Walter Veltroni, il cineasta mancato

Una ventata di rinnovamento o una minaccia per la sinistra italiana?

Il personaggio a cui ci dedichiamo oggi è stato a lungo considerato come la novità, il rinnovamento tanto atteso nella sinistra italiana, ma come avrete già intuito non è andata come sperato dai suoi fautori.

Figlio di Vittorio, giornalista radiofonico e importante dirigente della RAI, il buon Walter, forte del suo titolo di cineoperatore televisivo, inizia la sua militanza politica nella Federazione Giovanile Comunisti Italiani e dopo una brillante carriera a soli ventuno anni, nel 1976, è eletto consigliere comunale a Roma per il PCI.

La sua strepitosa scalata, sostenuta dalla sua incrollabile fede ideologica, lo porta nel 1987 allo scranno parlamentare come deputato e appena l’anno dopo al trionfale ingresso nel Comitato Centrale del Partito Comunista Italiano.

Il partito così come è organizzato, però, non gli piace e quindi diventa acceso sostenitore del tentativo di lifting attuato da Achille Occhetto, che porterà all’incredibile rinnovamento politico, sintetizzato in una singola svolta epocale: il cambio del nome del partito.

Per ricompensarlo della sua meritoria opera rivoluzionaria, gli viene affidata nel 1992, la guida dello storico quotidiano del partito, l’Unità, benché acceda all’esame di giornalista professionista solo nel 1995. La sua direzione fa aumentare le vendite del quotidiano, ormai stantie, con l’innovativa idea degli allegati, che saranno i più disparati, dalle videocassette ai Vangeli, ma facendo precipitare la qualità del giornale.

La sua spinta innovativa è però così forte, che sondaggi interni al Partito della Sinistra, il nuovo nome post-lifting, lo vorrebbero segretario nel 1994, ma una congiura di palazzo porta alla segreteria il suo arci-nemico, Massimo D’Alema.

La sua carriera politica non ne risente, anzi fa un ulteriore balzo in avanti, portandolo, nel 1996, direttamente al governo con Romano Prodi, in cui è, forte delle sue competenze e dell’antipatia viscerale tra Prodi e D’Alema, vice-premier e ministro dei Beni Culturali.

L’esperienza dura poco e alla caduta di Prodi nel 1998, gli si prospetta una nuova avventura come segretario del partito, ruolo che scambia con D’Alema a cui viene ceduta la carica di Presidente del Consiglio.

Finalmente giunge alla guida del partito, dove può dare sfogo al turbinio di idee innovative che ha in testa, e durante la sua segreteria, i Democratici di Sinistra, nuovo nome del vecchio PDS a cui si sono aggiunti gli altri scarti presenti sul mercato politico italiano, raggiungono il loro minimo storico elettorale, nelle elezioni del 2001.

Il povero ed incompreso Walter allora decide di fare il sindaco di Roma, carica che ricopre dal 2001, con cui soddisfa la sua vecchia passione per il cinema, che molti anni prima lo aveva portato alla professione di cineoperatore, con l’inaugurazione del Festival Internazionale del Film di Roma.

Durante il suo incarico di sindaco a Roma, la sinistra italiana subisce una ulteriore evoluzione e mentre è in carica il secondo governo Prodi nasce il Partito Democratico, il cui nome scimmiotta gli USA, e forte della sua precedente esperienza come segretario dei DS, Veltroni viene eletto alla segreteria. Questa volta gli va meglio del solito e, benché perda le elezioni del 2008, riesce ad ottenere un buon risultato, attribuibile probabilmente all’entusiasmo per il nuovo soggetto politico, che poi si rivelerà essere un guazzabuglio di tendenze inconciliabili tra loro, che lo porteranno alle dimissioni del febbraio 2009.

E’ interessante osservare l’evoluzione del pensiero politico veltroniano, espresso in numerose dichiarazioni ed esternazioni. Un’evoluzione con delle singolari somiglianze con quella di un altro personaggio politico italiano, Gianfranco Fini, e non solo perché si sono vicendevolmente copiati il discorso di inaugurazione dei rispettivi fallimenti politici, il PD e il FLI, ma anche perché dietro una facciata seriosa nascondono il nulla più assoluto.

Tanto per cominciare Walter, nel 1995, ci ha confessato di non essere mai stato comunista, sottolineando come si potesse stare nel PCI senza esserlo. Ovviamente per credergli bisogna tralasciare i ventidue anni di militanza e l’aver ricoperto tutti i livelli politici possibili, senza considerare che l’ha affermato quando il PCI non esisteva più. Veltroni soffre inoltre di una malattia tipicamente italiana: l’esterofilia con ritardo, per cui è stato kennediano con quarant’anni di ritardo; ha creato una massa informe è l’ha chiamata Partito Democratico e così a seguire.

Chiudiamo con una nota di colore, se nei prossimi mesi si verificassero ondate di panico collettivo in Africa non stupitevi, è dovuto alla dichiarazione del caro Walter, per cui dal 2011 si sarebbe dedicato solo al continente nero, dove, conoscendolo, sono già preoccupati.

3 Comments on Walter Veltroni, il cineasta mancato

  1. Una sera di febbraio in una pizzeria goriziana ho avuto modo di parlare con un ragazzo del quinto anno dell’autore di questo articolo. Che dire? E’ un piacere sapere che ci sono ancora ragazzi così in giro. Già l’articolo sulla Lega era magnifico con la sua osservazione finale – tutt’altro che banale – riguardo al fatto che il partito di Bossi è l’ultimo vero partito italiano!

    Complimenti Emiliano, hai la mia “licenza di scrivere”! :D

  2. “Veltroni soffre inoltre di una malattia tipicamente italiana: l’esterofilia con ritardo, per cui è stato kennediano con quarant’anni di ritardo”

    ahahah geniale!

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