Il World Wide Web delle dipendenze

Internet: un luogo buio dal quale è difficile sconnettersi (Immagine: Wikimedia Commons)

Le nuove tecnologie stanno diventando – sempre di più – un’estensione del corpo umano, l’intermediario tra il nostro mondo limitato e quello infinito di Internet: ogni giorno noi gli “diamo il buongiorno” (aka login) e condividiamo la nostra vita mediante foto, video, audio e semplici messaggi, mostrando dove siamo, cosa mangiamo e con chi siamo parlando, in un attimo, magari più volte durante l’arco della giornata, finendo per vivere più online che offline.

L’era digitale, però, non ha portato solo ad un aumento progressivo delle ore trascorse all’interno del World Wide Web rendendolo una dipendenza vera e propria, ma ha reso le dipendenze non digitali – in particolare le New Addictions, caratteristiche della postmodernità – più accessibili a causa della sua natura da tramite. L’allarme sta suonando dal 1995, quando l’Internet Addiction Disorder è entrato ufficialmente nel Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders accanto al gioco d’azzardo patologico, per poi accumulare una serie di sfumature tale da inglobare un’elevata mole di disturbi, prima in forme ‘più elementari’ poi in altre più ‘evolute’.

Negli ultimi mesi in particolare, l’attenzione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità si è posata sui social network e sui videogiochi stessi, i quali sono classificabili come “dipendenza effettiva” dal gennaio scorso. Alcuni provvedimenti sono già stati presi in Giappone, Cina e Corea del Sud, bloccando l’accesso ad Internet in determinate fasce orarie ed invitando l’utente a smettere di giocare mediante avvisi pop-up dopo una certa quantità di tempo. Come per altri disturbi, al fine di una diagnosi è necessario osservare se l’individuo ha mancanza di controllo sull’attività, l’intensità di questa, la sua durata e se, in generale, l’online ha priorità nei confronti dell’offline.

Facebook, come i medicinali, può causare dipendenza. (Immagine Pixabay)

Nella nuova generazione di dipendenze soggette all’influenza della rete rientrano anche altri fenomeni. In primis, il cybersex – collegato anche alla masturbazione compulsiva – che prevede l’uso di webcam per l’erotismo virtuale, chat rooms anonime dove sfogare i propri desideri sessuali repressi nella realtà e siti di incontri spesso legati al mercato della prostituzione (vedi il caso Ramon Berloso, il “killer della balestra” goriziano che portò all’inchiesta parallela su diversi servizi online di sesso a pagamento nel Triveneto).  Poi il gioco d’azzardo, facilmente accessibile anche con dati falsi ed incentivato dalla speranza di cambiare la propria vita con qualche click nei casinò virtuali. Ancora, il binge-watching, vale a dire il guardare in modo assiduo e consecutivo episodi di una serie tv, senza interessarsi di ciò che accade al di fuori dallo schermo. Infine, lo shopping compulsivo che permette di ricevere i nuovi acquisti a casa anche in un solo giorno.

Ormai questi disturbi sono dietro l’angolo poiché le tentazioni sono continue e le pubblicità sono “smart”: Tinder invita a trovare l’anima gemella online, Netflix mostra quanti film ha nel suo database ed Amazon consiglia nuovi prodotti, notificando via mail quando ci sono gli sconti.
È a questo punto che scollegarsi diventa qualcosa di difficile, al punto di diventare “nomofobici”, ossia terrorizzati dall’eventualità di perdere l’accesso ad Internet durante la giornata. In particolare, in Gran Bretagna uno studio del 2008 ha rilevato che il 30% della popolazione tende a mostrare uno stato ansioso nel caso di smarrimento del cellulare, esaurimento della batteria, mancata copertura di rete o azzeramento del credito residuo.

Questo, però, è solo l’inizio: nel mondo l’80% dei bambini utilizza dispositivi elettronici per più di tre ore al giorno sin dalle elementari, successivamente il 71% riceve il primo smartphone ad 11 anni per poi creare un profilo Facebook attorno ai 13 anni ed infine, secondo ricerche promosse dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, il 36% dei ragazzi tra i 15 ed i 17 anni si dichiara “dipendente da Internet”. Dal Congresso mondiale di Psichiatria Dinamica tenutosi un anno fa a Firenze sono emersi dati ulteriormente preoccupanti: nella fascia tra i 18 e i 25 anni si trovano le persone più colpite dalla nomofobia e, tra queste, sei persone su dieci vivono nella ringxiety, ossia nel nervosismo continuo che porta loro a guardare lo schermo del telefono più volte al minuto in attesa di chiamate o messaggi. Senza contare il numero sempre maggiore di adulti ed anziani che desiderano entrare in contatto con il mondo dei social trovandosi tra le mani un “Quarto Mondo” non adatto a loro, colmo di fake news e mille altri pericoli.

Questa epidemia silenziosa procede di pari passo con il progresso tecnologico, ma allo stesso tempo – sorprendentemente – ne sostituisce una forse più grave: il National Institute on Drug Abuse ha confrontato l’impatto della diffusione della rete e delle dipendenze ad essa legate, con il consumo di droghe ed alcool, dichiarando infine che, dal 2015, l’uso di sostanze stupefacenti, bevande alcoliche o anche semplici sigarette è calato in media del 13,4%, mentre il tempo trascorso con smartphone e tablet è aumentato del 24%, ossia sei ore e mezza medie di collegamento per individuo, il quale finisce per essere tendenzialmente asociale o comunque faticare nel comunicare faccia a faccia.

Dalle droghe di Woodstock si è passati alle tecnologie di Cupertino, vogliosi di una forma di contatto diversa con gli esseri umani e con il mondo, legati a tutti ma raramente in modo autentico, con migliaia di contatti tra Facebook, Twitter ed Instagram ma senza alcuna presenza fisica e senza i suoni vivi della Paul Reed Smith di Santana o della Fender Stratocaster di Jimi Hendrix.
È forse questa la ricerca di una nuova generazione di indipendenze mediante dipendenze altrettanto nuove?

About Francesco Santin 10 Articles
Studente di Scienze Internazionali Diplomatiche, ex telecronista di eSport e amministratore di diversi siti e community per i quali ho svolto anche l'attività di giornalista e recensore di vari titoli nel mercato videoludico. Ho un debole per la scrittura, in particolare poesie, e per la fotografia.

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