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